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Leggere (molto lentamente) Seni e uova

Ho avuto uno strano rapporto di lettura con questo libro. Mi è piaciuto leggerlo, mi ha trasmesso molte e complesse emozioni, ma sono stata lenta, ai limiti dell’indolenza, nel portarlo avanti. Non perché io l’abbia trovato noioso o malriuscito, né perché mi sia fatta spaventare dalle sue corpose 606 pagine pregne di giganti “questioni” femminili.

Per altre ragioni.

1) La prima ha a che fare con l’effetto che la letteratura giapponese contemporanea ha su di me.
Un senso di rallentamento del moto delle cose, di dilatazione temporale e sospensione spaziale, di quiete che non è tedio ma attardarsi nelle pagine, assenza di impazienza.
È come se entrando nel mondo ovattato di Seni e uova avessi perso ogni istinto famelico a divorare libri e avessi riscoperto la grazia di sostare dentro i libri, di assorbirne le atmosfere e le tonalità senza urgenza, avvolta da una pellicola di nipponico equilibrio.

Leggere Seni e uova è stato come assistere allo sbocciare dei fiori di ciliegio o a una cerimonia del tè, lontani dal frastuono ipertecnologico e dall’iperconnessione di oggi, lontani dall’ansia di arrivare al dunque; è stato quasi un rito.

È un romanzo che concede molto spazio al respiro e che non mozza mai il fiato (sebbene tratti questioni di un certo peso e sebbene Haruki Murakami in copertina dica “mi ha tolto il fiato”).

Si dipana piano come un gomitolo di lana eppure riesce a sbrogliare matasse ingombranti, argomenti che avrebbero potuto ingarbugliarsi.
Quando si parla di corpo femminile – delle sue modifiche biologiche e di quelle volontarie – e di desideri di maternità non ordinari, il rischio di strafare, di dire troppo, di politicizzare ed etichettare tutto come generico “femminismo” è sempre dietro l’angolo.

Ciò non avviene con la scrittura delicata di Mieko Kawakami e credo che in parte sia dovuto al saper temporeggiare, al non condurre subito le storie narrate verso esiti plateali, dichiarazioni femministe, trionfi o tragedie.

C’è nella pacata descrizione di dettagli anche minimi, nella ripetizione – i gesti compiuti, la lista della spesa, i pasti consumati, le portate al ristorante – un invito alla lentezza, alla cura per le piccole cose mentre le grandi ci pendono sopra come spade di Damocle, o almeno questo è quello che ho sentito io.

Per esempio:

Il cameriere ha portato in tavola il sashimi misto e abbiamo versato la salsa di soia negli appositi piattini. Era una porzione molto più ricca e abbondante di quanto pensassi, e anche la qualità sembrava ottima. (pag. 340)

Il cameriere ha portato in tavola una ciotola con gli tsukemono che avevamo ordinato. Era una porzione abbondante, piena di cetrioli, rape e shibazuke. (pag. 351)

Mi è capitato anche con Murakami di percepire questa diluizione narrativa, la stessa tendenza a elencare piccole cose del quotidiano, a ripetere (da qualche parte ho letto che la traduttrice italiana di Murakami, Antonietta Pastore, delle volte non sopporta Murakami perché si ripete, perché elenca la lista della spesa e i pasti dei personaggi cento volte, ma ovviamente poi lo ama, e lo traduce!).
Fa parte del fascino ai limiti dell’onirico che la letteratura giapponese spesso ha, di quella ritualità degli atti e delle scelte che allungano le pagine ma non danno fastidio. Anzi, in qualche modo calmano.

Dunque sì, ho impiegato un secolo a finire Seni e uova ma c’è stata, in questa dilatazione, una forma di benessere.
Se lo avessi letto d’un fiato forse mi avrebbe ferito, per le ragioni che indico al punto 2.

2) La seconda ragione della mia lentezza ha a che fare con i temi trattati, delicatissimi e appuntiti, in grado di tenerti in tensione emotiva e di costringerti all’autoanalisi come pochi, soprattutto se sei donna e hai superato da più di qualche anno i 30.

Seni e uova ti fa interrogare di continuo sul tuo corpo, sui suoi cedimenti, sulle tue mestruazioni, sul colore dei tuoi capezzoli, sullo stato generale della tua fertilità; sembra dirti “sei donna, hai i seni, rilasci ovuli, tutto di te parla dell’essere madre” e così vivi le stesse ansie della protagonista, ti ritrovi nelle parole di altri personaggi femminili, cerchi e trovi un po’ di te, giovane nullipara non più giovanissima, e ti fa paura questa cosa, ti senti letteralmente messa a nudo, sfidata.

Quante volte mi sono venute finora le mestruazioni? Quindi anche questo mese non sei incinta, eh?

Mi viene in mente Maternità di Sheila Heti (leggetelo, è un ordine!), uno dei saggi autobiografici più intensi, spaventosi e liberatori che abbia mai letto sulla questione figli, sul farli o non farli.
Lì c’era un’onesta spiazzante, una dichiarazione di fragilità che si faceva commovente empatia, lacrime condivise.
In Seni e uova le cose vengono trattate con meno furore, dentro un piano narrativo romanzesco che ha intenzione di raccontare e non di far tremare, ma rimane sempre la sensazione sentirsi chiamate all’appello.

