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Elsa Morante. Una vita per la letteratura

In questo periodo così immobile e racchiuso dentro confini necessari, così povero di vita esterna, di scoperte, di esplorazioni libere, leggere biografie mi aiuta ad ampliare col pensiero gli spazi, le possibilità, le speranze.

Leggere vite di altri, soprattutto di scrittori, smuove qualcosa di stagnante dentro e fuori di me.
È un invito a una festa di nomi, di opere, di case, di amori, un tuffo nel cuore di epoche in cui ci si poteva votare all’arte o alla letteratura con assolutismo.

Leggere la vita di Elsa Morante, così religiosamente indirizzata alle lettere, agitata da passioni mai moderate, insubordinata, trainata dall’immaginazione, è come fare scorte di esaltazioni e furori.
È come assistere a qualcosa di fantomatico e fuori dal canone dell’umanità comune.

La mitomania è parte integrante dell’universo mentale di Elsa Morante. E questa tendenza a fare leggenda di se stessa attraverso storie deliranti, ripensamenti improvvisi, esaltazioni, sentenze incontestabili, furori, scoraggia qualsiasi seria ricerca su ciò che è stata davvero la sua vita.

Una vita che sembra contenerne altre mille, che ingloba persone, romanzi, viaggi, esperienze senza arretrare mai, nemmeno quando inciampa in ossessioni, ostinazioni distruttive e autodistruttive, nemmeno quando certe posizioni e prospettive  sono condanne alla solitudine.

Le cose che mi spiazzano di questa donna geniale sono tante e sembrano tutte avere poco a che fare con la normalità, la regolarità.

Continuo a trovare incredibile soprattutto un aspetto del suo essere: l’immaginazione.

Sovrabbondante, fisiologica, intrisa di memoria, è il suo modo di rispondere alla banalità dell’esistenza ordinaria e meccanica, al mondo che è “una regione di squallore a chi senza anima la abita”.

Così la vita vera – che nel caso di Elsa è ricca di socialità, di relazioni, di amicizie – è ancorata a quella immaginata, come se non fosse possibile separare le due dimensioni, il dato di fatto dal dato fittizio, la Roma in cui vive in carne e ossa dalla città interiore ricca di invenzioni in cui si aggira giorno e notte fin da bambina.

E poi, come conseguenza di tale dono, di tale integralismo, la devozione spirituale alla letteratura.
De Ceccatty dice che Morante “è stata una mistica della scrittura” ed è davvero così.
Leggendo le sue opere si percepisce questo culto, si avverte una dedizione che è sacrificio ma anche estasi dello scrivere.
Credo sia stato questo ad avermi fatto percepire, mentre leggevo i suoi romanzi, qualcosa di religioso, un’adorazione di riflesso per una materia narrativa adorata da chi l’ha generata.

Elsa non si serviva della letteratura per scopi politici o ideologici, la sua è la risposta pura e totalizzante a una chiamata che si impone come divinità e demone.

Un altro aspetto che mi colpisce di questa biografia semidivina è la sostanziale incapacità di Morante di vivere in equilibrio, con autocontrollo e maturità.

Elsa creava mondi con la fantasia ma non sapeva stare al mondo. Viveva sotto il sortilegio totalizzante della scrittura, spinta a inventare da una magia che non è di questo mondo.
Il mondo materiale non era il suo campo migliore.
Elsa non aderiva mai pienamente al vero e sembrava esprimere sé stessa – come donna e come scrittrice – nella dimensione della fiaba, in ciò che è trasfigurazione, invenzione, irrealtà.

Rientrano in questa modalità anche gli innamoramenti testardi per omosessuali che non potevano e non sapevano ricambiarla.
Elsa si innamorò di Luchino Visconti e di Bill Morrow in modo iperbolico, irrazionale, condannandosi a una frustrazione che può apparire inspiegabile, quasi confinante con la pazzia.

L’orgoglio e l’egocentrismo, sue caratteristiche, la portavano a cercare l’amicizia degli omosessuali nel desiderio di essere, fra loro, l’unica donna.

