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La vita bugiarda degli adulti

Quello che sto per scrivere è un articolo breve e senza ambizioni di indagine critica né particolari sforzi interpretativi. Come sempre si tratta di impressioni di viaggio al termine del libro.

Non amo molto le recensioni esegetiche fino allo sfinimento sulle opere di Elena Ferrante (leggere le interviste che le vengono fatte, invece, mi rende felice); trovo che su di lei si speculi troppo in termini di ermeneutica e di apparati critici, come se ci si sentisse in colpa per il piacere quasi fisico che danno i suoi romanzi, come se si volesse a tutti i costi ricondurre all’elitario una scrittrice pop di fama internazionale.

Credo di aver rimandato così tanto la lettura (quasi un anno) anche per questo, per far allontanare l’incontrollato flusso di voci e di chiavi di lettura successivo alla sua uscita.

Personalmente, ho poco da dichiarare su questo romanzo.
Certi libri mettono a tacere per la loro potenza, per la loro forma narrativa che assomiglia a un luogo di culto, a una manifestazione del demone della letteratura che lascia storditi, estatici e senza parole.

Dunque sarà concisa e forse trasognata. E non cadrò nella facile tentazione dei paragoni con L’amica geniale (tutto il mio amore per la tetralogia l’ho dichiarato quiquiqui qui e altro non dirò).

Elena Ferrante è per me (e per il mondo intero) una potente seduzione, una scrittrice carnale e spirituale.
Sollecita come nessun altro i miei sensi e la mia sensibilità, la mia sfera dell’eros e quella della psiche.

Leggere i suoi romanzi assomiglia per me a qualcosa di erotico, una pulsione di desiderio e allo stesso tempo una necessità di dialogo con il mio io più nascosto, soprattutto quello smarginato e dolente della mia lontana adolescenza, con cui spesso torno a parlare.

Mi è capitato solo di recente con Elsa Morante (qui  in particolar modo) di vivere dentro una simile dimensione di voluttuoso incantesimo, di sortilegio che ha a che fare con la memoria, con i suoi inganni e i suoi traumi, con le sue verità e le sue mistificazioni.

In questi casi avverto come un click magico, quasi onirico, che scatta fin dalle prime folgoranti parole e non smette di essere attivo nemmeno a fine lettura.

Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta.

Anche La vita bugiarda degli adulti è un romanzo stregato, velenoso, in cui gli incantesimi svaniscono e fanno irrompere la realtà, le menzogne travestite da dolci fanciulle si rivelano vecchie megere e i luoghi d’incanto infantile si anneriscono e si sfaldano.

Quale età della vita assomiglia di più a un mostro mutaforma e rivelatore se non l’adolescenza?
L’età delle prime volte in tutto, della caduta delle illusioni infantili e della decostruzione di sistemi di ipocrisia che sembrano reami dell’insabbiamento.
L’età in cui ci si vede bruttissimi e in cui si cercano forme di metafisica (Giovanna si metterà a leggere i Vangeli!) per evadere dal pensiero costante di ciò che è fisico. Dal proprio fisico.

La pubertà che è un atroce oscillare tra due poli: l’alto e il basso, il nobile e il turpe, lo spirito e il corpo.
Due attrazioni che straziano, come se la propria anima in quel periodo fosse un po’ il Vomero e un po’ il Pascone, un po’ una Napoli dorata dedita all’intelletto e un po’ una Napoli degradata dedita alla disperazione, e si facesse a pezzi nel tentativo di conciliarli (il dualismo, lo sappiamo, è una delle costanti dell’universo ferrantiano) .

C’è anche una strega in questo romanzo-fiaba, Zia Vittoria, che ripugna e irretisce e che per la protagonista-voce narrante Giovanna diventa un’iniziatrice all’arte di smascherare, di rivelare gli inganni degli adulti bugiardi e infedeli, di quei piccoli borghesi progressisti e acculturati che, spogliati del loro magico mantello socio-culturale, appaiono brutti e falliti.

Mi disse all’orecchio, ancora una volta: guardali bene, i tuoi genitori, se no non ti salvi.

Ma anche all’arte di togliere buonismo all’amore e rivelarne l’essenza truffaldina.

L’amore è opaco come i vetri delle finestre dei cessi.

La vita bugiarda degli adulti è un romanzo di formazione ma anche di rottura della propria forma; è un cammino di costruzione di sé attraverso la percezione deformata di sé.

Se dovessi paragonarlo a un oggetto direi che è uno specchio deformante che non può riflettere alcuna serenità, alcun ordinato cosmo familiare. Solo il caos dell’essere giovanissimi.

O degli occhiali come quelli del racconto di Anna Maria Ortese, Un paio di occhiali (in Il mare non bagna Napoli, di cui ho scritto qui), che fanno vedere le cose attorno così bene, così a fuoco che dopo viene la nausea e si sta male. Il reale fa star male. Il realismo spietato di Ferrante, quando lo si legge, fa star male (ma ci dice un sacco di cose che ci riguardano in quanto viventi in perenne trasformazione).

O ancora un braccialetto (oggetto centrale nel romanzo) che sembra un dono luminoso ma è una tirannia. Mi è venuta in mente la stessa centralità che aveva l’anello di diamante e rubino in Menzogna e sortilegio, un gioiello “segno d’una amorosa e dispotica investitura”, che cambia padrona e che sembra lui stesso un padrone.
C’è sempre tanta Morante in Ferrante, come un’eredità del saper romanzare che è passata, senza saperlo e per nostra somma fortuna, dall’una all’altra.

Il problema, cominciai a sospettare, era il braccialetto. Evidentemente era come impregnato degli umori di quella vicenda […] quasi gli scintillii delle sue pietre, del suo metallo, spandessero tormenti.

Se dovessi paragonarlo a un essere vivente mi verrebbe in mente una liceale che va incontro al reale completamente nuda, senza i genitori a farle più da scudo, nemmeno con le loro bugie, in una Napoli bifronte che può farla sentire buona o cattiva, pura o sporca, come i suoi quartieri. Che attrae e ripugna come il primo sesso, quello che sembra solo a vantaggio e godimento dei maschi, perché non si conosce ancora l’amore e il proprio potere divino di donne.

La “faticosa approssimazione al mondo adulto” l’abbiamo vissuta tutti, con crisi e riti di passaggio più o meno turbolenti.
Non riesco a pensare a un romanzo che ne parli in maniera più spietata e seduttiva, più dolorosa e stregonesca de La vita bugiarda degli adulti.
Mi viene in mente solo L’isola di Arturo ma lì, a combattere con le eccitazioni e le frustrazioni della sua giovinezza, c’era un ragazzo.

Qui c’è Giovanna e da donna mi sento molto vicina a lei, all’infelicità di corpo e mente che le dà l’adolescenza, ai tentativi di aggiustarsi, alla confusione di sé nel mondo dei grandi che – vorrei dirle accarezzandole i capelli, forse mentendole – poi passa.

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