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L’esercizio di leggere Esercizi di fiducia

La mia esperienza di lettura di questo libro è contenuta nel suo titolo: è stato un esercizio, ha richiesto fiducia.

Alla fine della prova mi sono sentita sfinita, disorientata, stesa al suolo come la sedia verde in copertina.

Avrei potuto non scrivere nulla in merito al test di sopportazione nervosa che ho subìto leggendolo, ma qualcosa mi spinge a raccontare com’è andata, a condividere il mio disagio misto a una strano interesse post ed extra lettura, il magnetismo che sembra aver esercitato su di me nonostante la fatica e la frustrazione.

Fin dall’inizio e per tutte le sue 311 pagine le mie impressioni sono state sempre le stesse: mi è parso un romanzo disorganico e quindi malfunzionante, confuso, privo di un’armonia narrativa che facesse anche da filo conduttore. Come se non fosse messo bene a fuoco e sfuggisse a ogni tentativo di essere afferrato con chiarezza da chi legge.

Ma è anche un romanzo consapevole di questa nebulosità, che vuole deliberatamente confondere e rimescolare le certezze del lettore, metterne alla prova la fiducia, alimentarne la sfiducia, condurlo alla fine con continue seduzioni e delusioni.

È un romanzo complesso, per certi versi chiuso o di difficile apertura; richiede pazienza, fiducia verso il talento di chi l’ha scritto e verso il proprio talento di lettore.
Sembra dirti costantemente: «Leggimi se vuoi ma non aspettarti risposte. Non te le darò io. Datti da fare tu!». Insomma, un atto di fiducia sproporzionato rispetto a quello che si ottiene alla fine del percorso.

Si tratta sicuramente di un esperimento di manipolazione narrativa, un esercizio metaletterario da vivere con mente aperta alla decostruzione, alla rottura, alle non linearità.
È un’innovazione che sembra voler evitare l’empatia e la coerenza e puntare tutto sul non detto, sul detto in parte, sul detto fra le righe o nei sottotesti, là dove forse si annida la verità.

È chiaro che i ruoli tradizionali scrittore-lettore vengono rimessi in una nuova prospettiva e che non bisogna aspettarsi il classico patto di fiducia tra i due, la piena affidabilità del primo, il totale abbandono del secondo.

C’è da stare all’erta rispetto a quanto ci viene narrato, c’è da filtrare, aspettare, rinnovare lo sguardo e la confidenza in continuazione ed è un’esercitazione interessante, una sfida originale all’atto canonico di leggere.

Ma stare al gioco di Susan Choi non è facile. Ci si sente spesso (almeno per me è andata così) soli e disattesi, senza appigli al vero o al falso, all’onestà di una materia narrativa che è invece strana e sfuggente.
I narratori sono inattendibili, l’assenza di onniscienza li rende fragili rispetto al lettore in cerca di punti di vista solidi.

Ecco, credo sia stato questo ad avermi stancato di più: questo non potermi abbandonare all’autenticità delle voci narranti, questo senso di fiction svelata e nascosta in continuazione, di verità offerta e sottratta senza posa.

Poteva durare per un po’ ed essere un originale esercizio, ma per un intero romanzo mi sembra troppo.
Passare nella stessa frase dalla prima alla terza persona mi sembra troppo.

Esercizi di fiducia è diviso in tre parti e quando passi dall’una all’altra devi azzerare tutto, riposizionarti rispetto a quanto ti viene detto e ricominciare a cercare il senso (che, a onor del vero, c’è. Solo che non ama manifestarsi).

Ora, lettori più avanguardisti e giovani di me potranno trovare fighissima quest’idea, questo mescolamento iconoclasta delle carte in tavola.
Ma io – che ho un’altra età e una forte predilezione per il completamento dei puzzle narrativi e per gli intrecci in cui tutti i nodi alla fine vengono al pettine – mi sono sentita a disagio.

Nella gerarchia di potere scrittore-lettore Susan Choi mi ha dominato. Con ciò non voglio dire che sia una tiranna, dato che avrei potuto liberarmi del libro in qualsiasi momento, ma che riesce in qualche modo a farsi ascoltare dal lettore anche se quest’ultimo è stanco degli esercizi di fiducia teatrali, delle stranezze della storia, della sua messa a fuoco non tradizionale. Mi sono fidata di lei, nonostante tutto. Da questo punto di vista l’esercizio può considerarsi svolto.

Infatti non posso dire di aver odiato Esercizi di fiducia.

Ecco i punti a mio parere interessanti, le ragioni per cui non ho lanciato il libro e le sue pretese fuori dalla finestra:

– il modo in cui viene narrata l’adolescenza, età della vita priva di mezze misure e di senso del decoro, grande giostra ormonale e umorale in cui siamo saliti tutti e da cui siamo scesi con sollievo. L’amore a quell’età è storto, scomposto, esagerato e quello tra Sarah e David lo è in modo emozionante, vibrante.
Ho trovato molto forte il modo in cui Choi ne descrive le spinte, le estremizzazioni, le insensatezze impulsive.
Avere 15 o 16 anni è esattamente così, il cuore sembra un amplificatore di reazioni o un perfetto idiota.

A riposo, perfino quando entrambi guardavano dritto davanti a sé, tra loro c’era un filo teso, e i compagni cambiavano strada per evitare di inciamparci.

Leggere di adolescenza è sempre commovente, vengono in mente ricordi dolci e sgraziati, quei lontani «mi sta guardando?» rivolti a sé stesse o alle amiche come forma di soddisfazione o di delusione totalizzante.

Ma ecco che cos’era avere quindici anni, penserà quando ne avrà il doppio, e poi il triplo. Il patente e il latente a dividersi il medesimo spazio mentale.

– La prima parte, quella in cui Esercizi di fiducia assomiglia a un romanzo di formazione normale, è interessante, soprattutto in relazione all’ambientazione in una scuola di arti performative, la CAPA, dove si studia e si recita, dove tutto sembra performance e dove i docenti, uno in particolare, sfidano gli alunni a colpi di esercizi di fiducia e induzioni di crisi di nervi.
Il microcosmo creato da Choi, con le sue bizzarre dinamiche e le sue regole di fiducia e abuso della posizione fiduciaria, ha qualcosa di intrigante, di malsano e fuori dal mondo comune.

Esercizi di fiducia è stato definito #metoo novel ed è chiaro perché: parla di abusi di potere fisico e/o psichico di uomini adulti su minorenni, di misoginia, di ostilità fra donne, di silenzi complici e di vendetta sugli stessi.

«Hai scritto un sacco di cose esattamente come sono successe, e poi hai lasciato fuori la verità. Perché? Chi pensi di proteggere?»

Sensibilizzare attraverso la letteratura credo sia sempre un atto di grande importanza. Susan Choi mostra uno dei tanti modi che ha l’uomo potente di schiacciare la dignità della donna e uno dei modi in cui si può reagire: cercando la verità, costringendo a parlare chi ha taciuto.
Da questo punto di vista il Esercizi di fiducia è un testo scottante, carico di potere. La vittoria del prestigioso National Book Award me la spiego così.

A parte questi tre punti positivi e per me ben chiari, a fine libro mi è rimasto fra i pensieri un punto interrogativo grande e vuoto come la metropoli del Sud degli Stati Uniti (Houston?)  in cui è ambientato il romanzo.

Se Esercizi di fiducia è un esperimento, per me è riuscito. L’ho letto tutto, mi sono fidata, mi sono interrogata.

Ma se Esercizi di fiducia è un romanzo, per me non è riuscito.

Certi patti sacri fra chi scrive e chi legge vanno onorati, anche nella sperimentazione.

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