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Consigli di lettura dicembrini: 4. Una storia tra due città

Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un’epoca di saggezza, era un’epoca di follia […]

Ultimo post-consiglio di lettura dicembrino che vale anche come bigliettino di auguri per le feste in arrivo.

Sarà sicuramente un Natale privo della sua confortante classicità e ridotto a una simulazione, ma pur sempre Natale. Da onorare nel cuore, nelle letture e in certi piccoli riti.

Nei giorni precedenti e durante le feste mi piace immergermi in un classico dell’Ottocento, e in un classicone di Dickens in particolare. È come creare del tepore in una giornata fredda, come accendere un focolare immaginario e sentire il crepitio confortante delle fiamme. La letteratura che si fa abbraccio.

Dickens, come diceva Tomasi di Lampedusa, “è uno dei più insigni creatori di mondi” e in questo periodo con ancora più urgenza ho bisogno di mondi e di atmosfere ben precise che ne avvolgano i confini.

Dickens in questo senso è una garanzia: apri il libro,  metti a fuoco grazie alle sue descrizioni pluridimensionali un mondo – e un’epoca – e ci entri dentro con tutte le scarpe. Addio mondo pandemico del 2020.

Poco importa se i mondi in cui ti infili per suo tramite sono sordidi, bui, pieni di miseria, di ingiustizia sociale e di umiltà strappa-cuore, talora patetica: ci sarà sempre un angolo di quiete domestica in cui trovare ristoro, un cosmo  familiare contro il caos delle strade, uno sguardo dolceamaro, spesso ironico (in Una storia tra due città molto meno però) che tutto avvolge, una denuncia non urlata ma incisiva che asseconda la bontà innata nei nostri cuori, anche i più cinici e laici.

Una storia tra due città a dire il vero è forse il meno dickensiano dei romanzi di Dickens, e non solo perché si rifà dichiaratamente all’opera di Carlyle The French Revolution: A History, ma perché ha una solennità drammatica che in Dickens di solito si trova poco. Nessuna traccia di satira, di ironia caricaturale, di verve che tanto si ama in lui. Manca di quella creatività sintattico-lessicale-stilistica che si trova in altre sue opere.

È un romanzo storico, parla della Rivoluzione francese e degli anni successivi del Terrore giacobino ed è strano, abituati come siamo al Dickens vittoriano più o meno coevo a ciò che narra, in linea con le contraddizioni dei suoi tempi, leggere di una città e di anni non suoi.

Siamo abituati alla centralità di alcuni temi: le idiosincrasie dell’industrializzazione, le lungaggini burocratiche e legali dei tribunali,  l’oppressione degli umili, il riscatto sociale di orfani dal cuore d’oro, la filantropia di una certa middle-class vittoriana, l’ironia e la tendenza alla caricatura per denunciare le inciviltà.

È sempre fra le vie e le viuzze, anche le più appartate, della Londra del diciannovesimo secolo che Dickens ci ha fatto camminare, correre, osservare, piangere, ridere.
Non c’è autore che conosca la città meglio di lui,  i suoi alloggi bui, la nebbia che si infila in ogni anfratto, il Tamigi immobile e torbido, i focolari domestici del ceto agiato.

Qui Londra è soprattutto la silenziosa casa borghese di Soho del dottor Manette e di sua figlia Lucy, all’ombra del platano in giardino, lontana dagli echi violenti del mondo, dalla “tremenda marea” che sta travolgendo la Francia.

Ma è nel bollore sociale di Parigi, fra le strade misere e rabbiose del quartiere di Saint-Antoine, che pulsa il cuore del romanzo.

È lì, e non in Inghilterra, che la Rivoluzione prende forma e si deforma sempre più. È lì che Dickens, facendosi aiutare dalle fonti storiche di Carlyle, si sofferma, indaga, descrive.

E c’è una qualche familiarità anche in questo narrare ciò che è lontano nello spazio e nel tempo: i bassifondi di cui parla e di cui dipinge la rabbia bellica sono quelli parigini, ma non sono poi così diversi da quelle descrizioni di una Londra malsana e fatiscente che abbiamo letto altrove (mi viene in mente il quartiere di Tom-All-Alone di Casa desolata).

La capacità di coinvolgere chi legge, di calarlo nei moti dell’anima e del corpo dei personaggi, principali e secondari, è sempre quella ed è magnifica. Una sinfonia di stati d’animo e di slanci umani/disumani.

Chesterton in un suo saggio dice, a proposito dei personaggi, che Dickens “riuscì sempre a farne degli dèi. Sono creature affini a Pulcinella e a Babbo Natale” ed è verissimo. Sono dotati di persistenza oltre che di umana consistenza.

