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Olive, ancora lei

Questo libro è uno smisurato atto d’amore: verso noi lettori che abbiamo conosciuto e voluto bene a Olive Kitteridge anni fa; verso Olive stessa, così vera, imperfetta e umana da meritare un commovente ritorno; verso la vita, che è complicata, fallimentare e bellissima.

Leggerlo è un dono che si fa a sé stessi e a fine lettura ci si sente grati e un po’ più accolti in quell’imprevedibile e non sempre comoda giostra che è lo stare al mondo.

Eccoci ancora nel Maine, nella cittadina immaginaria di Crosby, descritta con lo stesso nitore fotografico di dieci anni fa, con le sue stagioni che sembrano dipinti, con i suoi cieli azzurrissimi affollati di gabbiani o resi d’oro dal tramonto, i fiori e gli alberi cangianti che decorano la provincia, i paesaggi che cambiano obbedendo al tempo, l’Oceano Atlantico che sferza o lambisce le coste e l’anima di chi ci vive.

[…] e ogni cosa aveva un che di spettrale e di assolutamente stupendo sotto la luce radente di un sole che non ce la faceva a scalare la cima del cielo.

C’è qualcosa di ineffabile e lirico nella quotidianità e nella semplicità delle vite di Crosby.

Ed ecco ancora lei, Olive, sempre più anziana ma con le stesse tipiche ruvidità caratteriali e mentali.
Olive ancora burbera, schietta fino all’offesa, netta nel tranciare in due le cose, le situazioni, le persone, priva di gentilezza e formalità.
Ma anche Olive empatica, comprensiva, attenta a captare e lenire la solitudine e il dolore altrui.

Olive formidabile nell’aggiustare persone rotte, nell’incitare anime stanche, nel dare una o due parole di sostegno senza decorazioni e con sincerità integrale.

Sorprendente come un personaggio così indelicato e allergico ai sentimentalismi sia protagonista diretta o indiretta di piccole gemme di delicatezza e altruismo.
Come una «vecchia ciabatta» che esclama spesso «cribbio!» e «oh, boia!» sia poi capace di una sensibilità e di una sintonia con chi la circonda che fanno commuovere ogni santa volta.

Olive la si ama, ancora, proprio per questo: perché è antieroica e antiromantica ma anche ruvidamente tenera.
Perché è intrattabile ma sa trattare le vicende umane come nessun altro.
Perché forse di sé stessa non ha mai capito nulla ma capisce come la gente si sente davvero.

Creando Olive Kitteridge, Elizabeth Strout ha creato uno di quei personaggi letterari che trascendono la finzione e si fissano per sempre nella memoria, con la loro indole, il loro aspetto fisico, il loro modo di parlare, di agire, di vivere. Proprio come fossero viventi.

Il suo ritorno è stato il ritorno di una vivente dalla corporatura massiccia da abbracciare e da cui farsi abbracciare. Senza moine, s’intende.

Ma com’è l’Olive di questi nuovi racconti?

È soprattutto un’Olive attraversata da illuminazioni e che si confronta tanto con sé stessa.

Con la madre che è stata o che non è stata in grado di essere per Chris, quel figlio unico che adesso ha una famiglia allargata con bambini che per lei sono «inconcepibili».
Quel figlio che vive a New York, lontano da lei e che in fondo è stato un bambino senza madre.

E a quel punto la travolse l’onda orribile di una verità in crescendo. Il suo fallimento era smisurato. Dovevano essere anni che falliva senza nemmeno saperlo.

Con l’aver accolto nella sua vita un nuovo compagno che poi diventerà marito, Jack Kennison, nonostante l’età, le disillusioni e la vita che hanno già vissuto entrambi.

Con quello che è stato Henry – il suo primo marito – per lei, prima e dopo la sua scomparsa.

Con la vecchia piena di debolezze, anche imbarazzanti (commoventi e comici i pannoloni da lei chiamati “salvacacca”), che è diventata e che fra poco non sarà più.

Con il senso di solitudine che la terza età mette sulle spalle e sul cuore, spezzandolo.

La senilità, il suo progredire con sempre più evidenza, i bilanci che costringe a fare, il senso di insoddisfazione di sé che fa venir fuori troppo tardi, la fine a cui costringe a pensare, sono al centro delle riflessioni di Olive.

Ma stiamo parlando di Olive: non c’è spazio per l’autocommiserazione e la dispersione troppo vana di pensieri; giusto un attimo di smarrimento e stupore e poi si deve andare a cena, si deve assecondare la vita non ancora finita.

[…] il miliardo di variegate emozioni che aveva provato guardando un’alba, un tramonto, le mani delle cameriere che le avevano messo davanti una tazza di caffè… Tutto quanto finito, o quasi finito.

L’incedere della narrazione riprende la forma del romanzo per racconti o dei racconti come fossero un romanzo, un modo speciale che ha Strout di andare e tornare rispetto al centro che è Olive, di scrivere della provincia del Maine e dei suoi abitanti in episodi separati eppure uniti da un filo conduttore, da un traino d’insieme perfetto.
E anche se a Olive si fa solo un breve cenno la sua presenza è forte anche nell’assenza.

– Insomma, voglio solo dire che tanti anni fa, durante l’ora di matematica, una volta Mrs Kitteridge ci ha detto… non lo dimenticherò mai… un giorno si è interrotta a metà di un problema che stava risolvendo alla lavagna, si è girata e ha detto a tutta la classe: «Voi sapete benissimo chi siete. Basta che vi osserviate e vi ascoltiate, e saprete benissimo chi siete. Non dimenticatelo». E io non l’ho mai dimenticato, in effetti.

Permane – ed è un cosa bellissima perché riconoscibile, quasi afferrabile – quel senso generale di malinconia, di perdita, di vita che non è andata come doveva andare.

E però permane anche la possibilità di un conforto tra le pieghe storte della vita, una leggerezza che può manifestarsi attraverso un tipo di luce (il mio racconto preferito è proprio Luce, una storia di paura, malattia e luce che toglie il fiato), un dialogo, un sorriso spontaneo e che viene a ricordare ai personaggi – e a noi lettori – che c’è sempre un piccolo porto di calma, uno spiraglio luminoso seppur piccino a cui agganciarsi quando le cose si fanno pesanti.

C’era una luce magnifica, di un giallo glorioso nell’aria celeste chiaro; brillava attraverso i rami nudi degli alberi, a gola spiegata, come succede al calar del giorno. […] – Mio Dio, ma guarda cos’è la luce, a febbraio.

E così, mentre leggiamo, quello che è grave si sgrava, quello che è amaro si addolcisce e tutto acquista una inaspettata qualità di leggiadria, quasi di poesia.

Ecco il superpotere di questo magnifico libro (e del suo predecessore del 2009 di cui ho scritto qui) e di Olive.

E come in ogni atto d’amore che si rispetti ci sono dei doni aggiuntivi per noi, piccole apparizioni magiche provenienti da altre storie, da altri romanzi di Strout che abbiamo amato: così ritroviamo I fratelli Burgess (ne ho parlato qui) e Isabelle di Amy e Isabelle e incontrarli di nuovo è un’emozione.
Il senso della loro esistenza si fa ancora più forte.

La finzione è poca cosa quando si scrive in modo così sincero e aderente alla vita, anche alle sue parti più deformi.

Magia di una scrittrice che è un Premio Pulitzer ma anche un premio per chiunque legga le sue storie.

Olive, ancora lei è una lettura morbida, azzurra come il cielo in copertina, scorrevole ma che rimane a lungo nel cuore, come un appunto di ottimismo duraturo. 

Leggetelo, cribbio!

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