In entrambi i casi, se si è donne, non si può restare indifferenti, non si può resistere all’istinto di porsi le stesse domande, di criticarsi e incoraggiarsi, di mettere su ring a più round tra i pro e i contro della maternità (e nel caso di Seni e uova, per di più, di una maternità tramite inseminazione artificiale).

Che cosa si desidera, di preciso, quando si desidera un bambino?

Anche per questo sono andata a rilento.

E facendo così sono riuscita a tenere per me la delicatezza e non la parte ansiogena del romanzo e ho ringraziato Kawakami per tutte le volte in cui ha saputo farmi vedere senza necessariamente impressionarmi.

La bellezza di questo romanzo per me è stata questa: non ha bisogno di urlare, scalpitare, denunciare con livore per affrontare una grave questione, in particolare quella di una nazione come il Giappone, fortemente patriarcale e in ritardo in materia di etica della riproduzione.

Una nazione in cui la fecondazione assistita avviene nell’anonimato, come un segreto immorale da tenere ben nascosto e a cui ricorrere solo in caso di estrema necessità, solo quando l’occhio sociale, che attende come fosse un obbligo la fecondazione della moglie da parte del marito, deve essere accontentato.

Di questi figli, nati con procedure esterne all’accoppiamento, interessa solo la venuta al mondo. Del loro diritto a scoprire, sapere, conoscere il nome e cognome di una padre da andare a cercare, se si vorrà farlo, nessuno si cura.

E se si è sole, senza un partner e senza alcuna predisposizione, nemmeno sessuale, ad averne uno e si desidera diventare madri c’è tutto un sistema di pregiudizi da abbattere, di critiche e autocritiche da scansare, di dettami tradizionali da piegare o a cui piegarsi e diventa tutto difficile, estenuante, e la condizione universale di donna lo diventa allo stesso modo.

È così faticoso avere i seni e le uova; leggendo il romanzo ho sentito tutta questa immane fatica ma con la grazia di Kawakami sono riuscita ad avvertire anche la fortuna taumaturgica di essere femmina, il potere che possiamo avere se decidiamo di attivarlo.

«Per avere un bambino non è strettamente necessario provare desiderio e fare sesso con un uomo» ha insistito. «Una donna dovrebbe essere libera di diventare madre indipendentemente dal desiderio sessuale, senza mai sottostare alla volontà maschile. Ciò che è necessario è la nostra volontà! […]»

Ho trovato molto belle anche le descrizioni di Tōkyō (e poi, nella parte finale, di Ōsaka) immersa nell’afa estiva che annebbia e scioglie ogni risolutezza di giorno e ridona il respiro e la capacità di pensare, ricordare, al crepuscolo. Un’estate anche simbolica che assomiglia a un limbo di lavori non terminati, scelte non fatte, decisioni non prese.

Erano gli ultimi giorni di agosto. Il sole forte si faceva sentire in tutto il suo ardore, come a voler spremere fino all’ultima goccia d’estate. Avevo la sensazione di essere rinchiusa da anni in un’estate senza vie d’uscita.

Ho trovato molto profonda la dimensione della memoria fortemente sororale e femminile, i ricordi di una povertà estrema, di una padre inutile, di una nonna e di una madre resilienti che si danno alle nipoti/figlie fino ad annientarsi fisicamente.

Ho assistito con stupore e meraviglia catartica alla scena delle uova (quelle vere, di gallina) che l’adolescente Midoriko, nipote della protagonista-voce narrante, usa in maniera singolare (non aggiungo altro, no spoiler), uno dei momenti più potenti di tutto il romanzo, uno scomposto, bizzarro, liberatorio sfogo tra donne.

Ho sentito la solitudine dei personaggi, soprattutto quella della protagonista Natsu, che però non è esasperato individualismo ma equilibrata possibilità di dialogo interiore e comprensione di sé.
Il percorso che fa, tutto da sola, questa donna sola è enorme, come se si desse alla luce, come se si autogenerasse combattendo influenze esterne e rigidi precetti socioculturali.

Ho apprezzato la “semplicità”, la pulizia della scrittura
Mieko Kawakami
non ha uno stile narrativo di grande impatto; non è l’originalità la cosa più preziosa del suo romanzo ma la capacità di offrire a chi legge un perfetto trasferimento nell’altrove, in una dimensione femminile geografica, sociale e soprattutto interiore.
Si legge, piano, e si entra piano nei dubbi amletici e nelle travagliate crisi di una donna che deve scegliere se generare o meno, se ricorrere alla fecondazione assistita o meno. Una donna che deve fondare sé stessa, in una direzione o nell’altra, in una società che da secoli fonda donne prive di libertà.

Leggendo Seni e uova si diventa parte di lei, fino alla fine, fino all’armonia.
E si diventa ancora più parte dell’universo femminile, delle sue infinite guerre e e delle sue magnifiche possibilità di pace.

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