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Prima di noi(a)

Quella che segue è un’impressione del tutto personale e opinabile e non una recensione-ghigliottina. Prendetela per quello che è – un parere fra i tanti – e leggete il romanzo di Fontana comunque, se avevate intenzione di farlo.

Cercherò di dire, senza eccedere in stilettate e supponenza, con garbo e invito al dialogo, perché Prima di noi di Giorgio Fontana, di cui ho sentito solo pareri entusiasti e inni alla gioia di leggerlo, non mi abbia conquistata.

Stroncare libri non mi piace molto; voglio che in questo blog regni più l’amore che il disappunto; ma il disappunto fa parte della vita di ogni lettore ed è giusto manifestarlo di tanto in tanto.

Partiamo da un presupposto: le narrazioni-fiume a tema famiglia e disfunzioni annesse sono le mie preferite. La famiglia, soprattutto nel suo sviluppo generazionale, credo sia il terreno più fertile per la letteratura.

Aveva ragione il mio amato Richard Yates quando, a proposito della famiglia, diceva: «Non c’è altro di cui scrivere».

È tutto lì.

Quando penso a grandi romanzi familiari ho in mente due modelli supremi: I Buddenbrook di Thomas Mann (di cui ho scritto qui) sopra ogni cosa, ma anche I fratelli Karamazov di Dostoevskij (di cui ho scritto qui).

In entrambi i casi la famiglia è narrazione di furore e di forze ataviche, di tensioni attanaglianti e di scelte determinanti, di passione implosiva o esplosiva ineluttabile, di fardelli vincolanti.

Ora, non voglio dire che tutte le saghe famigliari debbano vibrare fra le mani e far tremare i polsi come quelle che ho citato; non pretendo la potenza della tragedia greca che hanno I Buddenbrook, né che debba essere tutto “sensualità, cupidigia e follia” come nei Karamazov.

Esistono saghe che ho amato molto, come quella dei Cazalet, che vanno avanti a piccoli passi eleganti, senza eccessi e Sturm und Drang, eppure riescono a coinvolgere, a insinuarsi come fossero viventi nel cuore di chi legge.

Quando leggo le vicende di una famiglia mi aspetto di provare empatia ad alti livelli e per provare empatia devo percepire l’umanità, le persone che sono i personaggi, lo spessore che non viene descritto ma che devo poter cogliere a piene mani.

Con Prima di noi non mi è successo e questo perché mi è parsa una storia familiare smaccatamente finta: ho percepito la finzione letteraria dalla prima all’ultima pagina e ho avuto sempre davanti agli occhi le idee di Fontana, il suo mega progetto e mai l’illusione che ci fosse vera vita dentro.

I Sartori per me non esistono. I Buddenbrook, i Karamazov, i Cazalet invece sì: sospensione totale dell’incredulità. Anche dopo aver chiuso e riposto il libro sullo scaffale.

Fontana scrive benissimo, ha talento descrittivo e cultura vasta, ma credo debba maturare sulla consistenza umana e psicologica delle sue creature, sulla loro tridimensionalità e plasticità, sulla loro credibilità e persistenza.

Fontana ha studiato e ha fatto ricerca storica per anni (nella Nota dell’autore cita, tra gli altri, il Centro studi libertari e la Società Filologica Friulana) e si vede fin troppo: c’è una precisa ricostruzione filologica, c’è un progetto e un oggetto di studio e c’è poca essenza umana.

Tanto lavoro sulla storia vera e poca verità.

I suoi personaggi mi sono sembrati funzionali a questo immane progetto di fabbricazione letteraria di un secolo che Fontana (classe 1981) non ha vissuto davvero (e che è quindi, eccetto i decenni più recenti, deduzione al 100%).

Credo molto nella scrittura come contenitore di esperienze dirette o trasfigurate, come idea generata dalla vita che si conosce e non da quella che si apprende sui manuali e nelle ricerche archivistiche.

E lo so, lo so che – per fare un esempio fra i tanti – Flaubert ha scritto meravigliosamente dei tormenti di una donna pur essendo un uomo, ma, senza nulla togliere a Fontana, stiamo parlando di Flaubert, un dio praticamente.

La mia sensazione costante durante la lettura è stata questa: una serie di fatti epocali del Novecento italiano trattati di sfuggita e trasformati in riduzioni stereotipate.

