libri

L’illuminazione del susino selvatico

Ci sono libri fatti solo di carta e di parole e poi ci sono libri che oltre alla carta e alle parole possiedono un cuore magico che emana luce, che tocca lo spirito del lettore e lo rigenera, che avvolge la narrazione e la ammanta di dorata poesia mediorientale.

L’illuminazione del susino selvatico è uno di questi libri. È un romanzo mistico, attraversato da correnti di dolore e di magia, di tragedia e di trascendenza.

È narrazione storica che richiama la bellezza della tradizione narrativa persiana per illuminare il buio, per incantare chi è incatenato.

Fa venire in mente i racconti delle Mille e una notte, quel folklore popolato da creature magiche, entità spettrali, spiriti e ombre, jinn che irretiscono l’essere umano in mille diverse occasioni.

Affascina con la magia sacra di riti zoroastriani, sortilegi, sonni incantati, illuminazioni mistiche, leggende e fenomeni prodigiosi ed è un invito a sospendere l’incredulità e a sposare l’incredibile.

È un romanzo fiabesco nonostante l’orrore di cui è intriso; riesce a spezzare il cuore del lettore e a ripararlo con sprazzi di magia, illuminazioni liriche, emozioni spirituali che trionfano sul dato e sul fatto materiale.

Al suo interno danzano insieme, compenetrandosi continuamente, due dimensioni narrative, una reale, l’altra immaginifica.

Da una parte l’Iran repressivo, antidemocratico, violento dell’ayatollah Khomeyni, che prende il potere con la rivoluzione del 1979 e fonda una Repubblica islamica che mortifica il corpo e l’anima e stringe le sue tenaglie fondamentaliste ovunque.

Dall’altra la fuga nella natura e nella fantasia per trasfigurare il potere, privarlo della sua forza brutale, sfidarlo a colpi di letteratura, inventiva, forza mitica e fiabesca.

Da Teheran, città “drogata di oppressione, di povertà, di divieti, di nostalgia”, ai boschi del Mazandaran, colmi di sacralità e sovrannaturale, di libellule che brillano come stelle fra i capelli, di susini selvatici sulla cui cima raggiungere l’illuminazione, di morti che dialogano con i vivi come fossero vivi, e di vivi che si sentono morti per quello che hanno dovuto subire.

Realismo e magia.

Ferita storica insanabile e ricerca dell’immaginazione come forma di cura e di superamento dell’orribile.

Il regime che toglie ogni possibilità espressiva, ogni meraviglia poetica, filosofica, letteraria e tutta la potente libertà che può offrire il surreale, l’inverosimile, il racconto di eventi straordinari.

Come quello di una donna che si trasforma in sirena e va a vivere nelle profondità del mar Caspio o di una neve nera che cade per centosettantasette giorni di fila o di due innamorati che creano cerchi di fuoco ogni volta che fanno l’amore (le parti romantiche del romanzo mi hanno fatto venire in mente La schiuma dei giorni).

O ancora di torrenti impetuosi, fatti delle lacrime dei fantasmi dei prigionieri politici e religiosi uccisi dal regime, che inondano ogni cosa fino ad arrivare alla camera dell’ayatollah.

Piansero… e piansero… e piansero. Piansero perché avevano nostalgia delle cene coi loro cari; desideravano stufato alle erbette, stufato di di carne e melanzane, pollo con bacche di crespino. Avevano nostalgia delle risate spensierate con le loro famiglie, dei baci e della buonanotte.

Racconto che viene portato avanti per tutto il romanzo da un fantasma, quello di Bahar, arsa viva in un rogo durante una sommossa, ma ancora vicina ai suoi familiari, a chi c’è ancora e a chi è morto come lei, come il fratello Sohrab.

Ed è fra queste due dimensioni che si dipana in maniera singolare la storia di una famiglia altrettanto singolare.

L’illuminazione del susino selvatico è quindi anche un bellissimo romanzo famigliare, in cui l’amore fra i vivi e i morti vaga, si mette alla prova e poi torna da dove è partito.

C’è – ed è struggente – una costante fusione tra il mondo dei vivi e quello dei morti in questo romanzo, c’è fra di loro uno scambio di vedute, di pensieri, di parole e di promesse, c’è una permanenza nell’aldiqua di chi dovrebbe essere nell’aldilà, di chi non c’è più solo con il corpo ma c’è ancora nell’aria, nella terra, negli oggetti, fra gli alberi.

La bellezza dell’Illuminazione del susino selvatico è vasta e quello che mi ha suggerito per tutto il tempo è stato questo: che narrare è importante, è un atto di liberazione, di controffensiva immaginaria, di ritorno al fluire spontaneo della vita, delle sue meravigliose forze, dei suoi misteri.

Che raccontare storie è rifugiarsi nell’essenza più autentica dell’essere umano, che è verbo prima di ogni cosa.

Che gli esseri umani hanno bisogno di storie e di trasfigurazioni, di miti e di compensazioni fantasiose, soprattutto quando i tempi sono neri.

Che la memoria tiene in vita chi se n’è andato e che ornare la memoria di dettagli fantasiosi può essere una via per illuminare il proprio triste cuore.

Che i libri sono il primo e l’ultimo rifugio di chi vuole ricominciare a vivere, sono possibilità di rinascita e di ampliamento di sé,  e se il regime li brucia bisogna subito provare a riscriverli su bloc-notes:

«Scrivete. Scrivete tutto ciò che ricordate. I personaggi dei romanzi, i loro amori, le loro guerre e paci; le loro avventure, l’odio, i tradimenti… Buttate giù tutto quello che vi torna in mente dei libri». E così facemmo. Da mattina a sera, per quaranta giorni.

Quanta bellezza e nobiltà c’è in tutto ciò? Quanta luce contro l’oscurantismo?

L’emozione che ho provato potrete capirla solo leggendo il romanzo e perdendovi nella sua tragica, bizzarra, mistica anima.

Sì, L’illuminazione del susino selvatico è un libro dotato di anima.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *