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I giusti

Ogni persona è un mondo intero. Chi salva una vita, salva il mondo intero

Questo è un libro sul bene che si fa nell’ombra e sottovoce, senza fari puntati a celebrare l’eroismo, senza nemmeno la consapevolezza di un eroismo.
Sul bene senza forzature, che non si fa troppe domande e si schiera contro la disumanità sistematica senza deciderlo, senza dichiararlo. Perché un uomo è anche ciò che nasconde.

È uno di quei libri che ti fanno conoscere cuori che a un certo punto della Storia del secolo scorso hanno deciso di battere non solo per sé stessi e i propri cari ma anche per un mondo in pericolo, per una salvezza possibile, per un altrove da garantire a chi è in fuga da una ferocia insensata.

È uno di quei libri che ti fanno riacquistare fiducia nel genere umano e nella sua capacità di spendersi per gli altri senza troppi progetti e parole dietro, guidato dal bene, da un’idea semplice e dalla necessità di doverla attuare.

È uno di quei libri che ti fanno scoprire cose che non sapevi, dimensioni di altruismo che non credevi possibili, catene di azioni e reazioni che generano rifugio e difesa dal male.

È la storia di una magnifica e poco celebrata anti-vigliaccheria.

Di Jan Brokken avevo letto con grande gioia Bagliori a San Pietroburgo, ha una voce letteraria che mi incanta perché parla di anime prima che di persone.
Mi piace come orchestra testimonianze dirette, documenti, memoria storica e memorie personali, come sa rendere tutto ciò materia narrativa vivida, emozionante, romanzesca ed epica nonostante si tratti di verità storica.

Brokken narra vite poco conosciute che hanno brillato per talento in mezzo al dolore e per bellezza dello spirito; i suoi libri sono inviti all’esplorazione nei territori non visibili a occhio nudo dell’anima altrui.

Jan Zwartendijk, il “giusto” protagonista di questa storia, è uno di questi esseri bellissimi e dimenticati, un combattente silenzioso che timbrando e concedendo gratuitamente pseudo visti per Curaçao, giorno e notte, riesce a garantire una possibilità di salvezza a migliaia di profughi ebrei cechi e polacchi minacciati dall’avanzata nazista, dalla condanna certa a una camera a gas.

Zwartendijk, detto “Mr Radio Philips”, olandese a Kaunas, direttore della filiale della Philips in Lituania, non aveva alcuna esperienza diplomatica e nemmeno contezza delle implicazioni di tale ruolo quando venne nominato console in pectore del Regno dei Paesi Bassi in Lituania.

Una telefonata improvvisa, un sì di pancia senza dover riflettere, l’inizio di settimane febbrili.

Ma non fu solo in questa febbre di salvezza perché, come dice Brokken, «nessuno ha successo da solo»: lo aiutarono altri tre consoli e due ambasciatori, altri “Giusti” di altre nazioni.

In particolare il console giapponese Sugihara che lavorò a distanza in tandem con lui, aggiungendo a lato del visto per Curaçao concesso da Zwartendijk il visto di transito per il Giappone.

Rischi alti, crampi alle mani per il tempo passato a scrivere nomi, pasti saltati, 18-20 ore al giorno alla scrivania e un’ostinazione primordiale di recupero dell’umanità ad animarli entrambi.

Attraversare l’immensità dell’Unione Sovietica con la Transiberiana fino a Vladivostok e poi arrivare fino al Giappone e mettersi in salvo. Un’impresa sconsiderata. Eppure…

«Non è possibile», diceva ad alta voce. «È assolutamente impossibile.» E poi: «Ma chissà.»

Essere impauriti e scettici eppure agire, subito, contro il tempo e la tirannia che sta portando ovunque con sé. Provare a farcela, a non darla vinta alla mostruosità.

Credere più all’importanza della singola vita umana che alle imposizioni delle norme consolari.

Seguire linee d’azione non ufficiali ma improvvisate per amore urgente del prossimo.

