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Leggere Yates in quarantena (+ un piccolo consiglio)

L’infelicità la sa narrare davvero solo Richard Yates e questa cosa mi rende felice.
Come scrive lui del fallimento non scrive nessuno: quando leggo qualcosa di suo so che nessuno ne uscirà vincente, nemmeno io, ma è proprio questa forma inesorabile di naufragio esistenziale che amo tantissimo, questo incombere fin dalle prime pagine di un senso discendente delle cose e dei fatti.

Perché leggere di sconfitte , inesorabili derive di mancata autorealizzazione, solitudini silenziose, amori che diventano trappole è una cosa straziante eppure bellissima perché grondante umanità, onestà.

Perché il lieto fine non è quasi mai onesto e averne bisogno vuol dire un po’ prendersi in giro, scendere a patti con quello che non c’è e acconsentire all’inganno
Io invece di Yates amo il suo darmi schiaffi e svegliarmi da ogni languore romanzesco e onirico per restituirmi alla realtà.

La cosa straordinaria è che leggendo Yates e conoscendo le sue creature imperfette e tendenti alla rovina, ci si sente meno soli e perfino più autoironici, ci si ritrova meno strani e meno patetici nelle proprie storie di vita non sempre lucide e trionfali.
Mi sembra di acquistare io stessa spessore letterario leggendo Yates, sento di poter essere narrabile, e quello in cui ho fallito o in cui non sono arrivata prima diventa a un tratto letteratura.

Leggere Yates in un periodo come questo, in cui non capisci più bene chi sei, dove sei, quanto tempo resterai in sospensione, quanto riuscirai a essere forte nell’isolamento (io mi sono ritrovata sola a casa con il mio cane; il mio compagno e i miei familiari sono lontani da me; il mio distanziamento sociale è integrale) acquista un valore particolare, quasi spirituale
Non solo perché, come ho detto prima, ci si sente meno soli leggendolo, ma anche perché i suoi romanzi sono in perpetuo movimento, sono pieni di incontri, di slanci reiterati verso l’esterno, di felicità e di schianti che solo vivendo in maniera centrifuga si possono sperimentare.

I suoi romanzi sono pieni di progettualità, di partenze verso i sogni e di ritorni alla realtà, di ambizioni messe alla prova e di un eterno vagare senza centri di gravità permanenti.

Il vento selvaggio che passa non fa eccezione: è fitzgeraldiano dalla prima all’ultima pagina e questo vuol dire matrimoni che partono bene e poi franano; famiglie sfaldate e ricostruite altrove; socialità esasperata fatta di feste, flirt, drink (tantissimi drink), cene, amicizie, incontri; trasferimenti da una città all’altra alla ricerca di un equilibrio chimerico; passioni coltivate con l’obiettivo centrale dell’approvazione sociale; esaurimenti nervosi, dipendenza da alcol e ricoveri in cliniche psichiatriche. Vita vissuta fino in fondo insomma, in ogni direzione, con restrizioni di natura borghese e suburbana da cui si tenta di fuggire.

Dunque per me è stata soprattutto una lettura compensativa, un servizio a domicilio di vita narrata che la Letteratura ha voluto offrirmi in una fase di fame di gente e di rapporti (proprio io, che della poca socievolezza ho sempre fatto uno stupido vanto), di vita di coppia e di vita in famiglia.

Il vento selvaggio che passa è arrivato nel momento giusto, in una fase di finta bonaccia da divano in cui sto sperimentando una solitudine inedita.
Frequento solo me stessa da settimane e questa cosa mi preoccupa, ma i personaggi di questo romanzo mi sono stati accanto per un bel po’, sono venuti a ricordarmi cosa può succedere là fuori e che la vita non è un risultato ma un esperimento continuo.

Non credo sia un romanzo grandioso, non posso dire di averlo amato fino alle lacrime come mi è successo con Revolutionary Road (di cui ho scritto qui), con Easter Parade, che è il tipo di romanzo-gioiello che ti fa dire “ecco cos’è la tecnica narrativa, cazzo!” (cosa che mi succede solo con Flaubert, Tolstoj e pochi altri), o con Undici solitudini, i racconti che Yates ha scritto tra i venti e i trent’anni e che sono autentiche perle.