Anche con Pasolini instaurò un rapporto di amicizia-dipendenza che, come molti rapporti fondati sull’eccesso di coinvolgimento, si  trasformò in dissidio e risentimento (lui stroncò La storia, percependolo come inautentico, didascalico, lei si offese, ma poi gli dedicò una bellissima lettera in forma di poesia, A P.P.P. In nessun luogo, in occasione della morte violenta nel 1975).

Ancora, mi suscita stupore il suo carattere impossibile, privo di misura, perfino crudele.

Era schietta, umorale, indelicata con gli amici, con il marito Moravia, troppo razionale per lei (della loro storia d’amore e guerra e del libro che ne parla ho scritto qui), con chiunque non rientrasse nella sua sfera di tolleranza.
Non era ipocrita Elsa, anzi, litigava, offendeva, rompeva rapporti in virtù della sua visione delle cose.
L’assenza di compromessi era totale in lei, le sue idiosincrasie forti e numerose.

Elsa era infelice? Sembrerebbe di sì, ma di quell’infelicità necessaria a ogni creatura speciale, a ogni mente in conflitto con il reale e in contatto costante con il surreale.

Il suo universo interiore era fecondo, il suo idealismo romantico era radicale e lei difendeva sempre, con tenacia marziale, questo diritto e dovere di inventare.
Sentirsi a proprio agio con la vita era impossibile per una donna così visionaria e piena di slanci immaginifici.

I suoi romanzi privi di editing e preoccupazioni editoriali, pieni di digressioni, indifferenti alle logiche del ritmo narrativo classico, e proprio per questo geniali e inclassificabili, sono la preziosa testimonianza della sua weltanschauung magica.

Di quel lirismo ispirato da Dante, Umberto Saba, Sandro Penna, per lei modelli supremi, che dona alla sua scrittura una qualità speciale, atemporale, quasi ultraterrena.
E ciò non vuol dire perdersi in deliri onirici e dimenticarsi di narrare qualcosa al lettore: c’è sempre un’aristotelica verosimiglianza in ciò che lei narra, ed è questa che ci tiene incollati alle sue storie-sortilegio.

Lei stessa diceva:

Un vero romanzo, dunque, è sempre realista: anche il più favoloso! E tanto peggio per i mediocri che non sanno riconoscere la sua realtà.

Ho superato lo scoglio nero della mia quarantena primaverile in solitaria grazie alle sue meraviglie (nell’ordine: La storiaMenzogna e sortilegioL’isola di ArturoLo scialle andaluso) e ho inventato una connessione speciale tra me e lei, come se fosse venuta a raccontarmi fiabe e a confortarmi proprio quando il reale privato e pubblico era orrendo.

E non credo sia un caso se l’unico romanzo che non sono riuscita a finire e che mi ha addirittura infastidita è Aracoeli, l’ultimo prima del tentato suicidio del 1983, troppo “moderno”, ancorato a uno spazio e a un tempo ben precisi, privo di quell’alone fiabesco e allegorico, di quella capacità di sospendere il reale a favore dell’incanto (anche quando, come nella Storia, si parla di fatti reali) che in lei riconosco come dote suprema.

René de Ceccatty (tradotto benissimo da Sandra Petrignani, autrice di un’altra biografia che ho amato moltissimo, quella di Natalia Ginzburg) scrive senza idolatria, con equilibrio ma anche con capacità di coinvolgimento romanzesco.
Ho apprezzato molto il suo sguardo professionale sulla materia trattata, la sua indagine che non è ode, la molteplicità di documenti e fonti che fanno rivivere la scrittrice in presa diretta.

Se la figura di Elsa Morante vi affascina, vi consiglio di leggere questa godibilissima biografia, colma di vita e spunti preziosi, di Novecento letterario e cinematografico e di un’Italia frenetica e creativa.

Ho finito di leggerla qualche settimana fa ma mi fermo ancora spesso a guardare l’immagine di copertina, quel viso da gatta, quello sguardo profondo da miope, quelle piccole mani che hanno tenuto una penna in mano per tutta la vita facendone strumento soprannaturale.

E a rileggere le parole della stessa Elsa su sé stessa che chiudono il libro:

Le cose che più odia sono le dittature, il moralismo austero e la musica leggera.
Al mondo più di tutto ama i bambini, il mare, e i gatti.
(E. Morante, «Autoritratto», 1960)

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