classici,  libri

Il nome della rosa

Per decenni ho evitato di leggere Il nome della rosa, pensavo fosse un romanzo chiuso, una di quelle opere a ingresso non libero che richiedono chiavi di accesso dottrinali e conoscenze propedeutiche di medievalistica e storia del cristianesimo. Lo percepivo più come un trattato sulla complessa poetica di Eco (e in parte lo è, ma non nella modalità che pensavo) che come un testo narrativo godibile, “tascabile”.

Mi sbagliavo.

Leggendolo per la prima volta in una manciata di giorni di inizio aprile, ho scoperto quanto sia aperto e quanto la sua intertestualità lo renda accogliente, comodo, adattabile.
È un romanzone a più livelli di lettura e ognuno può scegliere la prospettiva da cui leggerlo, il grado di impegno interpretativo che vuole avere, la verità che vuole trovarvi dentro.

Per esempio, io ho scelto di focalizzarmi sulla sua ironia, su quel continuo e sottile citare, alludere, rimandare ad altro e mi sono divertita. Chi l’avrebbe mai detto?

Mi piace sempre pensare più all’Umberto Eco pop che parla della fenomenologia di Mike Bongiorno che a quello accademico esperto di questioni estetiche in Tommaso d’Aquino e questa propensione mi ha fatto cogliere il lato ludico del romanzo, il suo essere un gioco postmoderno, tutt’altro che cattedratico.

Il nome della rosa è la prova che un testo non è mai solo un insieme di significanti e significati, ma anche un concentrato di sottotesti e intertesti, di idee e riferimenti che il lettore può divertirsi o meno a cercare e inventare, come fa Guglielmo di Baskerville mentre indaga sugli omicidi nell’abbazia.

Non credo sia un caso che alla base della vicenda narrata ci sia un misterioso libro perduto, il secondo della Poetica di Aristotele, sulla liceità del riso che è “arte nuova, ignota persino a Prometeo, per annullare la paura”.

Stando al gioco, il romanzo perde tutta la sua carica da temibile colosso novecentesco a tema teologico scritto da un professore universitario e diventa un puzzle semiserio, un minestrone di generi diversi (poliziesco, storico, filosofico), di erudizione e cultura popolare, di tradizione e innovazione, di narrativa d’intreccio puro alla Dumas, pensata per un consumo di massa, e di opera sperimentale, provocatoria, pensata per un pubblico di nicchia.

La postmodernità del Nome della rosa è chiara e se lo si avvicina con un approccio altrettanto aperto e libero si riesce a gioire della lettura dalla prima all’ultima pagina.

Leggendolo ora con foga ora con fare più meditativo, sempre con una matita in mano, ci si sente un po’ investigatori, un po’ latinisti, un po’ conventuali, un po’ virtuosi, un po’ sovversivi. Si provano tante sensazioni mescolate tra loro ed è un’esperienza da fare, senza timori reverenziali o la paura di non capire. Non c’è nulla da capire o da temere.

Eco diceva che un romanzo è “una macchina per generare interpretazioni” e nel caso del suo romanzo non c’è niente di più vero.
Certo, rinunciare al piacere più basico del leggere, all’aspetto più fabulatorio, per perdersi in indagini critiche e supposizioni ermeneutiche non ha, a mio parere, molto senso, si rischia di teorizzare la bellissima praticità della lettura.
Ma il gioco multiprospettico di Eco è irresistibile, si diventa sue prede!

Così di volta in volta il romanzo mi è apparso come uno stimolante invito all’esplorazione linguistica, ricco com’è di lessemi belli, rari, ricercati. Quanta eleganza filologica c’è dentro!

O come un trattato filosofico sul nominalismo di Guglielmo di Occam, che analizza il rapporto tra nomi e realtà e che viene sintetizzato dalla famosa frase finale: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

O come romanzo storico focalizzato sull’orizzonte cristiano medievale e sulle varie dispute riguardanti le eresie. Processi cattivissimi, corruzione clericale e altre situazioni ad altissimo fascino oscurantista medievale.

O come un romanzo giallo alla Conan Doyle, da leggere godendo della superficie, senza pensare troppo al messaggio (anche se per Eco il poliziesco è il genere più metafisico e filosofico perché introduce il problema della verità e della ricerca). Ho adorato gli alfabeti segreti da decifrare e tutte le varie tappe della detection di Guglielmo e Adso.

O come romanzo di formazione in cui un giovane frate sperimenta un labirinto di amore, sesso e violenza e riesce a venirne fuori da uomo integro grazie alla sapienza.

O come grande allegoria sulla “lussuria” del sapere, quell’avidità di conoscenza, quella fierezza intellettuale che può bruciare il senno.

Insomma, mille prospettive, molte sollecitazioni.

Il nome della rosa è un corpo vivo e plasmabile che si adatta alla forma che gli vuoi dare, anche nessuna se preferisci.

Ho apprezzato molto la costruzione narrativa architettonica dell’opera che è una vera e propria cosmologia, in cui tutto è stato studiato da Eco con senso della proporzione e della perfezione, anche attraverso disegni e mappe.
È lì che si sente tutto il talento artigianale prima che artistico di Eco, la sua somma conoscenza di tecniche e strategie narrative in cui le parole sono solo l’atto finale.
La creazione, come fosse una vera e propria genesi, di un mondo sottostante, di alcune “costrizioni” ben precise che consentono poi di inventare in piena libertà.
Eco ci insegna che scrivere non è abbandonarsi a un’anarchica creatività, ma costruire delle premesse ben architettate, con delle leggi ben precise a cui il narratore deve sottostare. Avere un progetto, un cosmo,  è necessario per scrivere, non si può improvvisare (lo farei ripetere tipo mantra a tutti quegli esordienti spacconi che sui social si definiscono “nome cognome author” e che non hanno mai letto mezza pagina di narratologia nella loro vita).

Ho trovato poi magnifica la centralità della biblioteca-labirinto e la sinistra bibliofilia di cui sono intrise le atmosfere del romanzo, quell’aria di somma sapienza e oscura reticenza che si annida fra manoscritti, volumi polverosi, miniature e marginalia e tra i frati dello scriptorium che ne sono gelosi custodi.
Il tesoro librario dell’abbazia è occultato con feroce abilità matematica, è ombra potente e pericolosa, non illumina. Ed è così affascinante questo lato dark della cultura nel Nome della rosa.

Era dunque il luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente umana […].

Mi sono sentita fortunata dei miei “oculi de vitro cum capsula” o “vitrei ab oculis ad legendum”, cioè gli occhiali, che nel Medioevo erano oggetti rari e quasi diabolici, guardati con sospetto. Vederci bene, in senso letterale e metaforico, è necessario per avere quel “senso vigile della distinzione che ci fa saggi” e Guglielmo, con i suoi occhialetti rudimentali che decifrano anche gli aspetti negromantici della vita, è maestro in ciò.

Il suo personaggio, che ho amato tanto, invita alla saggezza, soprattutto a quella che richiede tempo, ricerca, ragionamento logico e guizzi intuitivi, ma anche un pizzico di sana ironia.

Vorrei avvicinarmi alle cose difficili dell’esistenza come fa lui, coma fa Eco, come ho letto Il nome della rosa: con estrema serietà ma senza prendermi troppo sul serio.

Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *