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Ecco perché ho amato leggere Kent Haruf

Kent Haruf, per come scrive, per quello che scrive, per il tipo di lettrice che sono io, dovrebbe andare a collocarsi per direttissima nell’area grigia delle mie delusioni letterarie, delle mie mancate empatie.

Ha tutte le caratteristiche di quegli scrittori minimalisti come Hemingway o Cormac McCarthy che mi fanno sentire a disagio per eccesso di asciuttezza, per disidratazione stilistica.

Non usa le virgolette per il discorso diretto come a voler risparmiare tempo, non regala mai un aggettivo in più, una sfumatura verbale in più, lascia perdere i dettagli quando tu vorresti saperne di più, lavora per sottrazione, per riduzione lessicale, per brevità sintattica e gestione contenuta delle passioni.

Kent Haruf è essenziale; le sue pagine sono spoglie, scabre, assomigliano quasi a ossi di seppia, a lande disadorne. Il suo tono di voce è inalterabile.

Allora perché leggere alcuni dei suoi romanzi*, in questa estate singolare, è stata una delle cose più intense che mi siano mai capitate?
Perché, io che amo la letteratura russa con la sua maestosità e le sue sue possenti forze tragiche, io che amo il pathos e l’epos ma anche l’eleganza formale e l’ornatus, l’ho amato senza riserve?
Perché mi ha fatto sentire così a mio agio?
Perché, dopo anni a evitarlo per sentore di idolatria di massa, sono entrata anch’io nella schiera devota dei visitatori di Holt?

Provo a dare delle sintetiche risposte. Sicuramente cose già dette da altri, nulla di nuovo immagino, ma Haruf ha la capacità di arrivare a sfiorare corde universali e credo che lo abbiamo amato tutti più o meno per le stesse ragioni.

–  La sua semplicità narrativa ha un fortissimo potere evocativo.
Non so come sia possibile, ma nel dire poco e nel dire piano di Haruf ci sono ondate di immagini, ricordi e percezioni che ti attraversano la mente mentre leggi. La sua placida e stringata narrazione ti arriva in maniera diretta e oggettiva, per quello che c’è scritto sulla pagina, ma anche in maniera personale, per suggestioni private che si attivano solo leggendo. Ed è una sensazione commovente, che genera gratitudine. Poche parole, frasi brevi, infinite panoramiche su sé stessi e sugli altri.

–  Haruf conosce l’umanità e sa farsene cantore.
Cantore appunto, non giudice, moralizzatore o portavoce ideologico.
Haruf si limita a raccontare, senza alcuna glorificazione, senza cinismo né sentimentalismo, la bellissima dignità dell’essere umano qualunque, la “preziosa normalità”. Il vinto, il quasi vinto, il vincente senza gloria, il vivente normale che sta al mondo senza inciderne la superficie, senza conquiste, ma non per questo meno prezioso, meno sacro. L’ordinaria working class che ha in sé qualcosa di solenne. Gli onesti, i disonesti, gli integrati e disintegrati, tutti nella stessa sbiadita barca, narrati con neutralità e senza pregiudizi.
L’umanità polifonica di Haruf è insignificante eppure carica di senso cosmico, perché vive situazioni che ci assomigliano, che ci riguardano tutti, perché può compiere gesti smisurati, nel bene e nel male, anche dentro i confini di una vita misurata, provinciale.

È una storia di merda, giusto? disse Frank. È la vita. (Benedizione, pag. 198)

Sa creare familiarità.
Certe descrizioni, certi passaggi ti sembra di conoscerli già, di esserci stata dentro nella tua infanzia o in un periodo particolare della tua vita. C’è qualcosa di familiare nel mondo harufiano e leggendolo ti senti in qualche modo a casa o in un posto che le assomiglia, cammini su sentieri non estranei, ti imbatti in situazioni, pensieri e decisioni che hanno attraversato anche te. I lampioni che la sera si accendono su Holt li hai visti anche tu nel tuo quartiere o in un viaggio che hai fatto; certe parole le hai dette anche tu o te le hanno dette. Holt non esiste, non puoi esserci mai stata, eppure c’è qualcosa di confidenziale nelle sue case, nei suoi negozi, nelle persone che ci vivono. Non dico che sia accogliente e che vorrei viverci, ma ha una qualità intima che ti fa sentire a tuo agio, integrato.

