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Il mio consiglio di lettura per l’estate: 2. Quel che si vede da qui

Estate, tempo di letture leggere ma non inconsistenti o consistenti ma non pesanti.
Tempo di storie che aderiscano bene, senza schiacciarli, al nostro intelletto reso indolente dall’afa e al nostro animo esposto alla frivolezza vacanziera.
Tempo di libri succosi come un frutto dal gusto dolceamaro, attraversati da un brio semiserio e da una vena di poesia tutt’altro che ermetica.
Tempo di libri che non siano severi ma nemmeno troppo indulgenti con la nostra sensibilità.

E quindi tempo di un libro come Quel che si vede da qui di Mariana Leky (Keller, 2019), una dolce sinfonia di sorrisi e lacrime, un racconto in equilibrio tra realismo e magia, tra dolore e antidoti speciali a esso.

Una ventata di amabile stravaganza, di calviniana “leggerezza pensosa”.

La fantasia che corteggia la realtà e la realtà che le strizza l’occhio complice in una danza delicata.

Un romanzo dai sandali alati come quelli di Perseo, nonostante le prove pesanti che incombono fra le sue pagine.

Quel che si vede da qui è un romanzo splendente che contiene del buio ed è un romanzo buio con il superpotere di splendere (e di far splendere chi lo legge).

È triste ma è anche incredibilmente a colori.

È delizioso, pieno di incanto, di lirismo divertente, di romanticismo non convenzionale, di tristezza che spezza il cuore e di piccole cose sopra le righe che lo riaggiustano.

Parla di morte e di amore senza farli mai straripare né restare troppo in superficie, con un’armonia dolce, un’ironia malinconica, uno sguardo magico e surreale sulle cose del mondo e della vita.

È capace di trasmettere serenità pur trattando anche il tema della perdita non negoziabile.

È buffo come un okapi, animale assurdo della foresta pluviale di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza, a metà tra una zebra, un tapiro, un capriolo, un topo e una giraffa (anche se qui l’okapi, quando appare, non porta nulla di buffo con sé).

Ha uno stile linguistico molto particolare, con la ripetizione di certe formule, frasi o parole anche a distanza di pagine, come fossero ritornelli dai poteri magici, giochi verbali a cui lasciarsi andare.
È speciale anche dal punto di vista sintattico-lessicale, segue una via espressiva tutta sua.

«Forse in realtà sei fatta per i sette mari».

«Del resto è tutto il giorno che non faccio altro che non-baciarti»

L’ho letto come fosse una fiaba, e in fondo lo è, ha la stessa capacità di sospendere il tempo e di narrare l’universale attraverso il particolare; trasmette la stessa sensazione di incantesimo, lo stesso riverbero di empatia e meraviglia in mezzo alle difficoltà.

Il suo microcosmo è speciale, popolato da personaggi che rimangono nel cuore per stranezza e singolare modo di stare al mondo. Sono del tutto bizzarri e inverosimili, pieni di manie, abitudini e fissazioni, e si fanno voler bene proprio per questo.

Luise, voce narrante e protagonista, ci invita a entrare nel suo piccolo universo e ci fa conoscere la nonna Selma, ghiotta di Mon Chéri, che tutte le volte che sogna un okapi preannuncia morte; il padre sempre in viaggio alla ricerca di sé stesso e del mondo; la madre fioraia sempre assente che da anni si fa la stessa domanda; un ottico gentile e saggio innamorato da una vita di Selma e incapace di dirglielo; un cane, Alaska, con doti da highlander; un monaco buddista, Frederik, che vive in Giappone e di cui Luise si innamora a prima vista e con cui scambia lettere su lettere…

“Con la presente sottoscrivo che non c’entriamo niente l’uno con l’altra”.

E poi c’è, pulsante e vivente, il paesaggio del Westerwald, in Germania e il bosco dell’Uhlheck con la sua natura partecipe, «una magnifica sinfonia di verde, azzurro e oro» che sembra quasi di annusare e attraversare mentre si legge, mentre cambiano le stagioni e gli anni avanzano.

Quel che si vede da qui mi ha fatto venire in mente, in ordine sparso: le atmosfere incantevoli e stravaganti de Il favoloso mondo di Amélie, le bellissime allegorie dei romanzi e dei racconti di Italo Calvino, l’estro romantico e disperato de La schiuma dei giorni di Boris Vian, la creatività linguistica di Gianni Rodari, le fiabe ambientate nei boschi o in regni pieni di creature buffe che parlano usando formule rituali. E poi tante altre cose legate alla sfera del meraviglioso, di ciò che vero non è ma a guardar bene lo è.

Vi consiglio di regalarvelo e di concedervi un po’ di letteratura contemporanea non ordinaria che assomiglia a un abbraccio, uno di quelli che tolgono peso dal petto e fanno planare sui problemi e le paure dall’alto.

Non sempre possiamo scegliere le avventure per le quali siamo fatti.

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