libri

Ragazza, donna, altro

L’“evaristitudine” è ovunque, mi imbatto in foto e discussioni su questo libro in continuazione, online e offline, e sento grande fermento.
La parte di me incompatibile con le viralità mediatiche ne sarebbe perfino infastidita se non fosse che si tratta davvero di qualcosa di speciale, che merita catene di condivisione, diffusioni esaltanti e Instagram monotematici.

Perché Ragazza, donna, altro è uno scrigno di ricchezza umana, di coralità e di alterità. Ma anche di soggettività che lotta per essere tale.

È apertura, accoglienza, inclusività.

È ciò che è diverso da me ma merita tutta la mia attenzione.

È “una scossa di afro-ginocentrismo” che ti entra dentro e ti scuote dal torpore delle tue agevolazioni di donna dalla pelle bianca.

È il mio avvicinamento alle varie intersezioni di una questione stratificata, che non riguarda solo il genere.

Leggendolo ci si apre, si estendono i confini della propria piccola esperienza, della propria univoca femminilità, della propria etnia, della propria sessualità e ci si sente ampliati, amplificati, come se certi costrutti inconsci si dilatassero e divenissero liquidi.

Ci si affaccia su un panorama femminile britannico variegato e fervente, pieno di vita e di capacità di capirsi e di crearsi nonostante pregiudizi razziali, patriarcali e omofobi duri a morire.

Ci si sente liberati come dopo una clausura nel proprio limitato perimetro esistenziale e si esplora tutto ciò che non è binario, tutto quello che può essere l’identità quando non viene racchiusa dentro barriere sessiste, nazionaliste, classiste, razziste.

Megan era in parte etiope, in parte afroamericana, in parte del Malawi e in parte inglese
che a suddividerla così suonava strano, perché di base era semplicemente un essere umano tutto intero

Prima di leggerlo avevo il mio punto di vista e il mio solido statuto di donna-occidentale-bianca-etero come riferimento primario, inclusivo sì, ma poco informato sull’“altro”.
Dopo averlo letto ho incontrato e fatto entrare dentro di me molteplici prospettive, ho esplorato tante possibili geografie della femminilità e della libertà di genere, ho messo a fuoco con imbarazzo alcune gerarchie di privilegio e di potere e ho cercato di farle fuori insieme alle protagoniste, animata da un femminismo istintivo, solidale e non programmatico.

Femminismo sano, umano, che libri come questo contribuiscono ad alimentare, senza eccedere mai con i donnismi, i misandrismi, i radicalismi (come quelli assurdi del personaggio di Nzinga!) o, ancora peggio, il glamour.

Non sono una grande sostenitrice (ma nemmeno un’oppositrice) degli hashtag femministi alla moda, dell’asterisco e dello schwa a fine parola, del femminismo come tendenza da stampare su una t-shirt e come marketing, di quella belligeranza social che pare bisogna avere a tutti i costi in nome della parità di genere, anche quando si legge l’etichetta di uno shampoo.
Non ho scritto she/her sulla bio del mio profilo Instagram e continuo a dire “poetessa” e non “poeta” se chi ha scritto la poesia è una donna.

Ho grande rispetto per ciò che il femminismo (e il protofemminismo) è stato in passato, nelle sue diverse ondate e nelle sue forme attive, ossia lotta, controcultura, militanza vera.
Rispetto anche queste nuove forme di azione e penso che parlino di altri interessanti femminismi (sebbene alcuni mi sembrino superficiali), ma vorrei non fossero limitate a simboli e cancelletti da social media o a grandi ole virali fatte attorno a cantanti, attrici e icone pop.

Proprio per questo ho molto apprezzato il modo in cui Evaristo trasmette il suo femminismo e il suo attivismo: facendosi portavoce, attraverso la narrativa, della molteplicità e dell’unicità, intersecando più storie e livelli possibili. Perché “donna” non vuol dire un punto fisso dato una volta per tutte ma qualcosa di infinitamente cangiante e capiente.