Sa animare un microcosmo fittizio rendendolo incredibilmente verosimile.
Ti viene da cercare la contea di Holt sulla cartina degli Stati Uniti e di farci un viaggio mentre leggi i suoi romanzi. Credi con tutta te stessa all’esistenza del fratelli McPheron, di Victoria Roubideaux, di Addie Moore, di Louis Waters e di tutti gli altri. Quando in letteratura succede questo, e cioè che la finzione prende forma umana, si riveste di pelle e colori specifici, di caratteri e peculiarità, vuol dire che chi scrive sa generare vita vera. Uno dei doni più grandi per il lettore da parte dell’autore è che i personaggi siano in realtà persone. Per i personaggi/persone di tutte le età – dai più piccoli e indifesi ai più anziani e coriacei – di Haruf si provano sentimenti reali, di compassione, di simpatia, di antipatia e questo avviene perché c’è dello spirito vitale in loro, della verità totale. Un’appartenenza miracolosa al creato.

Sa descrivere il paesaggio con maestria pittorica e ispirazione poetica (soprattutto in Canto della pianura, il mio preferito).
Colori, luci, mutamenti stagionali, temperature interne ed esterne, pennellate naturalistiche diurne o notturne che sono piccole odi ad atmosfere ben precise:

Si mise a osservare fuori dalla finestra. Il sole era più alto, la luce iniziava a scivolare lungo la scaletta del mulino a vento, la illuminava, tingeva i pioli del colore dell’oro rosa. (Canto della pianura, pag. 10)

Il sole stava tramontando e la campagna piatta intorno a loro era immersa in una luce dorata, i pali delle staccionate proiettavano lunghe ombre sul canaletto di fianco alla carreggiata. (Crepuscolo, pag. 95)

Granelli di polvere e paglia si muovevano nell’aria. Si sentiva il profumo intenso del fieno e il buon odore di cavallo. (Benedizione, pag. 82)

Gli altopiani del Colorado sembra quasi di averceli davanti, in tutta la loro desolata e sabbiosa piattezza, con la campagna che secca e rinverdisce ciclicamente, le fattorie isolate, i pascoli di mucche recintati dal filo spinato, i silos per i cerali in lontananza, le stoppie brune di granturco, la preponderanza visiva e olfattiva delle terra.
Certe descrizioni mi hanno riportato ai campi di grano della mia infanzia, alla loro assolata e dorata capacità di calamitare lo sguardo, alle code dei buoi che scacciano le mosche e all’indifferente, sconfinata bellezza del paesaggio rurale.

Narra la provincia americana come pochi, cogliendone l’essenza.
I vantaggi e le ristrettezze di una cittadina di tremila anime, il mutuo sostegno e i vincoli dell’occhio sociale, quel far parte di una coralità che coinvolge e controlla. I luoghi di ritrovo, sempre quelli, come l’Holt Tavern, dove si va il sabato sera, il Legion dove si va a ballare, l’Holt Café, per una buona fetta di torta; le strade centrali, come Main Street, e quelle sterrate che portano alle fattorie. Tutto tranquillo e ripetitivo, tutto campagnolo e genuino, ma anche avvelenato da fastidi, intolleranze, modalità di rifiuto del forestiero che sanno di branco.
E poi Denver, come luogo mitico di chi cerca il mondo fuori da Holt e va a prenderselo. E poi ancora Holt, dove si torna quasi sempre, richiamati dalle proprie radici non metropolitane, desiderose di rinfrancante mediocrità.

