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La mia quarantena con Elsa Morante: 2. Menzogna e sortilegio

Elsa Morante diceva di sé: «La mia intenzione di fare la scrittrice nacque per così dire insieme a me».

Con pochi altri scrittori mi è in effetti capitato di percepire questo senso genetico di vocazione alla scrittura, come una chiamata del destino a cui rispondere con dedizione sacra, con attenzione e felicità totali, con perizia da artigiano e ispirazione da artista.

Leggi le opere di Elsa Morante e capisci con accecante certezza che mentre alcuni scrittori, seppur bravi, sono cresciuti con l’idea di scrivere, lei è nata con il germe della scrittura in sé.
Elsa Morante è sinonimo di scrittura.
Una fortuna per lei, ma anche per noi che possiamo leggerla con un senso di suprema soddisfazione e di gratitudine a lunga percorrenza.

Leggendo Menzogna e sortilegio, subito dopo La Storia, senza soluzione di continuità, mi sono sentita grata e piena e ho trovato alcune delle cose preziose della precedente lettura, ma anche qualcosa di diverso; si tratta, infatti, di due romanzi molto lontani (anche cronologicamente) l’uno dall’altro.

Confermo che ciò che più ho scoperto di amare in Elsa Morante è la sua capacità inventiva e narrativa: quello che ha edificato con Menzogna e sortilegio (ma anche con La Storia) non è solo un ordito ben intessuto e ben decorato ma un magnifico e vastissimo arazzo, colmo di dettagli, dalla densità prodigiosa, baroccheggiante.

A ciò corrisponde una prosa altrettanto densa dal punto di vista stilistico, dai tratti marcati, dal lessico pregiato (unito ai soliti dialettismi), con un periodare ipotattico lungo, largo e ricco di aggettivi, di similitudini.
E poi ci sono le anticipazioni e le digressioni che espandono il corpo del racconto ingigantendolo (ma senza fargli mai perdere forma).

Tipica morantiana “lentezza” narrativa che è un permanere nelle cose narrate senza fretta di spostarsi altrove e avanti.
Morante non ha il dono della sintesi e per me il suo dono è proprio questo: generosità del narrare che è anche accurato e flemmatico descrivere.
Un pacifico temporeggiare.
Una dilatazione tutt’altro che estenuante del romanzare.
La pazienza tessile che ha il ragno (e io rimango sempre felicemente intrappolata).

Credo sia stata una modalità adatta a questi giorni frenati e contenuti; ho trovato una perfetta armonia tra la mia lettura gigante e in ralenti e il mio tempo solitario e sospeso.
Io, Elsa e poco altro in questi giorni.

Menzogna e sortilegio è un romanzo “smodato”, dominato dall’enfasi, consapevolmente esagerato e potrebbe sembrare manierato, persino stucchevole a chi legge narrativa contemporanea alla moda (ma non a me).
Mi viene da definirlo un iper-romanzo, un romanzo romanzesco all’ennesima potenza.

Insomma, se siete amanti del minimalismo Elsa Morante non fa per voi.

Se invece amate la maestosità del romanzo ottocentesco, la passionalità del romanzo d’appendice e l’incanto atemporale della favola, e se preferite l’iperbole alla praticità dei segmenti, lo gusterete come si gusta una delizia, lo ammirerete come si ammira un prezioso pezzo d’oreficeria, e ci sprofonderete dentro con graduale voluttà.

Ma cos’è dunque Menzogna e sortilegio?

Il titolo dice tutto: è una favola (la dedica iniziale è proprio “Alla favola”) attraversata da forze malefiche e menzognere, da drammatizzazioni e smascheramenti, da sortilegi a cui non ci si può sottrarre.

È un’epopea antieroica in cui si compiono gesta paranoiche.

È una sorta di mito greco buio e dai toni mesti che parla di amore folle, discese divine fra i mortali (il nobile cugino Edoardo cos’è agli occhi di Anna se non un dio dell’Olimpo?) e tentativi di ascesa piccolo-borghese destinati a patetiche cadute.

Solo che alla caduta non segue una dignitosa resa ma la costruzione di un nevrotico edificio di menzogne.

I personaggi fingono per tutto il tempo di essere quello che avrebbero voluto essere ma non sono, sprofondano le loro vite amare e deluse in dimensioni mendaci.
I sogni di ascesa sociale, di idilli sentimentali, di conquista del mondo si sgretolano sempre e loro li rimettono in vita mentendo a sé stessi, vivendo dentro fantasie malate.
Sono vittime di quello che non c’è.

[…] quei vapori lunari ed erràtici sono i soli numi della mia epopea familiare […].

