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L’età forte

C’è nelle memorie personali qualcosa di connesso alla pienezza cosmica, un colmare attraverso le parole uno spazio e un tempo che non sono stati nostri ma che ci sembra di aver vissuto.

C’è nella condivisione delle storie del proprio passato una capacità di irradiare vita verso l’esterno e di incanalarla nell’intimo del lettore che si trova in un altro luogo, in un’altra epoca.

C’è un mare di particolari in cui non abbiamo navigato e c’è un’universalità del ricordo che ci avvolge e ci sollecita come se ne facessimo parte.

Perché noi mortali in fondo siamo tutti connessi ed “è impossibile far luce sulla propria vita senza illuminare in qualche punto quella degli altri”.

Farsi coinvolgere da queste memorie in particolare (successive a Memorie d’una ragazza perbene) è un attimo: qualche riga d’apertura e via con Simone nel turbinio felice e densissimo della sua vita da giovane adulta, nella sua età forte e palpitante.

Leggerlo è stato come vivere, come ricordarsi di quanto sia importante darsi al mondo, lasciarsi arricchire e istruire da ogni sua manifestazione fisica e metafisica.

Come tuffarsi in un oceano di esperienze altrui e nuotarci senza alcuna fatica.

Come dilatare i confini angusti di questa vita pandemica e venir fuori dalla propria claustrale dimensione, domestica ma anche mentale (non so voi, ma io, dopo un anno, sento di avere una gabbia metallica in testa e i pensieri con le ali danneggiate).

Ho anche messo meglio a fuoco la poetica di Simone de Beauvoir e mi sembra di averla avvicinata tantissimo a me, alla mia sensibilità.

Ecco dunque cosa è stato per me, in poche parole chiave, L’età forte:

Libertà. Un trionfo di libertà radicale, nell’attività intellettuale e nell’uso del proprio giovane corpo e della sua forza motoria. Una festa quotidiana in cui non si dipende da niente, in cui non si va mai contro sé stessi, in cui si assecondano desideri e si è pura volontà. Anche con le tasche vuote.
Che meraviglioso vento di vita vissuta si solleva dalle pagine mentre si legge!

Nulla, dunque, ci limitava, nulla ci definiva, nulla ci assoggettava; eravamo noi stessi a creare i nostri legami col mondo; la libertà era la nostra sostanza stessa.

Felicità. Cercata a ogni costo, in ogni luogo, come un’ubriacatura perenne di cose piccole e grandi, come un dono divino da crearsi da soli. Una “schizofrenica ostinazione” durata dieci anni, lontanissima dalla realtà politica e tutta concentrata sull’appagamento di sé stessi, senza curarsi dell’universo. Un dovere bellissimo verso la propria giovinezza ma anche verso la propria condizione da adulti liberi da infelicità e abitudini piccolo-borghesi.

La provincia. Microcosmo in cui saper costruire la propria felicità.  Dopo aver insegnato a Marsiglia e prima della nomina a Parigi, Simone viene trasferita a Rouen e qui si dà da fare per inventariare le risorse del posto.
Lontana dal trambusto metropolitano, sfiora la noia e la elude con la sua libertà, la sua curiosità e i suoi interessi. Passeggia, legge, scrive, esce, inventa occasioni di gioia. È così che andrebbe vissuta la vita nelle piccole città, senza rimpicciolirsi.

Parigi. Città-mondo, invito a vivere per le strade, a non avere mai una casa fissa da borghesi, a fare dei caffè fumosi e di dubbia fama dei ritrovi domestici, ad amare i lungosenna, le chiatte, le vie e le piazze. Una città inesauribile per chi sa viverla senza prudenza, una città da divorare all’aria aperta, di giorno e di notte. Proprio quella che fa Simone.

Sartre. Compagno, alleato, colui con cui Simone ha un accordo totale. Il loro legame “slegato” è ai miei occhi una delle armonie più belle, aperte, paritetiche mai esistite.
Nessun contratto o ingerenza sociale fra di loro, solo una naturale e profondissima affinità che non è vincolo ma dono spontaneo dell’uno all’altra, un esserci reciproco che non è chiudersi in un binomio ma raddoppiarsi.
Un amore necessario che non si priva di altri amori contingenti, un’alleanza senza monopolio del cuore.

A che scopo, per esempio, abitare sotto uno stesso tetto, quando il mondo era nostra proprietà comune?

Viaggi. Lunghi o brevi, di scoperta o di evasione, comodi o scomodi, con soldi in tasca e tetti sulla testa o squattrinati e all’addiaccio. Viaggi in cui si cammina tantissimo per spendere poco, esplorazioni la cui essenza felice risiede nell’avere risorse modeste e una ricchezza di energie giovanili che consente ogni cosa, ogni avventura.
Ah, saper viaggiare così, senza comodità, con spirito d’adattamento ed emozioni amplificate dai disagi! (Io non ci riesco, ma ne subisco il fascino rocambolesco!)

Nella nostra maniera di viaggiare c’era un’originalità che dipendeva in parte dalla nostra negligenza nell’organizzarci: ma appunto questa sventatezza rifletteva il nostro atteggiamento d’indipendenza.

