libri

Consigli di lettura dicembrini*: 1. La ferrovia sotterranea

*(ma validi tutto l’anno, tutti gli anni, per tutti i tipi di lettori.)

 

La Grande Guerra era sempre stata quella fra i bianchi e i neri. E sempre lo sarebbe stata.

 

Mi sono avvicinata a questo romanzo con circospezione, come si fa con le cose grandi quando temiamo possano essere esagerate.

La sua componente metaforica sembrava collidere con la mia necessità di rigore storico.

L’espediente di fantasia – una ferrovia sotterranea che nella prima metà dell’800 aiutava gli schiavi neri a fuggire dal Sud schiavista verso il Nord abolizionista – per narrare un pezzo di storia così reale, così brutale e inemendabile, mi faceva preoccupare.

Mi chiedevo: come farà Whitehead a trasfigurare con qualcosa di simile al realismo magico tutto quel dolore, tutto quel gigantesco orrore razziale?

Come farà a insinuare l’invenzione distopica/utopica (seppur ispirata al vero) all’interno di un tema radicato con tanta violenza alla storia?

I binari della ferrovia sotterranea puntavano in direzione dell’assurdo.

Ecco, appunto.

Poi l’ho letto e, pagina dopo pagina, quella che prima era diffidenza è diventata fiducia, le ondate di collera per l’orrenda ferita nella storia dell’umanità sono andate di pari passo alle ondate di speranza. E queste ultime hanno avuto la meglio, alla fine.

La sventura si è fatta avventura.

E – spiazzante ma vero – la classica prospettiva spezzacuore e strappalacrime sullo schiavismo in qualche modo ha preso le sembianze di tostissima impresa on the road piena di rischi, imprevisti, incontri e scontri spesso esaltanti, di viaggio non pietistico, di corsa tutt’altro che lacrimevole verso un altrove possibile.

Non c’è nulla di romanzesco nei tentativi di fuga da realtà disumane, ma c’è sicuramente qualcosa di eroico, un senso di trionfo, di recupero celebrativo di sé stessi che va oltre l’effettivo buon fine del piano di evasione, oltre il comune senso di pietà.

Ed è su questi aspetti che si concentra il romanzo, riuscendo perfino a donare dell’ironia a chi legge, un alleggerimento del carico emotivo che non vuol dire svuotamento ma recupero dell’ottimismo.

Quello che ho amato di più della Ferrovia sotterranea è proprio questo: il suo non essere storia sulle vittime, ma sul coraggio di provare a non esserlo più.

Non è un romanzo che si autocompiange e che vuole far piangere il lettore, ma romanzo di lotta a piccoli passi per il riscatto, di resistenza  alla disumanità con tenacia sovraumana, di tappe avventurose verso un futuro riscrivibile, in cui non si appartiene più a qualcuno ma si è esclusiva proprietà di sé stessi.

È un romanzo carico di energia liberatoria, di rabbia che spezza le catene, di fierezza che scava tunnel nel ventre della terra americana.

Si concede, in mezzo al dolore e alla denuncia, dei toni western cinematografici che avvincono, dei personaggi tarantiniani, come il cacciatore di schiavi Ridgeway, i cui tratti caricaturali e le cui teorie filosofiche sono un modo per farsi beffe della cattiveria insieme alla complicità divertita del lettore.

Ha qualcosa dei grandi classici ottocenteschi, dei romanzi di formazione dickensiani pieni di corse a ostacoli, villains, benefattori.

Qualcosa dell’epica omerica, con un’eroina girovaga di fronte a una serie di prove, non per tornare da dove è partita ma per tornare a sé stessa.

Ha anche qualcosa dei Viaggi di Gulliver, citato nel romanzo e letto di nascosto da uno dei personaggi:

Caesar aveva nascosto I Viaggi di Gulliver sotto il pavimento di terra battuta della scuola […] Se non leggeva, era uno schiavo. […]
Il bianco di cui si parlava nel libro, Gulliver, passava da un pericolo all’altro, e ogni nuova isola era una nuova situazione complicata da sbrogliare prima di poter tornare a casa.

Ed è miracolosamente positivo.

Lo stomaco si contrae spesso, soprattutto nella prima parte, quella sulla “vita” in una piantagione di cotone in Georgia; l’orrore descritto da Whitehead fa male e ha l’aspetto straziante di un gatto a nove code che strappa la pelle, di un’impiccagione preceduta da violenza indicibile, di uno stupro alla propria dignità di vivente.

Ma, via via che la protagonista Cora procede nel suo viaggio verso il Nord, attraverso la Carolina del Sud, la Carolina del Nord, il Tennessee, l’Indiana, è come se la piantagione e il sistema folle che ne è alla base si sfaldassero, è come se ci si riappropriasse del respiro, scoprendo le parti buone, cooperative, reattive di una questione mostruosa.

Si potrebbe obiettare (e qui torno alle mie perplessità iniziali) che si tratta di finzione, che – sebbene ci sia stata davvero una rete clandestina di abolizionisti che aiutavano gli schiavi a fuggire – nessun treno sotterraneo ha mai tratto in salvo qualcuno.
Cosa rimane, ci si potrebbe chiedere, alla fine di questa lettura, se non l’amarezza dell’illusione, di ciò che non è stato?

Potrei provare a rispondere così: rimane la speranza, un senso di fiducia nel cuore umano, nella sua capacità di diffondere bellezza empatica e solidale anche quando è incatenato. Ma soprattutto nella sua forza organizzativa e avventuriera, nella sua inventiva quando c’è da reagire.

Rimane la splendente immagine di una schiava che tiene la testa alta, come la donna in copertina, ed è magnifico pensare che in qualche caso sia andata davvero così.

«Un nero libero cammina in maniera diversa da uno schiavo», diceva.

Rimane una scrittura in perfetto equilibrio tra coinvolgimento indignato e riscatto letterario di questa indignazione.

Rimane una lettura avvincente, avventurosa, senza eccessi di epopea e del tutto priva di prosopopea, senza buonismo e senza vittimismo, ricca di spostamenti, esplorazioni nella geografia e nella storia degli Stati Uniti del Sud, stati schiavi anch’essi ma dei loro errori razzisti, stati che cambiano come le isole di Gulliver man mano che il Nord si avvicina.

Rimane nel cuore Cora e chi come lei ha dovuto lottare nei campi di cotone, nelle soffitte, nei nascondigli della notte, nella segretezza mai certa della fuga, prima di trovare il binario della libertà.

Consigliato a tutti e in particolare a:

  • chi crede più all’umanità che alla disumanità;
  • chi ama il potere delle metafore;
  • chi ama i film di Quentin Tarantino, soprattutto Django Unchained;
  • chi si lamenta delle restrizioni in tempi di pandemia e parla di limitazione della libertà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *