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Consigli di evasione geo-letteraria: Il pozzo

Tra tutte le case editrici esistenti oggi, Iperborea è quella che più ha in sé l’idea del viaggio (non a caso il formato dei suoi libri ricorda le guide turistiche), dell’andare verso Nord o in Oriente a esplorare luoghi diversi dai nostri, spazi riempiti da atmosfere e colori inediti dove però i sentimenti sono gli stessi, universali e familiari.

Se sento il bisogno di un altrove che non sia solo altro rispetto a me stessa ma anche altro rispetto alle coordinate che occupo, Iperborea è la casa editrice che vado a cercare. Le sue latitudini letterarie mi consentono trasferimenti preziosi.

A ciò aggiungo che i libri Iperborea, oltre a essere bellissimi, piacevoli al tatto e con copertine evocative che vorresti incorniciare e appendere alle pareti di casa, sono leggeri, snelli e maneggevoli. Sembrano promettere un tipo di lettura aerea.

Il pozzo l’ho letto in Sicilia a febbraio ritrovandomi in Lettonia ad agosto: una perfetta inversione spazio-temporale, l’incursione di un’estate nordica nel mio inverno meridiano.

È un romanzo fatto quasi interamente di atmosfere: il suo potere ammaliante risiede nella sua capacità magica di evocare, di far vedere le luci, i colori, di far sentire i suoni, gli odori. È un romanzo sinestetico, che avvolge e coinvolge attraverso le percezioni.
È un romanzo pittorico, che sembra essere stato dipinto più che scritto; si legge e allo stesso tempo vi si assiste come fosse uno spettacolo naturalistico di trionfo dell’estate.
La capacità descrittiva di Regīna Ezera è potente e poetica (l’ho percepita per tutto il tempo non solo come scrittrice ma anche come artista di natura viva).

Prendiamo ad esempio queste descrizioni:

I rami semispogli dei lillà, fitti e nodosi, disegnavano ricami delicati contro il cielo via via sempre più chiaro. Da sotto saliva il respiro umido del lago […].

Che meraviglioso mattino di quiete! […] I rumori non avevano ali, affondavano nel silenzio come nell’ovatta e non andavano da nessuna parte […] mentre le foglie delle ninfee assomigliavano a impronte.

Se chiudiamo gli occhi e apriamo solo quelli dell’immaginazione ci ritroviamo anche noi immersi in un’estate sospesa nel tempo, un luogo-non luogo solare e rilassante.

In giorni come questi in cui i nostri occhi vedono solo pareti e soffitti color quarantena pallida e in cui l’estate, seppur non troppo lontana, appare inafferrabile, un romanzo come Il pozzo può restituire un senso sublime di aria aperta, di fruscii, di versi, di cromie che spalancano i sensi e può contribuire a far cambiare l’aria nelle nostre stanze monocromatiche.

Non è un romanzo in cui succedono cose, in cui gli eventi si impongono per grandezza; non è una storia animata da furori e conflitti plateali, non ci si rincorre e non ci si strappa i capelli, non si viene travolti da ondate di fato ineluttabili.

C’è una stasi (solo apparente) che assomiglia a un placido specchio d’acqua in cui le correnti sotterranee non affiorano in superficie.
Tutto ruota in effetti attorno a un lago, che viene chiamato “la Biscia”; l’acqua è alla base del romanzo (il lago, il pozzo, la pioggia…) ed è in questo elemento che tutto si immerge, tutto si agita, tutto si placa.

C’è ne Il pozzo, dalla prima all’ultima pagina, una tensione emotiva e sensuale costante che, nella calma estiva e acquorea della campagna lettone, crea un contrasto perenne animo umano/natura, un conflitto di tipo romantico tra elementi e sentimenti, tra il dentro e il fuori.

Il pozzo è la storia di un innamoramento che non può, non deve diventare amore ed è in questo non succedere, in questo carico di possibile che rimane incompiuto, che sta la sua forza narrativa.

