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Leggere (con) Furore

Furore, il titolo italiano (l’originale è The Grapes of Wrath), ma anche quello che si prova leggendo un tale pulsante capolavoro.

Ho usato la parola capolavoro subito, fin dalla prima riga, e non mi sento affatto enfatica.
Questo è Furore, un capolavoro. E non solo perché è un’opera di Steinbeck, lo scrittore che più d’ogni altro, insieme a Hemingway e Salinger, ha dato gloria eterna al Grande romanzo americano.

Furore è una suprema opera letteraria la cui lettura avvicina al cuore contraddittorio dell’uomo, alle sue mani che possono tendersi in soccorso o colpire con ferocia, ai suoi denti che possono stringersi nella sopportazione o addentare il più debole, alla sua forza che può essere resistenza eroica o vile coercizione.

Una delle rappresentazioni più amare eppure colme di speranza dell’umanità.

Un inno allo spirito d’iniziativa anche quando tutto cospira per la resa, anche quando la crisi agricola prosciuga il presente e insabbia il futuro, anche quando i mezzi di evasione sono pochi e malfunzionanti e la seduzione della capitolazione si insinua nei pensieri.

Letteratura che si fa epica e cioè gesta, imprese, peregrinazioni, coraggio.

Realismo ma anche poesia sulla condizione umana.

Romanzo populista ma capace di rivolgersi all’universo intero, indipendentemente dalla propria collocazione sociale e storica.

Romanzo di denuncia e mai di rinuncia.

Il “Great American Novel” per eccellenza, una delle opere più vendute nel mondo, che però non è solo americanissima ode al proletariato e alla sua ricerca della libertà, ma anche intimo racconto familiare, con pennellate liriche che non ti aspetti in mezzo alla polvere e alle urgenze della miseria, con un grande respiro metafisico.

Lo si legge con furia, senza un briciolo di quiete emotiva, sospinti da venti sabbiosi e piogge violente, correnti di tensione, aliti di dignità o indecenza umana che non fanno mai fermare il cammino, né quello dei protagonisti né quello del lettore.
E mentre si arranca, si suda, si ha sete e fame, si sopravvive, si muore, tu – lettore sopraffatto – ti senti parte di questa lotta contro il fato e contro il reale, partecipe e solidale, nemmeno per un attimo estraneo ai fatti narrati o in stasi.
On the road sempre e comunque, nonostante le insufficienti risorse materiali e l’altro rischio di perdere quelle immateriali, compresa la fede nella vita stessa.

Furore è più di ogni altro romanzo che abbia mai letto un viaggio. Geografico, certo, dal Sud Ovest degli Stati Uniti al mitizzato West, ma anche sociale e umano, in dimensioni che per temperatura, disagio fisico e psichico, alternanze di spavento e sollievo, assomigliano all’Inferno dantesco.

Si sale su un camion mezzo rotto assemblato in fretta insieme alla famiglia Joad – numerosa, ingombrante, ostinata – e lasciando le pianure dell’Oklahoma, flagellate dalla Grande depressione, inaridite dalle tempeste di sabbia, si viaggia senza organizzazione precisa e senza certezza dell’arrivo attraverso la Route 66, direzione California, promessa edenica di frutteti e fertilità, grande “vallata d’oro e verde”.

La 66 è il sentiero di un popolo in fuga, di chi scappa dalla polvere e dal rattrappirsi delle campagne, dal tuono dei trattori e dal rattrappirsi delle proprietà […]. La 66 è la strada madre, la strada della fuga.

Tutto quello che succede nel tragitto – gli ostacoli, le accelerazioni, i rallentamenti, gli accampamenti, le minacce, i tentativi –  è un corpus fitto di vita in transito e in pericolo, di esistenza nomade e ancorata alle necessità primarie ma ancora in grado di sognare.
C’è nella capacità dei Joad – e di chi come loro cerca l’altrove – di resistere una sinfonia di gratitudine alla vita e di resilienza bellissima.

C’è nelle vicende di questi “Okie” (dispregiativo per “proveniente dall’Oklahoma”) mezzadri, strappati dalle loro terre d’origine e gettati in strada dal “mostro” delle banche, di volta in volta rabbia, panico, dubbio, fermento di ribellione, ma non c’è mai disperazione, nel senso etimologico di de-sperare, allontanarsi dalla speranza.

E così cambiarono la propria vita sociale; la cambiarono come soltanto l’uomo sa fare in tutto l’universo. Non erano più contadini, erano emigranti. E i progetti, le attese, i lunghi silenzi contemplativi che un tempo avevano dedicato ai campi, adesso li dedicavano alle strade, alle distanze, all’Ovest.

Ecco, al di là di tutto quello che si è detto e si dice su questo caposaldo della letteratura novecentesca, al di là delle possibili letture critiche e politiche, in maniera molto personale ne ho tratto soprattutto un insegnamento: resistere. Aggrapparsi all’ottimismo.
È stato questo per me il suo più grande e persistente valore. È questo che Steinbeck mi ha comunicato, non tanto da scrittore a lettore ma da essere umano a essere umano.

