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La mia (post) quarantena con Elsa Morante: 3. L’isola di Arturo

L’aria salina e gli spettacoli di luce cangiante che offre il mare, palpitante “come un innamorato” e“pieno di lusinghe”; il contatto profondo, selvaggio, con la natura mediterranea; il senso di appartenenza primordiale alla sua essenza; l’attrazione verso l’ignoto che è quasi un’ansia d’assoluto, un voler superare le Colonne d’Ercole.

L’isola che è necessità ma anche prigionia, “ragnatela iridescente”; avventura quotidiana ma anche insoddisfazione senza nome.

Le complicazioni del cuore quando è giovane e vive tutto all’eccesso, senza mezze misure e capacità di riflessione, con spinte prepotenti e inesorabili verso la totalità, la profondità, le viscere della vita.

L’amore – per il padre, per una donna – come forza che confonde, spaventa e si prende tutto.

La mitizzazione dei destinatari di questo amore, che è ora venerazione ora ostilità, ora dipendenza esagerata, come una condanna simbiotica, ora indifferenza mista a violenza. Sentimenti in ogni caso sproporzionati.

L’isola di Arturo è il più poetico fra i romanzi di Elsa Morante letti finora e anche quello più romantico (nel senso che mi ha fatto pensare alla corrente del Romanticismo) perché intriso di fantasia, di qualcosa di sovrannaturale, di una tensione costante verso l’infinito e di inquietudine personale e cosmica.

Mi ha fatto venire (alla lontana) in mente I dolori del giovane Werther, una sua versione marittima, selvatica e novecentesca.

È lo Sturm und Drang personale (ma anche universale) di un ragazzino isolano alle prese con la vita e le sue sferzate sublimi o devastanti.

È un romanzo sul sentire fortissimo della prima giovinezza, quando tutto è gonfio di amore estremo e di odio estremo e l’equilibrio delle emozioni è ancora in costruzione, sempre prossimo alla caduta.

È la storia di un’iniziazione alla vita, con tutti i traumi che ciò comporta.

Il passaggio da un’adolescenza mite e giocosa a una passionale e dolente e poi il diventare uomini, tagliando le radici, spezzando gli ancoraggi.

Le sequenze descrittive de L’isola di Arturo sono pura poesia, sono intrise di isolanità e cromatismi marittimi, di stagionalità e giochi di luce, di sabbia, di vento, di imbarcazioni attraccate o al largo, di tutte quelle cose che chi ha il mare nel sangue conosce bene.

Là, nei giorni quieti, il mare è tenero e fresco, e si posa sulla riva come una rugiada, Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei d’essere uno scòrfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua.

Il senso di incanto, anche quando le cose si fanno tragiche, è costante, come una presenza mistica che si manifesta fin dalla prima pagina e si dissolve nell’ultima.

Mi pare di aver notato, durante queste letture morantiane, come ci sia sempre nel suo universo narrativo un insieme di reale e surreale, una focalizzazione sui personaggi e la loro storia privata, ma anche un senso di universale e di simbolico. Con L’isola di Arturo questa sensazione è stata ancora più forte: mi è parso quasi un romanzo di tipo simbolico-allegorico, legato a una dimensione di eternità.

Tutti nella vita siamo stati Arturo.
Siamo stati felici e frivoli per piccole cose, e poi infelici e in preda al dramma; ci siamo innamorati perdutamente di qualcuno e abbiamo creduto di perdere il cuore.
Arturo è il simbolo di una condizione che, con più o meno furore, ha riguardato tutti noi, che ci siamo sentiti mostruosamente incompleti e che invece eravamo solo giovani, per citare Italo Calvino.

Legata a questo senso di universalità mi è parsa anche la sospensione del tempo (che avevo già percepito in Menzogna e sortilegio); la vicenda di Arturo è ancorata solo di striscio a delle coordinate temporali precise, e in questo assomiglia al mito, alla favola, al sogno.