Concetto la cui importanza va ribadita ancora e ancora, in tutti i modi possibili.

Romanzi come questo, senza ridursi a manifesto, possono smuovere immobilismi e sfidare sessismi più o meno consci.

Ragazza, donna, altro non è una cosa sola e lineare.
Sono 12 storie di ragazze, donne, persone gender free di età, professioni e vissuti diversi, tutte piene di complessità, di varietà, di attitudine alla ricerca di sé stesse in un’Inghilterra non sempre accogliente verso chi è nero o di sangue misto.

Donne alla conquista di Londra, città-squalo omologante per certi versi ma diversificante per certi altri, metropoli da scalare e dai cui non farsi escludere (ma c’è anche chi trova sé stessa nella campagna e in una vita più appartata, come Megan/Morgan e Hattie, le mie persone preferite del romanzo).

Molte delle donne narrate da Evaristo sono, o sono state, in corsa versi successi metropolitani, posizioni socio-economiche di alto o almeno di buon livello, arrampicate sui grattacieli della City, lontane dalle periferie e dal sentirsi periferiche rispetto al loro diritto all’autodeterminazione.

C’è  in tutto il romanzo questa modalità quasi feroce di puntare al successo in diversi ambiti, e non credo sia un caso che lo spettacolo teatrale di una di loro, Amma, si chiami L’ultima amazzone del Dahomey e parli di indomite donne guerriere.

C’è una costante ricerca di conferme sociali, di visibilità, di dichiarazioni di trionfo. Di carriera, espansione, riscatto dalle origini ghettizzanti, da passati che sembrano copioni di destinazione al fallimento.

Alcune di loro all’inizio mi sono parse fin troppo rampanti, ma la mia era una percezione da bianca.
Poi ho capito, ho intercettato il germe scoraggiante e carnivoro del pregiudizio razziale, la necessità di debellarlo in ogni atto, in ogni scelta, anche nel successo, oggi come un secolo fa.

Un successo ben diverso da quello dei bianchi privilegiati alla conquista del mondo capitalista, perché sempre esposto a diffidenze di natura razzista, anche nell’eccellenza dell’istruzione, della creatività, dell’imprenditorialità.

L’empowerment di queste donne dal vissuto non sempre facile è una conquista quotidiana, una necessità che viene da molto lontano.
È ambizione e coraggio, ma anche il dovere di non sentirsi vittime.

sì ma io sono nera, Court, e questo mi rende più oppressa di tutti quelli che non lo sono

Che sia il presente come punto di arrivo o il passato, anche sbagliato, come transito verso la propria autorealizzazione, c’è nel tempo di queste donne una fame di affermazione che è un inno alla libertà di essere e di esserlo senza stereotipi interconnessi fra loro.

In quanto bianca che non ha mai dovuto lottare per i suoi diritti mi sono sentita colpevolmente lontana da queste donne, ma ne ho ascoltato le storie con il cuore spalancato all’ospitalità, al molteplice, a ciò che ogni essere umano può essere o diventare.

C’è tanta fluidità dentro il romanzo – sembra quasi di avere una pluralità fra le mani più che un singolo oggetto di carta – e fluida è anche la sintassi, il modo non canonico in cui le parole e le frasi si dispongono nello spazio delle pagine (Evaristo è autrice di testi teatrali e lo si percepisce).

Ammetto che sulle prime sono rimasta spiazzata, come se non riuscissi a trovare da sola le pause e i respiri senza il controllo convenzionale dell’ortografia. Ma superato il trauma iniziale sono riuscita a fluire anch’io insieme alla scrittura, a vederne la poesia e la libertà espressiva.

Anche questo modo di scrivere fa parte dell’esperienza multiforme che il romanzo offre e va accolto.
Pochi punti fermi, molta mobilità.

E una sensazione bellissima di libertà, di scorrevolezza, di elasticità interiore.

Che siate ragazze, donne o altro, ragazzi, uomini o altro, il mio consiglio è: leggete questo libro-coro e fatene tesoro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *