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La via del bosco

Quando penso ai funghi penso subito al veleno e mi ritraggo impaurita nel mio angolo di diffidenza micologica, là dove scorrono le scene atroci della morte per autoavvelenamento di Emma Bovary (anche se lì era arsenico) o quelle dei contorcimenti febbrili e dolorosi del protagonista de Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson (lì, sì, si trattava di un’omelette ai funghi velenosi). Vedo tossine venefiche ovunque.

In materia di intossicazione da funghi esiste un grosso divario tra realtà e fantasia, soprattutto tra micofobi.

Ecco, appunto.

Dei funghi selvatici ho sempre temuto il loro beffardo assomigliarsi, l’invisibile sottigliezza che distingue quello commestibile da quello velenoso, come se si divertissero a camuffare le certezze umane e a confondere il bene con il male. I funghi sono inaffidabili, ingovernabili, appartengono al regno del Caos.

Anche quando compro dei banali champignons (Agaricus Bisporus) dal fruttivendolo per fare il risotto mi capita spesso di pensare, in un delirio di idiozia tossicologica: “E se non fossero stati ben controllati? Se fossero stati scambiati per altre specie simili e letali?”. E li cuocio più del necessario, fin quasi a bruciarli.

Insomma sono nella schiera di coloro che «considerano i funghi come un vezzo paragonabile a quello di tenere serpenti velenosi come animali da compagnia».

Immaginate quindi con quanti pregiudizi micoscettici, con quanta ignoranza, mi sia avvicinata a questo libro, che assomiglia a un bosco da attraversare, una selva in cui ci si è persi per troppo dolore e in cui ci si fa luce attraverso… i funghi.

Proprio loro, creature strane, che non appartengono né al regno vegetale né a quello animale ma a un regno biologico a sé stante, fatto di nomenclature in latino, di classificazioni in base alla velenosità e all’odore che emanano, di possibilità lisergiche, di alberi “soci” che ne favoriscono la crescita e, in base all’esperienza di Long Litt Woon, di un insospettabile potere curativo per l’anima, per«il cuore slogato».

Il simbolico e salvifico senso dell’andare a cercarli è un modo di cercarsi e, soprattutto, di ritrovarsi.

La natura, che ne è madre protettiva, diventa medicamento contro il veleno della troppa sofferenza, rende di nuovo commestibile la vita, che era diventata tossica come un Amanita Phalloides o un Cortinarius Rubellus, da buttare via.

Il lutto – la perdita improvvisa e prematura dell’amato marito Eiolf – da voragine onnivora e annientatrice, con lentezza, con pazienza,  diventa condizione accettata e interiorizzata grazie alla vicinanza dei funghi, grazie all’avvicinamento al loro reame nascosto sotto tappeti di foglie secche, felci, rami, terra scura e distrazione.

Il lutto richiede muscoli per i quali nessuna palestra ha gli attrezzi adeguati.

Andar per funghi, studiarli, capirli, cucinarli diventa un lento rito di rinascita, un modo per rientrare nel flusso della vita dopo la segregazione nel proprio dolore.

I funghi insegnano a restare ancorati al presente e nonostante appaiano così indifferenti e insidiosi per l’uomo, possono trasformarsi in tempo e spazio preziosi, possono generare la speranza, nella sua forma meno scontata. Possono generare pace.

Quando vi incontrerete, tu e il bosco, prova a dimenticare il tran tran quotidiano e a sentire il ritmo e la frequenza di quel mondo. Fallo diventare parte di te. A quel punto avrai trovato pace, rallentato il battito e attivato la modalità “raccolta funghi”.

Vi indico alcuni buoni motivi per leggere questo piccolo tesoro (meglio se immersi in una pineta o un boschetto):

– È una testimonianza di grandissimo amore, un amore lungo e forte tra due esseri umani e due anime. Lei malese, lui norvegese, insieme una dimensione di cura reciproca e perfetta armonia di coppia. E anche se la morte interviene dal nulla a ferire questo sentimento, quasi ne fosse invidiosa, non lo frantuma. Il dolore annichilisce ma poi l’amore ritorna in superficie e si fa eterno.

Dov’è Eiolf, ora che il dolore non occupa tutto lo spazio? È un’orma nel mio cuore, qualcosa che porterò con me per tutta la vita.

