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Come una storia d’amore

Quella che ho con i racconti non è una lunga storia d’amore; per anni ho diffidato della loro brevità scambiandola per insufficienza e ho preferito le narrazioni lunghe e articolate, la pienezza senza limiti di battute del romanzo. I racconti mi facevano venire in mente i laghi, piccoli bacini d’acqua non navigabili, mentre dei romanzi mi è sempre piaciuto che assomigliano al mare (sebbene possano essere spesso anche paludi).

Poi ho scoperto Alice Munro con la sua brevitas colma di significato e di comprensione verso l’universo femminile e – cautamente – ho provato a leggere anche altre raccolte di racconti imparando piano ad amare un genere: Grace Paley, Anna Maria Ortese, Elizabeth Strout, ma anche i classici Gogol’ ed Henry James, Fitzgerald e Yates (Undici solitudini è la mia raccolta di racconti preferita in assoluto).

Esperienze felici, illuminanti, così come è stata felice, e fulminea (l’ho letto in una paio d’ore, come un unico discorso a più voci), la lettura dei dieci racconti romani di Nadia Terranova.

Racconti di un’infelicità quotidiana che viene da lontano e dal profondo e che tuttavia riesce a essere consolante per chi la legge, perché c’è nei personaggi che la provano un costante provarci, un non ripiegarsi dove il dolore li vorrebbe, e una precisa volontà di vivere, di cercare alternative, uscite, anche solo per una giornata o qualche ora.
Un’infelicità che non è disperazione ma sensibilità, approccio non di superficie alla vita, un sentire di tipo romantico che amplifica tutto ciò che è dentro di sé e fuori, nella città.

Paola ha paura di tutto tranne che del proprio buco nero, non ha familiarità con nessuno tranne che con lui.

Molte nostalgie, solitudini riflessive, fantasmi di occasioni perdute, di amori finiti, mancanze indefinite, ossessioni però anche  ricerca di consolazione e di rifondazione di sé stessi, come città malmesse o rase al suolo in via di ricostruzione.

Creature affrante ma non frantumate.
Donne non vincenti ma nemmeno vinte.
Donne dentro bozzoli di dolore o insoddisfazione o depressione che non smettono di corteggiare o farsi corteggiare dalla felicità.
Donne in trasformazione che forse, se tenteranno di raccontarsi la vita come una storia d’amore, riusciranno ad affrancarsi dal disagio, o forse no. Però ci proveranno a uscire dalle parentesi.

Ho ritrovato molto di me in queste micro-narrazioni delicate, ho riconosciuto degli stati d’animo familiari, dei pensieri e delle atmosfere interiori moleste che ho cercato spesso di mettere a tacere attraverso la ricerca di qualcosa di bello, di un impegno dell’intelletto, di una passeggiata verso l’altrove.

Ho sentito una forte e sororale affinità con queste donne alla ricerca di sé, con la loro relazione complicata con il mondo e la vita, con la loro capacità di osservarsi e osservare, di stare sole e di cercare di studiare in maniera interdisciplinare quella materia oscura che è la felicità.

La protagonista de Il primo giorno di scuola, racconto ambientato al Ghetto ebraico, è quella che ho sentito più vicina a me; anch’io, come lei, spesso do più libertà d’espressione ai miei pianti che ai miei sorrisi e dopo sembro ricordarmi solo dei primi, come se la mia memoria fosse in combutta con i miei “ripiegamenti cavernicoli” e li spronasse a esagerare. E allo stesso tempo, proprio come lei, non smetto mai di indagare la felicità, di esplorarne il linguaggio.

Sono in missione per conto della felicità, ma la verità è che non ho ancora trovato soggetti idonei. Da vicino nessuno è felice.

Quando leggere diventa leggersi allora succede qualcosa di meraviglioso, un’epifania che dura anche a libro finito; ci si sente accolti e presi per mano, ci si regala indulgenze che curano e parole di altri che ci assomigliano.

Con Nadia Terranova mi è già successo (del suo bellissimo Addio fantasmi ho scritto qui), sento una grande sintonia con la sua sensibilità letteraria e umana, mi sembra che quello che scrive vada incontro, involontariamente, a certe mie specifiche esigenze e mi faccia un gran bene al cuore.
Il suo modo elegante di trattare “cose terribili come fossero normali e viceversa” (per citare un capitolo di Addio fantasmi), di narrare solitudini e dolori irrisolti da risolvere con una delicatezza che non dice mai troppo eppure evoca mille ricordi personali e situazioni universali, la rende ai miei occhi tra le migliori scrittrici italiane contemporanee. Sicuramente tra le più raffinate.

E poi Come una storia d’amore è anche una serie di racconti di Roma, che non è la Roma cinematografica e vacanziera di Piazza di Spagna o del Colosseo, né quella alto-borghese che sta a nord, e nemmeno quella verace e caricaturale da trattoria trasteverina, ma la Roma comune di chi ci vive, di chi frequenta i suoi mercati e le sue lavanderie, di chi si siede al bar sciatto del proprio quartiere a bere vino scadente, di chi piange in metropolitana, di chi lavora in una pizzeria a taglio o di chi non lavora più.

Una città dalla luce sfacciata, indipendente dalla stagionalità e che “celebra un’eterna sagra all’aperto”. Una città dall’eterna atmosfera dolceamara che invita a vagabondare o a sostare in osservazione, a sospendere la velocità e le incombenze, a studiare la vita senza fretta.

L’aria è tiepida, non è troppo caldo, la luce dolce e disperata dell’autunno romano illumina i gatti e le rovine di largo Argentina.

Ho vissuto a Roma poco più di due anni, durante il corso di laurea magistrale, e sebbene all’epoca avessi una visione della vita più semplificata e meno attenta ai dettagli, ricordo di aver camminato tanto per le sue strade sconnesse, che sono un trionfo di pini e cieli profondi, alla ricerca di angoli non mainstream da chiamare miei.
Ricordo di aver pianificato passeggiate di quartiere in quartiere con il solo scopo di far scorta di bellezza e di un senso di enormità che in provincia non avevo. E di aver eletto Garbatella, con i suoi giardinetti dentro villine decadenti e la sua anima popolare, mio posto-cuore della città.

Di Roma ho amato e amo, quando ci torno, il suo essere sempre in direzione della poesia, in forma soave o popolaresca, elegantissima o vernacolare, brillante o sporchissima, ma sempre palpitante e imperfetta come un essere umano.

Se ci vivessi adesso, che ho trentasei anni e diverse dosi di irresolutezza giovanile ancora da smaltire, credo che mi ritroverei a fare come la protagonista del racconto La lavanderia sbagliata, osserverei la vita degli altri, guarderei “il mio quartiere che non ho mai visto” e mi farei tenere in ostaggio dal carisma della città pur volendola lasciare.
La mia vita a Roma, dove ho vissuto e dove non vivo più, adesso la immagino così.

E forse me ne sarei disinnamorata giorno dopo giorno, problema dopo problema, come la voce narrante del racconto Lettera a R. e proprio come lei avrei cercato di riconquistarla andando a ritroso, recuperando ricordi e ripensando a quell’iniziale ed esplosivo “colpo di fumine fra una ventenne e una millenaria”.
Lo stesso che ho avuto anch’io e che lasciando Roma ho preservato da ogni forma di logoramento antiromantico.

In ogni caso, che sia amore giovanile di pochi anni o solida storia d’amore in crisi, sempre di amore si tratta quando si parla di Roma. Non c’è altro sentimento che può riguardarla o narrarla.

C’è tanta vita, umanità e amore per esse nelle 102 pagine di questa raccolta di perle e c’è una città luminosa che asseconda il sentimento del perdersi e forse, con la giusta strategia, anche del ritrovarsi.

La luce di Roma è una stronza, è colpa sua per ogni cosa che mi è successa.

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