È un romanzo molto più debole e tiepido di altri suoi capolavori, non ha quella carica bellica, quei malumori imperanti, quegli struggimenti pericolosi che tanto amo in Yates.
Non è ventoso e selvaggio come promette il titolo (che nella versione originale, a dire il vero, è Young Hearts Crying), è più fiacco nelle esaltazioni e nelle sofferenze, nella portata dei desideri dei protagonisti e del loro provare a realizzarli.

È perfino piatto (con Yates l’aggettivo “noioso” mi sembra fuori luogo, non ci sia annoia comunque mai leggendolo) e ripetitivo in alcune parti, soprattutto quelle che riguardano Lucy, che prova a fare di tutto – recitare, scrivere, dipingere – sempre con le stesse modalità, pur non avendone bisogno (è ricchissima), e non sembra mai gioire o crollare davvero.

E forse è anche poco credibile in certi aspetti, primo fra tutti la facilità di conquista sentimentale, soprattutto sessuale, dei due protagonisti, di Michael in particolare. Ci si accoppia dopo uno sguardo, senza indagini sull’altro, per lo più sulla base della bellezza, della giovane età e della lunghezza delle gambe.

I rapporti di Lucy e di Michael Davenport sono meno devastanti di quello a cui Yates ci ha abituati; le tensioni fortissime di April e Frank Wheeler di Revolutionary Road qui sono molto più blande. Non ci si massacra.
Le loro aspirazioni artistiche e intellettuali e la loro paura di fallire sono sì ostinate e perenni, ma attanagliano meno sia loro sia il lettore. Il loro capitolare è in qualche modo più sereno.

«Affanculo l’arte», disse. «Davvero, Michael. Affanculo l’arte, d’accordo? Non è buffo che abbiamo continuato a inseguirla per tutta la vita? […] senza mai indugiare a chiederci se non fosse irrimediabilmente fuori dalla nostra portata… o se addirittura non esistesse. Perché eccoti un concetto interessante: e se l’arte non esistesse?»

Eppure l’ho amato e non l’avrei mollato per nulla al mondo in questi giorni spenti, perché Yates, anche nei romanzi minori, ha sempre qualcosa di prezioso da suggerirti, è lì a ricordarti quanto siamo fragili e simili in quanto esseri umani, quanto non lineare e non allineata alle aspettative possa essere la vita, a ogni età, in ogni epoca.

E poi, come diceva Seymour Lawrence:

«Un romanzo non felice di Yates è sempre superiore a quasi tutti i romanzi cosiddetti “buoni” di altri autori». 

Ed è verissimo, perché per quanto il materiale possa essere meno tagliente e meno a fuoco, la scrittura accurata, psicologica, bellissima di Yates è pur sempre un dono per chi legge.

Concludo con un consiglio che mi sento di darvi nel mio piccolo, che può sembrare banale e mainstream ma non lo è affatto, ed è questo: aiutatevi leggendo solo quello che vi può curare.

Trovate delle letture che abbiamo qualcosa di giusto per voi in questo momento ingiusto.

La concentrazione e la pazienza scarseggiano. Si legge meno, pur avendo più tempo, e con meno felicità.

Ritrovate un po’ di felicità leggendo in modo più selettivo.

Non fatevi imporre i libri dalle tendenze tematiche del periodo, dalla retorica semplicistica dello stare a casa sul divano con un libro in mano e il gatto accanto, dagli slogan sul leggere come se leggere fosse qualcosa che ci si deve accontentare di fare in mancanza d’altro.

Leggere è libertà e non ha nulla a che vedere con la chiusura, con la forzatura.

Non forzatevi. Andate a naso, a pelle, a esigenza. Esplorate la libreria di casa o il catalogo delle librerie che fanno le consegne a domicilio alla ricerca di ciò di cui avete bisogno.

Solo così troverete il libro-amico, il libro-scava tunnel in grado DAVVERO di farvi sentire meno soli e meno detenuti.

E se non lo trovate aspettate. 

Io, per esempio, volevo Yates e Yates (sebbene un po’ fiacco anche lui!) mi è stato accanto per una settimana intera. E così mi sono sentita piena di possibilità e varchi mentali.

Salvezze che solo la lettura, a volte (= quasi sempre), può porgerti.

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