Tratta tutti i grandi temi della vita umana ma senza mai alzare la voce, con rispetto e naturalezza.
Leggendo, uno dopo l’altro, i libri di Haruf ti sembra di fare esperienza di ogni grande tema della vita ma con naturalezza, senza fiumi di lacrime o furori emotivi: la gravidanza e la nascita, l’infanzia con i suoi traumi e le sue glorie, la famiglia e le sue molteplici forme di malfunzionamento (soprattutto in Canto della pianura e Crepuscolo); il matrimonio, gli errori, la fuga dalla provincia e il ritorno (in La strada di casa); la malattia e la morte (soprattutto in Benedizione); la vecchiaia con il suo fardello ma anche con la possibilità di un alleggerimento romantico (in Le nostre anime di notte). L’amore, l’amicizia, la genitorialità, il lavoro, i conti con sé stessi e la comunità, i bilanci personali, le occasioni mancate. Tutto è narrazione e lezione di vita nei romanzi di Haruf, proprio come nei migliori classici. E non c’è traccia di melodramma nelle sue parole semplici. Per questo gli sono molto grata. Perché fa sembrare la vita normale, naturale, serenamente comprensibile.

Infonde calma.
Leggendo Haruf si ha, appunto, la sensazione calmante che le cose della vita, anche le più tristi e dolorose, siano inevitabili sconfitte da accogliere con animo quieto. C’è nei personaggi, nel loro modo di reagire alle prove più dure, di attraversare le notti più buie, e nel modo controllato (ma non freddo) in cui Haruf ne scrive, una sorta di pace che viene da molto lontano. Le cose storte a volte si raddrizzano a volte no, e in tal caso ci si adegua alla loro deformità, si prosegue nel proprio cammino senza strafare, senza lamentazioni, con la dignità placida di sa che con la vita c’è da combattere sempre, da bambini, da adulti, da anziani. Da vivi.
La linearità imperturbabile della penna di Haruf asseconda questa sensazione. Leggere Kent Haruf, per quanto possa infondere malinconia, per quanto possa istillare gocce di tristezza pura nell’animo, per quanto non sia consolatorio, è anche un modo per allentare le tensioni.

Celebra con dolcezza la vecchiaia e le sue inaspettate possibilità.
Ho trovato di una bellezza senza pari l’incontro d’anime dei due protagonisti di Le nostre anime di notte, ma anche quello tra Raymond McPheron e Rose Tyler in Crepuscolo che fanno l’amore, bevono caffè insieme e si regalano consolazione. Mi piace questa centralità senile in Haruf, le possibilità che crea per loro finché sono ancora in vita: offrire aiuto e casa a chi ne ha bisogno, tenersi compagnia di notte, ricominciare a corteggiare. C’è sempre qualcosa che li scrolla e allontana dalla solitudine, una chance per affrancarsi dal rimpianto, un argine al franare del tempo.

Adoro questa cosa. È meglio di quel che speravo. È una specie di mistero. Mi piace per il senso di amicizia. Mi piace il tempo che passiamo insieme. Starcene qui al buio di notte. Parlare. Sentirti respirare accanto a me se mi sveglio. (Le nostre anime di notte, pag. 84)

Poi ci sono tante altre ragioni di amore per questo scrittore, ma mi fermo qui, in linea con la sobrietà del dire di Kent Haruf.

Grazie a chi mi ha consigliato di leggerlo, a chi mi ha indicato l’ordine migliore da seguire. È stata un’esperienza di grande valore, quasi più da un punto di vista umano che letterario.

[*Ho letto, tra luglio e agosto, in ordine cronologico: La strada di casa, Le nostre anime di notte, Canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione. Mi manca Vincoli ma è una mia scelta. Quando scopro di amare uno scrittore mi piace lasciare un suo libro in sospeso, come la certezza di un porto familiare per i tempi di letture deboli. Ho fatto così anche con Elsa Morante (non ho letto volutamente Aracoeli), la mia grande folgorazione del 2020.]

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