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La mia (post) quarantena con Elsa Morante: 4. Lo scialle andaluso

La Morante scrittrice di romanzi finora mi ha fatto solo doni di pienezza; cercare la sua scrittura, poco prima, durante e dopo la quarantena è stato una necessità e una salvezza.
In un periodo di disorientamento totale la mia è stata un’invocazione ben precisa a una divinità che potesse ispirarmi la voglia di leggere perduta: narrami o Musa un’impresa, un dolore, una follia, qualsiasi cosa purché sia stata generata dalla mente splendente di Elsa Morante.

Senza le sue opere a stimolare la mia felicità letteraria in questi lunghi e assurdi mesi credo che non avrei letto una sola parola. Per la prima volta, tra marzo e aprile, ho sperimentato un rigurgito antiromanzesco e l’incapacità di star bene leggendo narrativa. Ho iniziato quattro libri, li ho accantonati con fastidio uno dopo l’altro, ho temuto di perdere il mio legame linfatico con la letteratura.

Poi – lo sapete già se avete letto i miei post precedenti (qui , qui qui) che assomigliano a odi dallo slancio catulliano – è arrivata senza alcuna programmazione sua maestà Elsa, una folgorazione salvifica, la restituzione di un bene che non poteva, non doveva andare perduto.

Così a maggio, a lockdown concluso ma con astratti furori ancora in corso nella mia testa, ho voluto sperimentare anche la brevità e vedere come l’avrebbe trattata una tessitrice di dettagli e una lenta sacerdotessa del romanzare come lei.
Ero curiosa di scoprire come avrebbe mai potuto ridurre quella sua sorprendente e fluente generosità narrativa, quel suo magnifico addensare, in poche pagine.

Ebbene, anche nella lunghezza breve Morante è stata per me creatrice di incanto, narratrice di vicende magiche e di sortilegi potenti. Quello che la sua penna scrive si traduce in formule ipnotiche che per me e per la mia attenzione sono meccanismi infallibili.

Mentre leggo mi tendo tutta verso le sue parole come fossi un magnete e loro il polo della mia attrazione.

Anche in una manciata di pagine Elsa Morante riesce a mettere a frutto il dono innato di una sintassi e di una capacità di raccontare mostruosamente seduttive.
Se si è un talento destinato alla scrittura fin dalla nascita lo si è in ogni forma, in ogni tipo di durata, anche in quella da vendere ai giornali, anche agli esordi (questi racconti sono quasi tutti giovanili e precedenti al successo commerciale di Elsa).

L’assolutismo morantiano dello scrivere è presente anche nella brevità.

Quanto sono evocativi, conturbanti, realistici eppure immateriali i suoi racconti? Dentro ognuno di loro ho trovato, come già successo con i romanzi, una seduzione ineluttabile, come quando da bambina ascoltavo le fiabe sonore in uno stato a metà tra lo spavento e la fascinazione totale, sempre in attesa di una sorpresa, di un nodo cruciale, di uno scioglimento. Lo straordinario come linfa vitale per l’ordinario.

Racconti come La nonna (eletto come il mio preferito della raccolta) o Il gioco segreto sono intrisi di atmosfere e fenomeni da fiaba nera che fanno venire in mente i fratelli Grimm o certe novelle popolari.
Hanno un’indeterminatezza che è appunto fiabesca e che potrebbe essere introdotta da un “c’era una volta…” e degli elementi magico-fantastici annidati dentro il realismo di personaggi in carne e ossa, con nomi e cognomi.

Potrebbero essere narrati davanti a un focolare in una notte d’inverno e turbare gli animi di chi ascolta, evocare demoni personali.
Riescono a intrattenere ma anche ad atterrire.

Non si tratta di distorsioni oniriche né di vicende surreali, eppure questi dodici racconti contengono qualcosa di misterioso che rimanda ad altro, a dimensioni oscure e abissi profondi, soprattutto legati all’infanzia, alla prima giovinezza, all’essere donna, alla famiglia, al rapporto esclusivo ed espulsivo con la figura materna.

Tutti temi che tornano come onde nelle opere di Elsa Morante.

Ella aveva la sensazione che madre e figlio si fossero tracciato intorno un cerchio magico che a lei non era permesso oltrepassare. E rimaneva fuori dalla linea, affascinata e spaurita. (Dal racconto La nonna)

Rapporti spesso ossessivi e radicali, dall’influenza ineluttabile, come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Lo scialle andaluso, in cui una madre poco votata alla sua maternità, con ambizioni mondane legate al teatro e alla danza, finisce con l’essere quello che il figlio ha sempre desiderato fosse, un concetto di madre che “vuol dire due cose: vecchia e santa”, di quelle madri meste che “mangiano pane asciutto, e lasciano lo zucchero per i figli”.

Il colore proprio agli abiti delle madri è il nero, o, al massimo, il grigio o il marrone. I loro abiti sono informi, giacché nessuno, a cominciare dalle sarte delle madri, va a pensare che una madre abbia un corpo di donna. I loro anni sono un mistero senza importanza, che, tanto, la loro unica età è la vecchiezza.

Il legame madre-figlio assomiglia sempre, nei romanzi morantiani, a una maledizione/benedizione, a un’adorazione/repulsione e contiene l’esperienza biografica di Elsa, il suo rapporto complesso e ondivago con la madre Irma.
Ma anche il suo non essere mai diventata madre: lei, che amava sopra ogni cosa i bambini (e i gatti), ha interiorizzato un desiderio represso, ha convissuto con un dolore (nel suo diario privato del 1938 fa riferimento a un aborto) e lo ha reso tema centrale e quasi ossessione del suo narrare.

Il bello dei suoi romanzi e racconti è anche questo: scoprire come ferite personali, traumi infantili, condizioni dolorose della vita adulta, possano diventare materiale letterario magnifico, autentico, vibrante, dove sempre si percepisce l’umanità e la verità della vita stessa.
Di chi la vive bruciando e non si limita a narrarla da lontano.
Di chi inventa impastando la finzione con l’esperienza privata, che sia di assenza, di amore, di morte, di povertà, di guerra.

Ci sono, in questi racconti, bambini che rispondono alle chiamate della fantasia (non lo fanno forse tutti i bambini inventati da Morante?) e che ne fanno strumento di evasione dal tetro mondo dei grandi.

Ci sono bellissimi fanciulli in età ginnasiale che fingono di essere quello che non sono (non l’abbiamo forse fatto tutti a tredici anni?).

E poi donne che sono inni alla vita, estreme, esagerate come tutte le creature morantiane; Donna Amalia dell’omonimo racconto per esempio, nel cui intimo:

continuava ad ardere, senza mai consumarsi, quel fervore che una donna comune può conoscere quando è bambina; ma che poi si frena in gioventù, e tramonta nell’età adulta.
[…] Ella, a differenza della gente comune, non acquistava mai, verso gli aspetti (anche i più consueti) della vita, quell’abitudine da cui nascono l’indifferenza e la noia.

O Candida del racconto Un uomo senza carattere, una donna matura che diventa così avida di sogni di passione e di nozze da cadere dolorosamente nell’illusione e nella disillusione.

«Soltanto l’illusione, – mi ripetevo, – la faceva vivere. Uccidendo quest’illusione ho ucciso lei stessa.»

C’è tanto altro, c’è un modo di scrivere che è un mondo e che è già tutto da esplorare  in questi primi lavori.

Leggetelo, fatevi avvolgere da uno scialle narrativo che, se amate la letteratura come missione per conto di Dio, vi farà stare benissimo.

 

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