Elisa, voce narrante e narratore onnisciente, ci racconta la storia della sua infanzia traumatizzata e della sua famiglia, dei nonni Cesira e Teodoro, dei genitori Anna e Francesco, del cugino Edoardo e di sua madre Concetta, e del loro soccombere al teatro tragicomico delle loro fantasie. Solo chi non finge di essere altro da sé, come la prostituta Rosaria, riesce a mantenere un equilibrio.

Menzogna e sortilegio ha una forte componente magica, una magia sinistra, dalla cupezza vittoriana, come un incantesimo che ottunde la ragione e fa precipitare in un delirio romantico e antiromantico insieme.

Al suo interno si aggirano spettri (il rapporto malsano tra Anna ed Edoardo mi ha fatto venire in mente per qualche istante quello tra Catherine e Heathcliff di Cime tempestose), energie violente e frustrazioni.
L’amore, dentro questa storia, è una forza malata, una contraffazione, un racconto di finzione che ci si autodedica.

È un romanzo che appartiene più alla dimensione del sogno notturno che a quello della lucidità diurna
È carnale sì, ma anche surreale. È fatto di realismo e di irrealtà. I suoi protagonisti sono infelici e vinti dalla vita ma lo sono perché hanno inseguito chimere.

È un romanzo dalla geografia precisa – è ambientato in Sicilia, a Palermo – ma allo stesso tempo remota, dai contorni sfocati. Si riconoscono caratteristiche isolane ma mancano la luce solare, il mare, le aperture. I protagonisti agiscono dentro atmosfere più mentali che spaziali. Restano nella clausura delle loro fissazioni.

È una romanzo fuori dal tempo, del tutto sganciato dall’attualità: uscì nel 1948, con le ferite della seconda guerra mondiale ancora aperte e sanguinanti, eppure nelle sue pagine non c’è alcun riferimento storico, politico e sociale a quel periodo, nessuna presa di posizione o influenza in tal senso.
È una storia senza Storia (quella arriverà con La Storia, quasi 30 anni dopo) e credo sia questo a renderla ancora più bizzarra e fiabesca.

È una menzogna romanzesca lunga 700 pagine a cui crediamo e da cui ci facciamo coinvolgere perché anche noi lettori siamo sotto effetto di un incantesimo.

In fondo, cos’è la letteratura se non questo sospendere ogni incredulità grazia alla magia della finzione?

La letteratura stessa è menzogna e sortilegio e noi la amiamo perché mentendo ci suggerisce verità.

La letteratura è un’ipnosi rivelatrice.

Il fatto che a narrare questa favola sia una giovane donna che ricorda il suo essere bambina ferita, trascurata, ci porta dritti alla vita stessa di Elsa Morante, alla sua infanzia non facile, al suo trasfigurare i traumi attraverso la fantasia (come fa anche il piccolo Useppe di La Storia), attraverso la scrittura.

E quindi c’è anche un po’ di verità annidata fra le menzogne del romanzo.

Ma farsi adoratori e monaci della menzogna! fare di questa la propria meditazione, la propria sapienza! rifiutare ogni prova, e non solo quelle dolorose, ma fin le occasioni di felicità, non riconoscendo nessuna felicità possibile fuori del non-vero! Ecco che cosa è stata l’esistenza per me!

In conclusione, ho amato questo romanzo così strano e straniante con grande trasporto, rivivendo quel senso di pienezza che mi ha dato La Storia ma stavolta in chiave onirica, come se mi avessero drogato.
Leggerlo è stata un’esperienza singolare, un incontro tra Novecento, Ottocento, Settecento, età antica, assenza di età e altre mille dimensioni per cui trovo un solo palpitante aggettivo: morantiane.

Natalia Ginzburg, che tanto ammirò Elsa, che corresse le bozze e curò l’edizione Einaudi di Menzogna e sortilegio, diceva: «Elsa Morante quando scrive riesce a raggiungere l’altezza delle montagne».

La penso come lei: la sua scrittura, sebbene parli quasi sempre di personaggi del sottosuolo, è elevatissima, imponente da ogni punto di vista, tendente al gigante. Può spaventare, ma le sensazioni che regala sono altrettanto colossali.

Anche questa volta nessuna emozione piccola, nessuna reazione tiepida. Solo felicità e grandezza.

Ed è grazie a questa enormità che sono riuscita a ridimensionare lo sconforto e il senso di perdita generalizzato che vivo (viviamo) da mesi.

Scoprire scrittori da amare e a cui affezionarsi ci salverà da noi stessi e dalle ansie pandemiche. Ne sono sempre più convinta.

Al prossimo appuntamento morantiano (ho appena iniziato L’isola di Arturo)…

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