«Fa’ in modo di poter sempre pronunciare il nome della tua famiglia senza doverti vergognare.» Era questo il codice di comportamento degli Zwartendijk.

E alla fine, quando i consolati vengono chiusi e tutto cede alla guerra, bruciare ogni traccia di questa operazione segreta, fino all’ultimo pezzetto di carta, e incenerire così anche la riconoscenza collettiva che ci si meriterebbe.

E intanto continuare di nascosto, senza dirlo nemmeno alla moglie e ai figli, a rilasciare ulteriori visti per tutto il mese di agosto.

I Giusti sono fatti così, la loro volontà di fare davvero qualcosa è ferrea ed è incandescente. Ma non fa rumore.
Fa e basta. E salva vite.

Nelle più di 600 pagine de I giusti si susseguono centinaia di nomi e cognomi, di storie private e di provenienze molteplici, di spostamenti complessi, di foto e di memorie familiari, di cariche politiche, di dati e di date importanti.

È un libro monumentale nella documentazione e nella ricerca, nel suo corpo fittissimo di fatti e di persone in transito. A volte ci si sente persino un po’ disorientati nel suo fluire continuo di informazioni.

Non è certo una lettura da prendere a morsi.
Richiede tempo e voglia di capire, attenzione e rispetto, ma quello che dà è davvero tanto: dopo averlo letto si torna a credere un po’ di più nell’Uomo come artefice del destino altrui in chiave salvifica e per un attimo il nazismo e la sua empietà sembrano perire.

Una sensazione liberatoria e bellissima.

I giusti è un accurato resoconto di un pezzo di storia diplomatica dei Paesi Bassi poco nota e di una semplice quanto geniale operazione di salvataggio durante la seconda guerra mondiale.
Ma è anche – astraendosi dalla geografia e dalle coordinate belliche del Ventesimo secolo – la storia universale del Bene che ce la fa a spiazzare e demolire almeno un po’ il Male.

Quando leggo libri sull’errare degli ebrei, sul loro essere condannati all’esilio, alla prigionia, ma soprattutto all’Olocausto vengo sempre colta dallo sgomento senza fine e senza pace del “come è stato possibile?”.
Anche ne I giusti non sono mancate pagine che mi hanno sottratto ogni parola e mozzato il respiro, pagine di fucilate e massacri mirati a rendere ogni città e nazione «Judenfrei», foto di carneficine che sembrano irreali per quanto sono bestiali, descrizioni di pogrom violentissimi.

Eppure sono riuscita a provare anche qualcosa di vicino al conforto, strano ma vero, come se la sola esistenza di Zwartendijk e di altri giusti avesse diminuito la rabbia e acceso una luce di bellezza.
Una luce da ricordare.

La memoria è un’arma potente contro il ripetersi del male, ed è anche un dovere quando si tratta di ricordare contributi così onesti, cristallini, gentili da far commuovere, azioni dimenticate che meritano più attenzione. Non per le onorificenze o i monumenti dedicati, ma per celebrare un umanissimo e antieroico trionfo.

[… ] Arrivò una lettera dell’Holocaust Research Center. La relazione inviata dal rabbino Marvin Tokayer dal Giappone era stata il fattore decisivo. In base alle cifre fornite da Kōbe, oltre che da altre fonti, si era potuto stabilire che il 95 percento dei rifugiati ebrei ai quali il console olandese di Kaunas aveva rilasciato un visto erano sopravvissuti alla guerra.

Vittoria grandissima (si parla di almeno seimila persone sfuggite all’Olocausto) che Zwartendijk – che non smise mai di interrogarsi sulle sorti di chi aveva aiutato – non fece in tempo a conoscere.

Leggendo I giusti siamo noi a conoscere, a capire, a illuminarci.

E al termine del libro siamo certi che nel nostro cuore rimarrà una traccia luminosa, ma non accecante, dell’esistenza di Zwartendijk e di tutti i giusti della Terra.

Una traccia più forte di quella che hanno lasciato gli ingiusti.

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