E dentro questi fatti che vanno dal 1917 al 2012 (Fontana, ma sei pazzo?) si muovono sagome di personaggi con i fili da burattini visibili, così come è visibile il burattinaio, che scrive molto bene, lo ribadisco, da primo della classe a scuola di scrittura, ma dimenticando di nascondere l’artificio.

Prima di noi è stato per me un lunghissimo elenco di fatti veri semplificati e rievocati attraverso personaggi artificiali.

La diserzione in guerra, il Friuli rurale da abbandonare, l’hinterland milanese grigio per cercar fortuna, la rivoluzione che poi diventa disillusione, il berlusconismo e il precariato degli anni 2000 con gli attacchi di panico dopo la laurea, ogni fase storica trattata è una sintesi, una riduzione a simbolo.
Tutto mi è parso puro stereotipo, senza sfumature.

Ecco: Prima di noi non ha sfumature.

Potrebbe essere un mio difetto di percezione? Una mia visione viziata da qualcosa? Può darsi.
Ho passato gli ultimi strani mesi immersa nella lettura dei romanzi di Elsa Morante, ricchi, densi, sfaccettati in maniera prodigiosa, come opere sartoriali a mille strati, e forse anche per questo Prima di noi mi è parso senza dimensioni ed espressione.

Da una parte una scrittura analitica, dall’altra una scrittura sintetica.
Da una parte l’esperienza (che non vuol dire per forza autobiografismo), dall’altra la ricostruzione di un’esperienza.

Chissà se i libri che leggiamo possono influenzarsi l’un l’altro… Forse sì.

Un pregio di Prima di noi, va detto, è che si butta giù d’un fiato, è suddiviso in capitoli brevi ed è scorrevole, come fosse più compatto di quello che è, come avesse una capacità intrinseca di far voltare pagina.

La scorrevolezza di un testo letterario, soprattutto di questa mole (882 pagine), è una grande qualità, scongiura l’abbandono e il trascinamento all’infinito, ma da sola non può bastare.

Prima di noi scorre ma non lascia quasi niente.
Per me è stato un passatempo, e quando invece i libri li amo voglio che il tempo non passi, voglio restare sospesa fra le pagine, incagliata in certe emozioni per sempre.

Inoltre non è un’epopea familiare come indicato nella quarta di copertina, ma la storia in frammenti sommari di alcune vite.
L’epopea richiama la poesia, l’epos, e qui di poetico o di epico c’è ben poco.
C’è molta perizia e tecnica dello scrivere, ma non ci sono slanci forti, palpitazioni.

Non ti viene da piangere o da ridere mentre leggi, non ti viene la pelle d’oca, non ti impressioni, non ti si strazia il cuore, non acquisisci nuove consapevolezze sullo stare al mondo e sull’errare degli uomini, non fai viaggi di andata e ritorno nell’animo umano.

Leggi, leggi, leggi e sei identico a prima mentre lo fai.
Prima di noi è un romanzo neutro. Non aggredisce e non consola.
Non credo si tratti di delicatezza, ma di vera e propria neutralità.

E, di conseguenza, è freddo, del tutto privo di pathos

La sua freddezza è stata per me il difetto più insopportabile.

Non c’è fuoco nelle sue pagine, eppure si parla di guerra, di amore, di rivoluzione, di colpe, di malattia, di morte e di altre cose altamente infiammabili.

Nel romanzo si fa spesso riferimento alla rigida indole dei friulani, quel modo d’essere tutti d’un pezzo, e può darsi che sia una scelta ben precisa quella di non dare troppo spazio all’emozione, all’ardore.
Può darsi che sia un romanzo con un atteggiamento da Nord-Est profondo, consapevole di questo suo temperamento coriaceo.

Resta il fatto che quando un’opera di mole gigante non emana calore arriva sempre, per me, come una condanna in Siberia, la noia.
Quel mix glaciale di prevedibilità (vedi sempre alla voce stereotipo) e gestione emotivamente contenuta del materiale narrativo (vedi appunto alla voce freddezza).

Ed ecco che giungo alla conclusione di queste mie contestabilissime impressioni: Prima di noi è un romanzo di studio, di ambizione, di attenzione storica e Fontana merita ammirazione e rispetto per tale smisurato lavoro.
Ma è anche un romanzo noioso.

Non nel senso che fa sbadigliare, ma nel senso che ha poca anima.

Per me, s’intende. Magari per voi è stato o sarà tutto diverso. Ve lo auguro.

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