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La mia quarantena con Elsa Morante: 1. La Storia

Questo periodo di piombo e isolamento lo ricorderò anche come quello in cui ho scoperto (non dirò in ritardo, perché in letteratura non c’è scadenza) Elsa Morante e ho ritrovato la felicità di leggere per suo tramite.

Non so bene perché non avessi mai letto prima nulla di suo; era una di quelle assenze del tutto casuali nello sconfinato mare pescoso della letteratura.
Con altrettanta casualità (ma forse anche spinta dall’incremento dell’amore e della pietà per la mia nazione ferita) un pomeriggio immobile di quarantena ho estratto dalla libreria di casa La Storia e iniziando a leggerlo ho sentito come se qualcosa avesse ricominciato a scorrere dentro di me, qualcosa di felice, quasi di infantile.

Già, posso parlare di felicità, perché questa ho ricevuto dal romanzo, dalla sua sconfinata bontà, dalla sua ferita umanità, dalla sua essenza di purissima e preziosa Letteratura. 

Leggendolo ho vissuto una liberazione.

Per quel che mi riguarda La Storia non è una creazione ma una creatura, è fatto di persone e non di personaggi, è un romanzo che respira, che ha i battiti cardiaci.

È verista, è naturalista, è neorealista (sebbene fuori tempo: uscì nel 1974) ed è la realtà senza filtri ciò che osserva e di cui tratta, ma anche le illusioni che la accompagnano.
È ancorato al suolo bombardato, alla pesantezza della vita in tempi di guerra e dopoguerra, alla bassezza dell’uomo quando ha ideali folli al posto del cuore o quando viene travolto dalla miseria, eppure ha una sua bellezza lirica, magica, una sua statura divina al cui cospetto ci si inchina grati e commossi.

La Storia è storia vera ma è anche un incantesimo. Tiene letteralmente incatenati alle sue pagine densissime, alla sua trama piena di sottotrame e digressioni che sanno però tornare verso il centro doloroso dell’opera.

Al suo interno ho trovato un mondo brulicante di essere offesi ma anche un sorta di riscatto fatato e fanciullesco, di resistenza alla guerra attraverso la trasfigurazione immaginifica.

Sono tante le cose che mi hanno rapito durante questa lettura e ve ne dico (solo) alcune.

– La miracolosa e taumaturgica capacità di Elsa Morante di animare i personaggi: loro sono lì, vividissimi, corporei, palpitanti e tu li senti vivere anche nelle pagine in cui si assentano, perché la loro presenza è persistenza, è umana prima che letteraria. Per me sono tutti esistiti, hanno respirato davvero.

Per esempio, Useppe, il piccolo protagonista (insieme alla madre Ida e al fratello Nino), è una creatura dolcissima, di una tenerezza concreta e disarmante, credo il bambino più amabile e prezioso di cui abbia mai letto. Avrei voluto abbracciarla tutto il tempo questa meraviglia piccina piccina con un linguaggio tutto suo e una visione speciale della realtà circostante.
Useppe è il fanciullino di tipo romantico (fa venire in mente quello teorizzato da Pascoli) con la sua prospettiva intatta ed entusiasta sul mondo ed è il cuore morbido, commovente di questa storia di sopraffazione e sconfitta.

È un bambino magico, dotato di uno sguardo d’incanto sulle piccole cose della vita; è la meraviglia semplice dell’esserci, del fare esperienza anche in situazioni drammatiche.

Grazie a lui, la gravità nera della guerra e delle sue conseguenze si colora e noi lettori riusciamo a star bene anche in mezzo al degrado, perché è soprattutto da Useppe che siamo influenzati, dalla sua minuscola presenza fatata che si proietta sui fatti.

La gioia di Useppe si è insinuata dentro di me durante la lettura come un sole primaverile.
Pur intuendo il peggio, ho sempre assecondato la visione trasfigurata della realtà del bambino, sentendomi anch’io bambina per le strade di Roma proprio mentre la quarantena mi faceva (lo fa tuttora) sentire vecchissima e murata in casa.

Mirava esilarato i fili della pioggia fuori della finestra, come fossero coriandoli e stelle filanti multicolori. […] Si sarebbe detto, invero, alle sue risa, al continuo illuminarsi della sua faccetta, che lui non vedeva le cose ristrette dentro i loro aspetti usuali; ma quali immagini multiple di altre cose varianti all’infinito.

Nelle sterminate esplorazioni che faceva, camminando a quattro zampe, intorno agli Urali, e alle Amazonie, e agli Arcipelaghi Australiani, che erano per lui i mobili di casa, a volte non si sapeva più dove fosse.

L’intensità potentissima del suo narrare a cui corrisponde una densità incredibile.
La Storia è un romanzo totale. Ogni sua pagina narra di qualcosa, di qualcuno e poi rimanda ad altro, a un prima e a un dopo, apre parentesi lunghe ma senza indebolirsi mai in capacità di affabulare e intrecciare.
La Storia è un romanzone stratificato, ha un’architettura dalla consistenza fitta, è pieno di focolai narrativi, di dettagli particolareggiati dentro il grande affresco, tutti capaci di sollecitare il lettore.
La sua forza risiede per me proprio in questa generosità, questa ampiezza che invita all’esplorazione: di esistenze, di quartieri (San Lorenzo, il Ghetto, Testaccio, Viale Ostiense), di stagioni, di stati d’animo smarrito, di dimensioni oniriche, di condizioni sociali pessime, di età della vita diverse, persino del pensiero animale (gatti e cani vivono nel romanzo come fossero persone).