– L’edizione Iperborea è bellissima, con un formato più grande del solito e un’organizzazione grafica del contenuto che è gioia per gli occhi. Pagine di carta spessa, alternanza dei colori (verde per i pensieri più intimi legati alla morte del marito, nero standard per le parti più strettamente micologiche), schede tecniche dei funghi che fanno molto manuale di scienza o herbarium di piante medicinali d’altri tempi, capitoli scanditi da pagine tutte verdi con illustrazioni di varie specie di funghi.
Sfogliare questo libro, prima ancora di leggerlo, è un’esperienza speciale, un modo di toccare e percepire un universo di solito schivo e nascosto in boschi e sottoboschi che non sembrano nemmeno esistere. Aprirlo equivale anche a entrare in una dimensione segreta, di incanto e pericolo.

– È un saggio biografico in perfetto e originale equilibrio tra antropologia, micologia e diario di pensieri intimi. C’è la scienza, con le sue strutture, e c’è il dolore, nel suo caotico e inclassificabile manifestarsi. Ci sono i funghi, con la loro invisibilità che diventa visibilità solo per chi sa guardarli,  e c’è l’essere umano, quello che scompare in un attimo e quello che rimane solo con le sue lacrime.
Leggendolo si oscilla, senza però cadere mai, tra la scoperta di un mondo naturalistico complesso e l’empatia per una condizione che sembra innaturale ma in fondo non lo è, è solo vita, è solo morte.
Si apprende tanto e ci si commuove. Si scopre e ci si fortifica per vie indirette.

– Quella dei funghi è una realtà quotidiana per l’autrice del libro, ma è anche una preziosa metafora per tutti noi: avere una passione può salvare dal patimento. Cercare qualcosa, anche senza trovarla, fa bene all’anima. Concentrarsi su qualcosa può sospendere il flusso dei pensieri negativi e generarne di nuovi e splendenti.
I funghi spuntano fuori all’improvviso, spesso dopo una pioggia abbondante, e lo stesso può accadere con la gioia.
Diventare cacciatori-raccoglitori di funghi può portare a cacciare e raccogliere anche attimi cumulativi di serenità, di appagamento, felicità piccole ma terapeutiche. È un grande insegnamento.

Man mano che l’universo dei funghi si schiudeva davanti a me, mi rendevo conto  che la via del ritorno alla vita era più semplice di quanto credessi: si trattava solo di radunare gioie, gioie sfavillanti e crepitanti. Bastava seguire il sentiero dei funghi fino in fondo, anche se non avevo ancora idea di cosa mi attendesse laggiù.

– I funghi in qualche modo ci assomigliano ed è così strano scoprirlo! Mai avrei pensato di poter accostare il regno dei miceti all’animo umano, di poter trovare una somiglianza tra un mondo nascosto che appare inclassificabile e le emozioni traumatiche, anch’esse confuse. Di scoprire come si possa dare a entrambi un ordine.
Il dolore, come i funghi, all’inizio fa paura perché sconosciuto. Dargli una forma, un nome, un senso, perfino un uso, può aiutare molto.
Lo scetticismo verso i funghi assomiglia molto allo scetticismo verso la guarigione dal proprio malessere, che appare spesso senza soluzione. Eppure basta lavorarci un po’ su, entrarci, attraversare il sentiero, anche quello più impervio, per familiarizzare, per ridimensionare.

– Contiene anche delle ricette che stimolano la fungofilia e l’appetito, che sanno di calore e cucina autunnale confortante. Mi piacerebbe provare i funghi al forno con semi di sesamo e salsa di soia, o la minestra con lenticchie rosse e funghi secchi (sul gelato alle albicocche e gallinacci ho invece qualche perplessità!). È molto affascinante il lato domestico dei funghi, quello che avviene lontano dal loro habitat, quando da creature sfuggenti diventano cibo. Un cibo conquistato con cura e i sensi sempre sull’attenti e per questo dotato di un grande valore.
Portare in tavola un fungo selvatico è come impiattare una vittoria. Trovo bellissima questa cosa, sebbene non l’abbia mai fatta.

– È un libro perfetto per l’autunno, per il raccoglimento che questa stagione richiama, per quelle atmosfere di caduta non priva di bellezza che solo in questo periodo dell’anno si manifestano. Ho letto le prime pagine immersa nella natura dai colori giallognoli-marroni di ottobre (prima che qui in Sicilia tornasse un’ondata di caldo spezza-magia), circondata da alberi fruscianti e forse, senza saperlo, anche da funghi.
Mi ha riconnesso con me stessa e il mondo questa armonia lettura-natura-stagione, mi ha regalato delle ore di respiro. Leggere del dolore di Long Litt Woon e della via rigenerante del bosco norvegese è stato come purificarsi dalle tossine di uno sconforto universale, di un cinismo cosmico.

– Leggere di una rinascita in autunno è un poetico ossimoro.

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