Saremmo tentati di dire “ma non succede nulla” e di provare un senso di inappagamento ma il punto è proprio questo: è nella tensione del possibile che il romanzo si anima.

Ne Il pozzo è la quotidianità ad avere la meglio sulla straordinarietà.

I due protagonisti, Laura e Rūdolfs, si sfiorano le mani ma non si prendono, si desiderano ma non si avverano l’una per l’altro. E c’è in questa forma di sentimento non urlato, concepito ma non dato alla luce, una delicatezza che commuove.

Lei, che quando fa i bagni nel lago sembra una divinità greca, una ninfa delle acque, che cammina scalza come una creatura fatata malinconica, sembra quasi destinata a non essere mai conquistata.
E lui, che è incantato dalla sua tristezza e dalla «elusiva poesia» che irradia la sua figura esile, sembra capirlo fin da subito.

[…] lei aveva la sua felicità e la sua infelicità, la sua vita, e non vi lasciava entrare nessuno.

Laura è inaccessibile, un «libro chiuso con sette sigilli».

Se fosse successo qualcosa di forte, se il sottinteso fosse stato dichiarato, se il desiderio si fosse trasformato in fatto, la tensione si sarebbe allentata.

Invece rimane forte e ostinata come una corda tesa al massimo destinata a spezzarsi o a cedere per esaurimento di forze di chi la tira.

Del pozzo che ha nel titolo il romanzo possiede la profondità, per certi versi anche l’oscurità, perché sondare la psiche umana e il cuore, specie quello che ha sofferto, è un’attività che ha a che fare con le ombre.

Pozzi così profondi rispondono alla voce umana con un’eco nera.

Credo sia una romanzo da leggere in stretto rapporto alla biografia di Regīna – che si innamorò, non ricambiata, del drammaturgo  omosessuale Gunārs Priede, a cui scrisse lettere d’amore per due anni – e in questo modo acquista un valore aggiunto, si carica ancora più di senso.
La sconfitta sul nascere della passione, che ne è alla base, diventa trasfigurazione letteraria di un dato di fatto, e non solo espediente di grande finezza psicologica.

Ma anche in stretto rapporto alla storia della Lettonia, che negli anni in cui è ambientato il romanzo e in cui venne scritto (primi anni Settanta) faceva parte delle repubbliche sovietiche (e così sarà fino alla dissoluzione dell’URSS nel 1991).
Ho pensato, leggendo, che forse proprio perché c’è il regime sovietico che sovrasta tutto e tutti, con il suo comunismo estremo e calato dall’alto, anche i personaggi rinunciano alla propria libertà individuale, lasciano che sia altro a dominarli.
Laura, per esempio lascia che sia una suocera ingombrante, un marito in carcere che forse non ama più, i figli che richiedono cure, una casa in rovina a dettare legge sulla sua possibilità di rinascere, di vivere pienamente.
Ho pensato che forse, quando il paese in cui vivi non è libero nemmeno tu riesci a esserlo davvero.

Ho pensato a tante cose, ma sempre con un’attenzione costante all’estate baltica dentro le pagine.

Così concludo portando i miei occhi – e i vostri – alla copertina del romanzo: vedo acqua, luce, una donna in costume da bagno appoggiata a una barca, non importa se sola o no, se innamorata o no, se triste o felice.
Vedo tutta la lentezza, il benessere, la dolce sospensione che l’estate porta con sé.
Vedo la promessa delle mille sfumature di agosto.

Dentro Il pozzo c’è tutto questo (e anche altro ovviamente, soprattutto a livello di tensione psicologica, come dicevo prima).
Se è un altrove nordico e lacustre quello che cercate, uno spazio fresco in cui distendervi senza aspettarvi nulla, senza pretendere colpi di testa e colpi di scena, questo romanzo aggraziato e tenue fa per voi.

Sconsigliato agli iperattivi, agli impulsivi, agli impetuosi.

 

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