Anche la guerra viene trattata con sguardo ampio, durante il suo corso, ma anche dopo, durante la Liberazione e nei primi due anni del dopoguerra (le vicende narrate vanno dal ’41 al ’47), in tutte le sue grandi e piccole manifestazioni e conseguenze.

– Lo stile di scrittura che è popolare e letterario insieme, immediato e semplice ma anche ricco, enfatico, colmo di sfumature creative e originalità descrittiva; l’antitesi della piattezza.
Le metafore ma soprattutto le similitudini che usa Morante sono pura magia:

[…] i suoi occhi dialogavano, da una oscurità abbandonata e senza fondo, con un minuscolo fantasma, balzato a riceverlo in questo luogo estraneo, che ballava impazzito di felicità sulle sue quattro gambucce storte.

[…] rideva e strarideva, come gli fosse entrato in gola uno stornello matto.

La lingua di cui si serve la scrittrice (anzi lo scrittore, come preferiva essere chiamata) è inconsueta e puoi trovarci dentro dialettismi, lessico onomatopeico dell’infanzia, parole ruvide e prosaiche e frasi che sembrano poesia. Insomma, anche in questo ambito ricchezza a profusione donata al lettore.

– E poi l’impianto narrativo a metà tra romanzo ottocentesco, con il narratore onnisciente che interviene a commentare e che mi ha fatto pensare a Manzoni, a Stendhal, a Dickens, e la narrativa moderna novecentesca.
E quindi La Storia è sì grande romanzo popolare, della povera gente sopraffatta dai potenti e della vita che vale poco o niente (basta leggere la dedica in esergo: “Por el analfabeto a quien escribo”), ma anche romanzo elegante, ambizioso, sapiente.

– La sua impetuosa presa di posizione contro la Storia, quella con la spietata S maiuscola che sottomette quella con la s minuscola, quella dei deboli – donne e bambini soprattutto –, una s di sconfitta.
Non solo pagine atroci di Storia, come quella dell’Olocausto, ma anche la Storia come meccanismo sistematico e come Potere supremo. Come nazifascismo eterno.
Il sottotitolo del romanzo nella sua prima edizione era “Uno scandalo che dura da diecimila anni”; trovo questa frase di una forza che fa tremare i polsi. Della storia, quando la studiamo, quando la viviamo, percepiamo la forza trasversale e universale ma non abbastanza quella disumana sull’essere umano.

Oramai questi soldati le si mostravano tutti quanti delle copie invariabili di un meccanismo supremo giudicante e persecutorio. I loro occhi erano dei proiettori, e le loro bocche dei megafoni preparati a gridare ad altissima voce sulle piazze e sulle strade: Addosso alla meticcia!

Ci sono ancora tante altre ragioni del perché questo romanzo mi ha dato felicità ma ve ne dico solo un’altra, molto semplice: il piacere integrale e passionale di leggere una grande opera.

Era da Guerra e pace che non provavo una pienezza così, una voglia di proseguire la lettura così urgente, un senso di importanza quasi mitologica rispetto a ciò che stavo leggendo.

L’editoria indipendente è importantissima e vivace; le nuove uscite sono grandi inviti alla scoperta; ma io, specialmente durante esperienze personali faticose o crisi, mi ritrovo felice di leggere solo con le Grandi Opere dei due secoli scorsi, perché hanno un respiro più vasto, una capienza narrativa che ti accoglie e ti consola (anche quando non ha a che fare con temi consolanti).

E perché aiutano a capire meglio il mondo dei viventi.

Se poi è una donna la creatrice di tali opere la mia felicità confina con un senso di orgogliosa appartenenza, di affinità elettiva.

Adesso andrò avanti con altri libri di Elsa Morante: ho deciso che la mia sarà una quarantena (e post quarantena) monografica e mi sento piena di curiosità, come se stessi viaggiando dentro un grande universo

E nell’universo morantiano di cose da scoprire ce ne sono milioni.

Al prossimo appuntamento!

2 Comments

  • Roberta

    Cara Margherita, grazie per il tuo bellissimo commento! Anch’io in questa quarantena ho letto per la prima volta questo grande capolavoro e il senso di pienezza che mi ha trasmesso è stato vitale per affrontare la quotidiana “diversità”. Attendo altri tuoi post e ti saluto! Buona domenica! Roberta

    • Margherita

      Grazie di cuore a te Roberta per essere passata a leggerlo! Libri meravigliosi come questi sembrano esistere anche per farci sentire meno soli in situazioni difficili.
      Appena finisco la lettura di Menzogna e sortilegio (finora bellissima) scriverò qui sicuramente qualcosa 😉
      A presto!
      Margherita

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