Scambio di idee e teorie. De Beauvoir e Sartre vivono con passione, mettendo in pratica la vita, ma non cessano mai di indagare le pieghe del reale, di teorizzare e plasmare idee sui grandi temi dell’umanità, la vita, la morte, quello che c’è in mezzo e cioè l’esistenza. Mettono le cose in parole e lo fanno in modo aperto, senza legarsi mai definitivamente a esse come fossero irrefutabili, con un atteggiamento da rivoluzione permanente.
Anarchici, antiborghesi, anticapitalisti ma non marxisti, contrari alla vita interiore e agli umanismi, proiettati sempre al di fuori, ma senza fissarsi mai su qualcosa.

A noi stava a cuore soprattutto di coincidere con noi stessi.

Scrittura. Che per Simone non vuol dire celebrare a ritroso il suo percorso di scrittrice ma analizzare attraverso la memoria le manchevolezze, le ostinazioni, le ingenuità dei suoi scritti e darsi dei consigli, anche tecnici, che sono moniti e illuminazioni per chiunque si occupi di scrittura. E nello stesso tempo ribadire la determinazione nel voler fare della letteratura un mestiere, nel credere alla pubblicazione affinché l’idea letteraria si inveri.
In pochi hanno creduto alla scrittura con l’impegno e la costanza lavorativa di Simone (mi viene in mente anche Elsa Morante). Lei è scrittura.

Scrivere è un mestiere che s’impara scrivendo, mi dicevo.

Amicizie. Simone non è una solitaria pensosa che lavora nel suo studio remoto rispetto al mondo, ma una frequentatrice assidua di altri esseri umani, una di quelle persone che cerca le persone. Non perché non sappia stare sola, ma perché il suo carburante, anche quello creativo, è la curiosità, la scoperta,  la vita in quante più storie e manifestazioni possibili. Amici stabili come una famiglia – Camille, Colette, Olga, Marco, Bost – e conoscenze occasionali che sempre la arricchiscono e le allargano la visuale.

Non essere madre. Non bellicosa avversione contro la maternità ma serena consapevolezza di non voler essere madre, di non corrispondere a questa aspettativa biologica e sociale.
Simone pensa e scrive cose così poco conservatrici in un’epoca in cui dalle donne ci si aspettava ben altro: la triade marito-figli-casa. E la sia ama tantissimo per questa suo pacifico svincolarsi dalle convenzioni.

[…] non desideravo che l’esistenza di Sartre si riflettesse e si prolungasse in quella di un altro: egli si bastava, e mi bastava. E anch’io mi bastavo: non sognavo affatto di ritrovarmi in una carne generata da me.

Femminismo. Non c’è alcuna militanza in Simone, ma qua e là si leggono i primi riferimenti a quello che poi confluirà ne Il secondo sesso, quel considerare la femminilità non come qualcosa di naturale, che esiste da sempre, ma come una situazione creata dalle civiltà.
Verso la fine di queste memorie Simone, che ha portato avanti per anni una vita che lei definisce “di astrazione”, dice di non essersi mai accorta dell’esistenza di una “condizione femminile”: d’un tratto la sua attenzione si risveglia, capisce come molte donne vivano come esseri relativi.
È sicuramente a partire da queste illuminazioni che il suo pensiero sulla donna prenderà forma e troverà una voce. (Da gennaio porto avanti con lentezza la lettura de Il secondo sesso; mi mancano le ultime 100 pagine e ancora non ci credo!)

Guerra. La cesura netta tra il prima e il dopo, tra l’euforia individualista e la scoperta della solidarietà.
La primavera del 1939 segna una rottura per Simone ed è il momento di passaggio dalla giovinezza alla maturità, dalla necessità individuale di possedere il mondo a quella di doverlo affrontare in tutto il suo peso storico.
Qui le memorie prendono la forma di un diario; Simone vi appunta, giorno dopo giorno, le sensazioni e i fatti bellici. La guerra la fa sentire come fosse “un pezzetto di tragica umanità”, il tempo non ha più valore, la vita non si piega più alla sua volontà, eppure tutto ciò non riesce a cancellare sensazioni autonome di gioia, di dolcezza.
Ho scoperto cos’è l’ottimismo (altra parola chiave) leggendo L’età forte e proverò a ricordarmene nei momenti di pessimismo individuale e/o universale.

Non provavo più né la sicurezza né le grandi gioie esaltanti di un tempo; ma ero allegra giorno per giorno, e spesso mi dicevo che, contro tutto, questa perdurante allegria era ancora felicità.

Emozionanti sottolineature a matita. Come fossero tracce di me sulla biografia di Simone.
Con avidità ho catturato singole parole o interi periodi a cui ho affiancato disegni di cuori come espressione di amore e di riconoscenza, come promemoria grafico per quando tornerò a sfogliare il libro. Perché tornerò a farlo, come si fa con quei libri che diventano i nostri personali classici.

Esistono procedimenti magici che aboliscono le distanze di spazio e di tempo: le emozioni.

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