Sono quasi sempre dei “tipi” più che delle creature a tutto tondo ma ci si affeziona a loro come da bambini ci affezionavamo ai personaggi delle fiabe, ai buoni e ai cattivi.

Anche in Una storia tra due città i personaggi prendono forma e posto dentro il cuore di chi legge.
Sono intensi, melodrammatici, ispirati a una bonomia di matrice cristiana talora stucchevole (i romanzi di Dickens, lo sappiamo, sono influenzati dalla Bibbia e dal valore della carità) ma toccanti come pochi.

Verosimili o meno, pittoreschi o meno, sono sempre destinati a trasformarsi in ricordi duraturi nella memoria del lettore.

E quindi il dottore Manette, Lucie Manette, il signor Lorry, Charles Darnay, Sydney Carton chi se li toglie più dalla testa?

Monsieur Defarge e soprattutto Madame Defarge, che lavora impassibile ai ferri e intanto trama e organizza vendette cruente contro gli aristocratici, continuano a tramare e agitarsi anche quando il libro è chiuso.

Persino la Banca Tellson, “macchina spremisoldi” descritta come fosse un essere vivente, si fa voler bene.

E poi ci sono splendide descrizioni e pagine piene di forti metafore, allegorie e similitudini in questo romanzo e la sua bellezza è racchiusa soprattutto lì.

Come sempre Dickens è un maestro nell’usare paragoni suggestivi, nel rendere le sfumature di un tipo di clima o di carattere, di un vizio o di una virtù, nel creare dimensioni quasi palpabili.

La nebbia, nella sua desolazione, era salita fino alla cima del colle, come un’anima che errasse dannata senza trovare riposo.

E se è vero che trascura la psicologia dei suo personaggi a favore dei contesti in cui sono immersi, è anche vero che le atmosfere che dipinge hanno qualcosa del viaggio, della cinematografia, del teletrasporto.

Ho trovato molto potente la prolungata metafora marina sulla violenza del popolo rivoluzionario:

La risacca furente cominciò ad abbattersi sulla nuova sponda. L’attacco era iniziato.

D’improvviso la marea riprende a montare, si alza, si gonfia, più forte […]

Un mare buio e minaccioso in cui un’ondata, con violenza distruttiva, si veniva frangendo sull’altra, rovesciandosi da profondità ancora insondate con una forza ancora ignota. Un mare senza rimorso in cui turbinavano forme ondeggianti, gridi di vendetta, volti induriti nella fornace della sofferenza e su cui la pietà non poteva più lasciare il suo segno.

Tutta la forza generalizzante e annientante della Rivoluzione pulsa dentro scene  di questo tipo.

Dickens era un anti-monarchico e anti-conservatore, sempre dalla parte degli oppressi e degli ultimi della società contro le tirannie aristocratiche, ma in Una storia fra due città si intuisce come la rivoluzione non sia per lui la soluzione agli abusi di potere. La rivoluzione è come un’epidemia autodistruttiva che trasforma l’uomo affamato in bestia, una marea feroce in cui gli ideali di Libertà, Uguaglianza e Fraternità finiscono per coincidere solo con la morte.

Ci si massacra nelle pagine del romanzo, i sanculotti sono feroci e la ghigliottina sempre in azione, le teste dei ricchi rotolano, il “Terrore” domina,  ma a bene vedere la vera rivoluzione è quella che portano avanti senza furore, con timido e totale altruismo, personaggi come il dottor Manette o Sidney Carton o Jarvis Lorry.

Mi ha ricordato in certe cose Il conte di Montecristo, soprattutto nella prigionia e nei ritorni alla vita mai privi di strascichi emotivi e di segreti.

Il romanzo uscì a puntate settimanali per la rivista All The Year Round e, come nel Conte di Montecristo, si percepisce la sospensione strategica di ogni capitolo, l’obiettivo di fidelizzare il lettore.

Dickens è un grande narratore realista: le sue storie partono sempre dalla realtà e in Una storia tra due città questa cosa si avverte più che mai e si fa Storia.

Ma è soprattutto un grande romanziere affabulatore e anche in queste pagine rivoluzionarie parigine e tardo-settecentesche troverete tutto quel calore romanzesco di gusto popolare, quelle avventure, quelle scene di grande pathos, quella bontà di cuore, che vi faranno sentire a casa.

Consigliato a tutti e in particolare a:

  • chi vuole cimentarsi con un Dickens meno dickensiano (ma pur sempre dickensiano);
  • chi crede che i classici non smettano mai di dire quello che hanno da dire;
  • chi crede che la rivoluzione dell’amore sia sempre più potente di quella dell’odio.

Buon Natale!

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