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Le isole di Norman

Ci sono romanzi che chiudono cerchi, offrono risposte, sciolgono nodi gordiani anche nell’intimo del lettore.
Romanzi-faro che fanno luce sui fatti narrati e su quelli evocati e che proteggono chi legge dalle tempeste del dubbio e dei punti interrogativi.

E poi ci sono romanzi che offrono mari di domande ed è in quelle domande – che fanno vivere il libro, gli conferiscono un’anima, una persistenza – che si aggira la ricchezza sempre aperta della letteratura.

Sono i romanzi “sospesi” e ammantati di non detto, in cui ognuno può trovare soluzioni e risposte che gli assomigliano, in cui le curiosità non assecondate sono possibilità interpretative, sono libertà.

Le isole di Norman è uno di questi romanzi: è misterioso, nebuloso, incagliato dentro coordinate quasi fiabesche.

Leggerlo equivale a generare mappe di interrogativi e di possibili soluzioni per sé stessi, oltre che per i personaggi. Leggerlo è un ingresso via mare in un mondo reale e irreale insieme, fatto di memoria e inganni della memoria, di menzogne che forse non sono tali e di verità che forse sono dei sortilegi.

Come diceva Elsa Morante: “La memoria è una chiesa d’inganni: le navate sono fumo e fole gli altari”.

Leggendo interpretiamo delle tracce, proprio come fa la giovane protagonista con la madre, con gli spostamenti dei suoi libri, con la mappatura del loro significato.

In questo senso Le isole di Norman è esso stesso una mappa, ma il suo effetto è più disorientante che orientante. Ed è proprio questa, secondo me, la sua grande forza.

Veronica Galetta ci fornisce dei dati e, in parte, anche il procedimento con cui risolvere il problema (i problemi), ma la risposta non c’è. O forse sì, ma senza contorni netti.
Le isole di Norman non è un’enigmistica facilitata, una di quelle con le soluzioni nelle pagine finali, e nemmeno un viaggio con approdo ben visibile sul vero.

La verità siamo noi che leggiamo e così la storia di Elena, delle sue cicatrici, di sua madre che scompare, di suo padre che non fa nulla, è una storia anche nostra, a cui aggiungiamo dei perché che parlano anche di noi, della nostra sensibilità.

Amo questo genere di storie appartate, prive di colpi di scena e colpi di testa, amo la loro delicata capacità di evocare senza imporre dittature nella mente di chi legge, il loro ricorrere a metafore per convogliare il dolore, per non esibirlo con strepiti e spinte eccessive sul pathos.

Ho amato in particolare alcune cose di questo romanzo (vincitore del Campiello Opera Prima). Eccole:

– è un libro sui libri, stratificato, ricco di rimandi ad altre opere, ad altre geografie ed epoche letterarie, a quei lettori che siamo stati da bambini, quando L’isola del tesoro era un nostro piccolo tesoro (uno dei capisaldi della mia infanzia, insieme a Tom Sawyer, Piccole donne e Anna dai capelli rossi) e la vita dei pirati ci sembrava possibile.
Le cose metaletterarie mi piacciono sempre molto, le vivo come inviti alla scoperta o alla riscoperta. Per esempio, potrei voler leggere La montagna incantata di Thomas Mann per la prima volta in tutta la mia vita.

– Come dicevo prima, è un libro “umanistico”, pieno di amore per le lettere, ma ha anche un forte legame con la matematica, la geometria, l’esattezza.
I numeri, le griglie, i reticoli possono essere un rifugio quando la realtà si fa ermetica e irrisolvibile, quando le parole latitano o confondono.
Ancorarsi a qualcosa di numerico, meglio ancora se alfanumerico, per cercare di capire e capirsi.
Inventare metodi di consolazione e salvezza empirici che però sono anche sistematici.
La ritualità contro l’imprevedibilità.
Quanto è infinitamente umana e commovente questa cosa?

Ha bisogno di aria. E della matematica. Le serve un testo di matematica. Un bel libro pieno di numero, e un masso da abbracciare.

– L’isola di Ortigia viene descritta in una maniera che non conosco, come un luogo remoto e mitologico, quasi larvale, battuto da un vento incessante.
L’Ortigia che conosco io oggi (almeno fino all’era pre-covid) è un luogo quasi sempre affollato, rumoroso, un’attrazione a cielo aperto, da cartolina vacanziera.
L’Ortigia del romanzo è un luogo quasi vuoto, silenzioso, un universo ai margini del mondo, popolato da individui non comuni, attraversato da qualcosa di surreale.
Da siciliana ho molto amato questa dimensione spoglia, priva di tutta quella retorica sulla bellezza della nostra terra, che spesso si fa ridicola superbia, e sul turismo come declinazione univoca di un luogo.

L’isolanità – che qui è duplice, a matrioska – viene trattata con comprensione perfetta (Galletta è di origine siciliana, e si percepisce), con quella consapevolezza dolceamara che solo chi è, o è stato, isolano può avere.
Leggere questo romanzo e allo stesso tempo essere siciliani, o isolani, è come vedersi riflessi. Ci si sente capiti in quanto individui scissi in maniera insanabile.

Perché a vivere ovattati dentro a un’Isola, soffocati dai propri pensieri, si finisce per non afferrare più niente degli altri.

– I traumi dell’infanzia, quelli eccezionali che strappano via, letteralmente, la pelle dal corpo, possono essere ridefiniti, diventare narrazione non di autocommiserazione ma di coraggio, di rinascita, di resurrezione.
Mi ha molto commosso il modo in cui la piccola Elena vede le sue cicatrici, il fatto che abbia dato loro nomi di isole magiche, Lilliput, Laputa, Mompracem, Atlantide. Non cheloidi deturpanti, offese bestiali della vita, ma luoghi di conquista, battaglie, vittorie. Quanta bellezza in questa idea.

Tante altre sono le suggestioni, le chiavi di lettura, i rimandi ad altro (l’epica classica, il peregrinare dell’eroe), ma non voglio fare l’esegesi delle Isole di Norman.

Vorrei solo consigliarvi di leggerlo e di farlo vostro, come un tesoro su un’isola, da scoperchiare senza fretta e con delicatezza.

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