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La figlia unica

Se dovessi scegliere un libro che parla di maternità con onestà disarmante e una commovente apertura al dubbio, andrei a estrarre dalla mia libreria senza esitazione Maternità di Sheila Heti (di cui ho scritto qui), che ho amato come si ama una liberazione.

Pensavo di aver trovato un riferimento assoluto in tal senso, ma poi ho letto La figlia unica di Guadalupe Nettel e adesso i riferimenti sono due. La mia gratitudine è raddoppiata.

Mi sento grata a questo romanzo e cerco di spiegarvi perché.

– Per il modo tridimensionale in cui tratta il tema della maternità.
Una declinazione non univoca ma multiforme di un argomento troppo spesso ridotto a stereotipo e attorno a cui ruotano molta ipocrisia, edulcorazione e buonismo di natura patriarcale.
Essere madri non è un ruolo stabilito una volta per tutte ma un’esperienza soggettiva.
Non essere madri non è sottrarsi vigliaccamente a una funzione femminile ancestrale ma voler essere l’idea personale che si ha di sé stesse.

Mi sono sentita liberata leggendolo, come se avessi meditato e poi sprigionato un’energia potente dentro di me, come se avessi sperimentato l’inclusione in una dimensione in cui, spesso, se non hai figli vige l’esclusione da parte di chi li ha e viceversa.

Non c’è un solo modo di essere madre così come non c’è un solo modo di essere donna. Diventando madri non si diventa madri in assoluto ma con peculiarità, condizioni, azioni e reazioni diverse di volta in volta, perfino all’interno di uno stesso percorso di maternità.

E così La figlia unica viene a liberarci dall’equivoco dell’evento universale e uniformante per riportarci al particolare, a storie diverse, tutte uniche e preziose.

Maternità che non c’è e serenamente non vuole esserci per Laura, che si è fatta chiudere le tube.
Maternità cercata che poi diventa macigno ma anche meraviglia per Alina.
Maternità spezzata da un figlio traumatizzato e ingestibile per Doris.

Ma anche maternità inventata eppure viscerale per Marlene.
Maternità matura che si concede ciò che la maternità le ha tolto in passato per la madre di Laura.
Maternità al posto di altri per gli uccelli nel balcone di casa di Laura (così ho scoperto il parassitismo di cova, fenomeno assai affascinante che mi ha aperto ancora di più la mente. Dal regno animale c’è sempre da imparare).

Tante maternità o non maternità quante siamo noi donne. Nessuna linea netta fra l’una e l’altra possibilità.

Via tutti quei luoghi comuni sulla donna senza figli immatura ed egoista, scortese con i bambini o che non sa come cambiare un pannolino, o sulla donna con figli come creatura felicissima all’apice della propria autorealizzazione o come martire per il bene supremo della prole.

Via tutte quelle semplificazioni, quelle simbolizzazioni di natura biblica, quegli anacronismi che guardano solo all’utero e non alle singole sensibilità.

Spazio all’unicità.

Leggendo La figlia unica mi è sembrato di abbracciare tutta la sconfinata portata dell’essere o del non essere madre, di esplorare una condizione stratificata, plurima, colma di forze luminose o nere e di mille sfumature nel mezzo. Ed è stato magnifico.

– Per la scrittura pulita, semplice, gentile di Guadalupe Nettel.
Dico sempre di amare le cure stilistiche e la ricercatezza in letteratura ma poi provo qualcosa di simile alla beatitudine mentre leggo prose delicate ed essenziali come questa e mi dico che per scrivere così bene con così poco bisogna essere davvero molto bravi.
Senza paroloni scalpitanti, frasi ad effetto o orpelli per decorare la sintassi, Nettel scrive e comunica con grande forza.
La sua è una scrittura morbida e liquida insieme, che accarezza il cuore e scorre via veloce. Le pagine arrivano al capolinea in un soffio, mentre la felicità di una simile lettura aumenta sempre più.

– Perché mi ha fatto provare una fortissima empatia, cosa che mi succede solo quando dimentico la fiction (che qui, comunque, è parziale) e mi connetto al reale, percependo i personaggi come persone.
Le protagoniste di questo romanzo sono vere come la vita, hanno pensieri scomodi, anche cinici, proprio come accade nella realtà, e ci assomigliano nella loro imperfezione, nelle loro deformazioni.
Impossibile non empatizzare, piangere, tirare un respiro di sollievo per loro e insieme a loro.
Creature letterarie così hanno il dono raro della persistenza.

– Perché gli argini della straziante vicenda centrale – la malformazione cerebrale della piccola Inés, la sua vita a rischio – sono solidi e non franano mai sotto le spinte facili di pathos e pietas.
C’è un grande equilibrio in questa storia e nel dolore che porta con sé, c’è il permanere bellissimo di un’umanità da ammirare e non da commiserare.
Mi sento sempre bene quando, leggendo, imparo qualcosa non sul dolore ma sulla gestione di esso.
La figlia unica ha tanto da dire e suggerire in questo senso.

[…] mi sono detta che è vero che esiste il destino, ma c’è anche il libero arbitrio, e consiste nel modo in cui prendiamo le cose che ci tocca vivere.

– Perché, e qui mi riallaccio alla motivazione precedente, alla fine della lettura in me ha prevalso l’ispirazione e non la disperazione: è un romanzo che ispira desideri di empatia, di sostegno amicale, di accudimento, non per forza di un figlio o di un essere umano. Tutte sensazioni fortificanti, mai scoraggianti, nonostante i problemi serissimi che attraversano le pagine.
Sì, se dovessi trovare un solo aggettivo per La figlia unica direi: fortificante.

– Perché offre un’idea di famiglia fluida, da inventare, non per forza tradizionale, e ne ridefinisce le possibilità di accoglienza. Molte femmine di diverse specie si prendono cura dei figli delle altre, come i delfini o gli uccelli, e apre il cuore pensare a questa prospettiva. La famiglia può essere qualsiasi persona o situazione ci faccia percepire il nido.

–  Per i parallelismi con il regno animale, molto frequenti, che sono bellissimi e illuminanti modi per portare lo sguardo altrove, verso abitudini e approcci alla vita che non ci riguardano ma che hanno tanto da suggerirci.

Noi umani e gli animali ci assomigliamo in moltissime cose, più di quante siamo disposti a riconoscere, ma ce ne sono altre in cui le nostre due specie non coincidono. Il modo di affrontare la maternità è una di queste. D’altro canto mi domando quante madri divorerebbero i figli malati così, semplicemente, se la legge non glielo impedisse.

– Perché tratta il tema dell’amicizia fra donne con genuinità, senza trionfalismi, femminismi e altre degenerazioni sull’eroismo femminile e le alleanze tutti i costi. Ci si offre tazze di infusi caldi al tiglio, passeggiate o cene ristoratrici, sigarette, spese al mercato, piccole cure non per forza dichiarate. C’è molta autenticità e bellezza in ciò.

In conclusione, dirò questo: che molte donne leggeranno sé stesse dentro le pagine di questo romanzo e forse si sentiranno liberate da millenni di sensi di colpa genitoriali, dal sospetto della propria imperfezione di madri o del proprio egoismo da non madri, da dosi di maternalismi e paternalismi non richiesti e da tutto ciò che tenta di appiattire la loro – la nostra – unicità.

C’è da esserne grate.

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