È un romanzo dalle atmosfere rarefatte, quasi leggendarie, che parte dal dato realistico – un ragazzino, l’isola di Procida, il rapporto con il padre assente, la scoperta dell’amore, della gelosia – per poi trasfigurarlo, renderlo evocazione, la solita meravigliosa arte incantatoria morantiana.

E si allontanava nuotando lento lento, quasi abbracciato al mare, al mare come a una sposa.

È fatto dell’incontro visionario tra quello che c’è e quello che si immagina ci sia, dentro e fuori di noi.

Procida è reale, esiste davvero, è nel Golfo di Napoli, ma quella narrata da Morante si veste di favola, di invenzione: lei stessa, nell’avvertenza che precede l’apertura del romanzo, dichiara che ogni cosa nel romanzo, anche la geografia, “segue l’arbitrio dell’immaginazione”. 

E infatti tutto è descritto con pennellate estatiche, sognanti.

In giornate simili, così rare da noi, l’isola pare una flotta che ha ripiegato le sue mille vele dipinte e viaggia su correnti senza rumore, verso gli Iperborei.

Le giornate estive si succedevano uguali e tutte di festa, come stelle radiose.

Anche il modo che ha Arturo di vedere le cose è una trasfigurazione della realtà attraverso la lente favolistica, ora idilliaca ora tragica, – sempre distorta – della fanciullezza (e qui torniamo al modo speciale, sebbene diverso, di vedere il reale che hanno Useppe de La Storia  ed Elisa di Menzogna e sortilegio).

L’elemento narrativo della giovane età è una costante in Elsa Morante ed è grazie a esso che la scrittrice riesce a fare dei suoi romanzi non solo opere in prosa, ma opere liriche, manifestazioni di incantesimi e di furori fantastici.

Dentro ognuno dei romanzi letti finora ho trovato qualcosa di simile a una polvere di stelle, qualcosa di impalpabile, etereo che attraversa le pagine e le riempie di una magia che appartiene alle favole.

Il presente mi pareva un’epoca perenne, come una festa di fate.

Ciò non vuol dire che quanto ci viene narrato sia favolistico e tendente al favoloso, al contrario sono il dolore, il senso minaccioso del dramma, la disperazione che fanno agitare la storia.

È invece la modalità narrativa a confinare con la favola, a tratti anche con il poema epico-eroico, quel modo unico nel panorama del Novecento italiano di raccontare che ha Elsa Morante, che è il suo superpotere.

Il linguaggio di cui si serve è ancora una volta una miscela perfetta di lirismo e regionalismo, di poesia aerea e di prosa terrosa. Ci sono, anche qui, metafore e similitudini bellissime, doni dell’inventiva e della percezione morantiana del mondo che non sembra di questo mondo.

Ma no, anche l’estate, invece, sarebbe tornata immancabilmente, uguale al solito. Non la si può uccidere, essa è un drago invulnerabile che sempre rinasce, con la sua fanciullezza meravigliosa.

Anche Arturo, che ha il nome di una stella della costellazione del Boote, rientra a pieno titolo dentro i magnifici sortilegi morantiani, così potenti da farti dimenticare la tua epoca storica, la tua biografia, la tua pesantezza terrestre.
A volte l’ho percepito come un ragazzo in carne e ossa, a volte come una creatura della mitologia greca, una giovane e sofferente divinità marina in conflitto con altri dèi a lui prossimi.

Leggere L’isola di Arturo è stato come sognare, come fare un viaggio omerico in luoghi-non luoghi fatati dove la vita sembra epopea tragica, avventura piratesca di assalto e di conquista, mitologia greca, leggenda di mare, profezia sul diventare adulti che si avvera sempre e che ci riguarda tutti, da sempre.

Se lo avessi letto all’età di Arturo, intorno ai 15-16 anni, mi sarebbe sembrato spietato perché mi sarei riconosciuta in molti dei suoi conflitti e ne avrei sofferto per empatia.

Avendolo letto per la prima volta a 36 anni, mi è sembrato un sogno estivo dolce-amaro che ho fatto sulla mia giovinezza perduta e sulla mia inesorabile identità isolana.

Ed è stato molto commovente.

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