Steinbeck è un umanista e credo che solo in Dickens io abbia trovato una tale capacità di indagare e raccontare la povertà, l’ingiustizia sociale ma anche la forza di resistenza agli urti della vita e la speranza come traino.

Il personaggio di Ma’ è emblema di questa forza; Ma’ è una fenice che risorge dalle ceneri ogni volta e risana anche gli altri, è una vestale del fuoco familiare che nutre e protegge, è il cardine senza il quale la famiglia si scardina, “remota e infallibile come una dea” e io non la dimenticherò mai.

I suoi occhi nocciola sembravano aver vissuto ogni tragedia possibile, salendo come gradini il dolore e la sofferenza fino a raggiungerne una comprensione sovrumana e un sommo equilibrio.

Se volete avvicinarvi il più possibile all’essenza del genus hominum dovete leggere Steinbeck, conoscere le sue creature; lì troverete il particolare ma anche l’universale che riguarda l’uomo, l’uomo che:

Fattosi avanti, può darsi che indietreggi, ma solo di mezzo passo, mai di un passo intero.

Troverete anche voi stessi nel viaggio scomposto lungo la Route 66, e i personaggi di Furore vi sembreranno essere viventi ma anche metafore potenti di condizioni a voi non del tutto aliene.
Nessuno di noi occidentali contemporanei alto/medio/piccolo borghesi ha mai dovuto farsi nomade e patire la fame e la sete, ma certe prove difficili, certi schiaffi privati o sociali riguardano tutto il creato, da sempre e in ogni dove. Ecco perché Furore si fa amare così tanto, da quasi un secolo.

E nel romanzo troverete anche il nostro tempo e certe dinamiche d’odio che sembrano cicliche, destinate a ripetersi sempre, il migrante percepito come alieno invasore, come cane bastardo e randagio da scacciare.
Nel caso di Furore si tratta di migrazione interna, diversa da quella che avviene oggi verso il nostro Paese, ma ditemi se queste parole non sembrano le stesse parole di disprezzo razzista generalizzante che si sentono e si leggono oggi:

Dicevano: Quei maledetti Okie sono sporchi e ignoranti. Sono maniaci sessuali, sono degenerati. Quei maledetti Okie sono ladri. Rubano qualsiasi cosa. Non hanno il senso della proprietà.
[…] Sono sporchi, portano malattie. Non possiamo lasciarli entrare nelle scuole. Sono stranieri. Ti piacerebbe veder uscire tua sorella con uno di quelli?

L’homo homini lupus sembra essere un’immutabile condizione universale e fa molto male prenderne coscienza.

Ma Steinbeck ci ricorda anche che l’uomo è capace di solidarietà e di dimenticare l’io a favore del noi e fa bene rendersene conto.

Che altro aggiungere? Avrei altre mille suggestioni da trasformare in parole ma dirò solo altre tre ragioni al volo per cui bisogna assolutamente leggere Furore:

l’alternanza ritmica di capitoli lunghi sulla vicenda specifica della famiglia Joad e di capitoli brevi, a metà tra poetico, biblico e documentaristico, che inquadrano una situazione generale, un malcontento di classe.
Ho trovato straordinaria la tecnica usata da Steinbeck e la sua capacità, attraverso essa, di narrare e documentare allo stesso tempo, di far camminare il romanzo ma anche di fermarsi a fotografare, ascoltare, osservare in chiave lirica, partecipe, quello che serpeggia fra la povera gente.

– La traduzione integrale di Sergio Claudio Perroni (risalente al 2013). Ho confrontato alcune parti della sua traduzione con quella classica di Carlo Coardi del 1940 e devo dire che il testo di Steinbeck vibra molto di più ed è molto più espressivo nella traduzione di Perroni. Il furore che nasce e cresce fra i personaggi sembra essere ancora più impetuoso nella resa sintattico-lessicale di Perroni:

Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia. (Perroni, capitolo 25)

Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia. (Coardi, capitolo 25)

Io trovo il primo molto più potente del secondo.

– Le descrizioni paesaggistiche, soprattutto quando gli spazi sono flagellati dagli elementi della natura, ma anche quando il sole sorge o cala, sono pura poesia e hanno una potenza espressiva e impressionistica che fa tremare:

Una grossa goccia di sole rosso indugiò sull’orizzonte, poi cadde e scomparve, e il cielo era luminoso nel punto dov’era scomparsa, e una nuvola lacera, come uno straccio insanguinato, pendeva sopra il punto dov’era scomparsa.

Leggetelo, rileggetelo, fatelo leggere e rileggere con furore al mondo intero. 

2 Comments

  • Siboney2046

    Tu sai benissimo quanto ami Steinbeck e questo libro in particolare. Ho provato tutte le emozioni e tutti i pensieri di cui hai scritto tu. Steinbeck è un balsamo per l’anima. Lo avrak già letto, ma ho amato moltissimo anche La valle dell’Eden.

    • Margherita

      Eh sì, cara Giulia, Steinbeck andrebbe prescritto come cura per l’anima e per le difficoltà dell’esistenza. Sa scrivere dell’umanità come pochi.
      Ho letto La valle dell’Eden un paio d’anni fa, bellissimo <3

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