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Klara e il Sole

Nella mia esperienza di lettura dei romanzi di Ishiguro (finora: Non lasciarmi, Quel che resta del giorno, Il gigante sepolto e adesso Klara e il Sole) mi capita di provare una precisa gamma di sensazioni e vibrazioni, come se la sua voce narrativa sollecitasse sempre le stesse parti di me, in un modo che riconoscerei fra milioni di altri.

Tutto ciò ha a che fare con uno stile ben preciso, nitido e rigoroso, quasi formale ma senza essere mai rigido, capace di suggestionare chi legge ma senza arrivare a sconvolgerlo.

Uno stile che si fa veicolo, almeno nel mio caso, di emozioni contenute, che non hanno bisogno di pathos e che si manifestano solo con il logos, in modo proporzionato, ragionato.

La scrittura di Ishiguro, così ordinata, levigata ed elegante, ha un effetto distensivo su di me e mi si propaga dentro come una malinconica pace dei sensi, come un riverbero riflessivo.

Quando leggo un suo romanzo accetto il patto narrativo tra me e lui con una serenità mistica perché so che, qualunque sia l’argomento trattato, ci sarà della quiete.
E una grazia, una pulizia del narrare che fa venire in mente i classici dell’800 letterario europeo ma anche qualcosa di più remoto, come una saggia discrezione di tipo orientale che può donarti degli insegnamenti.
Un non dire troppo che in realtà dice tantissimo.

Questa magnifica qualità, a mio parere, dà il meglio di sé in un romanzo come Quel che resta del giorno, storia di rara bellezza di una vita consacrata alla misura e all’autocontrollo, di un viaggio interiore che non va mai fuori rotta.

Mi sembra invece che nei romanzi distopici come Non lasciarmi  e Klara il Sole, questa quiete diventi stasi, bassa tensione, carenza di spannung.

Ecco, Klara e il Sole – al netto di una scrittura piacevole, purissima, classica come piace a me – mi è sembrato privo di energia, come se stentasse ad accendersi, a diventare via via più intenso.
La quiete di cui parlavo prima, che considero un valore non solo stilistico, qui mi è parsa quasi debolezza.

La storia è essenziale, con un intreccio sintetico e una voce narrante candida, quella dell’androide Klara, che si alimenta di energia solare, scompone la realtà in riquadri e cerca di capire i sentimenti non sempre a fuoco dell’essere umano, in particolare quelli dell’adolescente Josie, ammalata e in balia di adulti in ansia per lei.

Il minimalismo del plot fa pensare a una fiaba e ho amato molto questa sua innocenza di fondo, fatta di piccole osservazioni, scoperte semplici, sentimenti basici e universali come l’amore genitore-figlio e l’amicizia.

Così come ho amato l’assenza di tecnologie, di dispositivi ingegneristici e di tutta quella fredda carica cibernetica che spesso hanno le storie (e i film) di questo tipo. Qui invece c’è dell’intimismo, ci sono indugi riflessivi,  un armonico equilibrio di umanizzazione e umanità.

A volte ci si dimentica perfino che la voce narrante sia quella di un robot umanoide e la devozione, l’impegno e lo spirito di sacrificio di Klara (che mi hanno riportato alla mente quelli del maggiordomo Stevens di Quel che resta del giorno) hanno a che fare con la semplicità primordiale del cuore umano e non con l’editing genetico di cui si parla nel romanzo o con prestazioni e potenziamenti artificiali (che in questa storia riguardano gli umani).

Mi ha fatto riflettere su alcune convinzioni ferree che noi antropocentrici ci portiamo dietro, come quella che ognuno di noi sia unico e non riproducibile, e ha acceso delle spie nella mia testa.

Mi ha regalato speranza e una bellezza d’insieme che emerge senza artifici, retorica sentimentale o altre trite considerazioni morali sull’intelligenza artificiale, il futuro disumanizzato che incombe, ecc.

Tu credi al cuore umano? Non intendo semplicemente l’organo, è ovvio. Parlo in senso poetico. Il cuore umano. Tu credi che esista? Qualcosa che rende ciascuno di noi unico e straordinario? E mettiamo che esista. Se è così, non credi che per imparare Josie davvero non dovresti studiare soltanto i suoi modi ma anche quello che sta dentro di lei profondamente? Non dovresti imparare il suo cuore?

“Imparare il suo cuore” è la frase del romanzo che più mi è rimasta dentro.
Nella visione di Klara il cuore umano è “una strana casa fatta di stanze che contengono altre stanze” e trovo che sia una delle definizioni più precise mai lette sulla nostra complessità.

Le mie perplessità riguardano invece il ritmo, la scarsità di azione che in qualche modo compromette anche la potenza delle emozioni.

Certo, da Ishiguro non ci si può aspettare di essere incalzati (la quiete a cui facevo riferimento prima), tutt’al più di provare un sottile straniamento, ma nel caso di Klara e il Sole anche l’effetto straniante mi è parso debole.

Avrei voluto sentirmi più destabilizzata, incuriosita, sfidata.

La storia procede per sequenze dialogiche, riflessive e descrittive (e certe descrizioni di luce e di sole che nutre sono bellissime e sanno dipingere immagini persistenti nella mente del lettore), ma manca un conflitto ad animare l’insieme, o meglio, il conflitto c’è ma procede per tocchi lievi, azioni e reazioni importanti ma dalla resa mite.

Tutto ciò si armonizza molto bene con il modo di essere dell’Amico Artificiale Klara, così ingenua e composta in ogni situazione e interazione, ma da essere umano in cerca di storie forse avrei voluto più caos.

Non mi aspettavo suspense e colpi di scena, Ishiguro è troppo raffinato ed etereo per simili stratagemmi, ma un po’ più di tensione drammatica sì.

In fondo però va bene così.

Perché Klara e il Sole non è un romanzo di trasporto ma di elevazione e meditazione, che non va all’assalto emotivo del lettore ma lo invita a pensare, a ripensarsi.

Non scompagina le cose, non le minaccia, non le disgrega per poi ricomporle nello scioglimento finale.
O forse fa tutte queste cose ma senza drammatizzarle.

Per questo, sebbene non l’abbia trovato travolgente, ne consiglierei la lettura: regala pensieri complessi su ciò siamo, su ciò che potremmo diventare, su tutto quello che non potrà mai tramontare in noi.

 

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