cose che scrivo

COSE CHE SCRIVO: Un ricordo di caffè e lumache

Credo ci sia un luogo d’incanto per ognuno di noi, un posto dove abbiamo sperimentato la leggerezza, dove abbiamo lasciato fluire parti di noi senza volerle indietro, perché lì siamo stati bambini felici e il nostro soggiorno non è mai del tutto finito.
Quel luogo per me è la casa in campagna che i miei nonni paterni prendevano in affitto ogni estate, per decenni, sempre la stessa, sotto un pezzo di cielo terso appartenente alla Sicilia sud orientale.
Da bambina ho creduto che fosse di nostra proprietà, c’erano cose nostre lì dentro, giochi, letti, odori, esperienze che avevamo creato noi, io, mia sorella, il nonno Gino. Solo piuttosto tardi ho capito che non ci apparteneva, ma tutto quello che ho respirato fra quelle mura e fuori al sole, fra fichi d’India, muri a secco, odore di vacche e danze di insetti, sarà sempre una mia proprietà inalienabile, un’eredità del pensiero.

A volte ho come l’impressione che i miei ricordi siano fatti solo di estate e di canicole siciliane, come se ogni altra dimensione, stagione e temperatura non fosse degna di sostare nella memoria e trovarvi una sistemazione, come se l’atto stesso del ricordare fosse possibile solo grazie all’esistenza di giugno, luglio e agosto. Tante cose sono andate perdute negli interstizi dei giorni trascorsi, ma riesco a tirar fuori istantanee estive dei tempi andati con straordinaria facilità.
Anche i miei nonni, così assenti e lontani adesso, riesco a farli rivivere in carne e ossa solo rievocando quelle estati, quella casa a forma di casa triangolare disegnata da ogni bambino dell’universo quando impara a farlo, quei campi dorati che quando il vento ci passava sopra producevano un rumore secco, un fruscio asciutto che annunciava la tirannia del sole sull’acqua.

Mia nonna era una donna raffinata e triste. Non l’ho vista ridere quasi mai, era come se le mancasse del tutto la possibilità di entusiasmarsi per qualcosa.
Da giovane avrebbe voluto fare la suora, era religiosa in una maniera ancestrale, come se ci fosse un contatto diretto e privo di alcun dubbio tra lei e il suo Dio, un Dio che pregava e amava senza infastidire nessuno. Poi era arrivato mio nonno, già avanti con gli anni e ad alto rischio di celibato e l’aveva sposata, ma il suo modo timorato e silenzioso di stare al mondo era rimasto intatto.
Probabilmente oggi le sarebbe stata diagnostica una forma di depressione minore, ma per l’epoca e per i miei occhi di bambina indagatrice del reale con metodi surreali, era solo una nonna malinconica che non avrebbe mai giocato con noi ma che palpitava in silenzio per noi. Lo capivo da come ci guardava, con gli occhi mai completamente asciutti. Credo fosse il bene che ci voleva a inumidirglieli, o forse il suo non riuscire a dimostrarcelo come avrebbe voluto.

Quando d’estate avveniva il trasferimento di almeno tre mesi in quella casa di campagna, la nonna sembrava essere attraversata da qualcosa di simile al buonumore.
Il caffè più volte al giorno e la grazia nel prepararlo, le conserve di pomodoro e la perizia con cui le realizzava, le punte dei fagiolini da togliere, le melanzane da friggere, la possibilità di cucinare in un ambiente rustico dotato di forno a legna e affacciato su un campo di grano che accarezzava il cuore, anche il più tetro, le mille cose da fare e su cui vigilare, l’atmosfera giallo-azzurra costante, avevano un effetto lenitivo su di lei, le facevano bene.
A volte i posti hanno un potere: ci spostano un po’ più in là rispetto ai punti di riferimento fissi dentro noi stessi, ci aprono nuove stanze e noi facciamo cambiare aria a quelle in cui ci aggiriamo di solito annaspando.

Quella casa era così per tutti: mio padre poteva dormire senza tutto il caldo della città; la mamma poteva sperare in una ricompensa marittima (mio padre odiava il mare e ogni volta che ci andavamo la sua macchina si arenava sulla sabbia e lui imprecava e sudava e tutto il cosmo sembrava allearsi al suo odio, ma era in debito con la mamma, che odiava la campagna e amava la spiaggia); io e mia sorella potevano scrollarci la scuola di dosso ed esplorare in lungo e in largo il senso dell’estate.
La vita di tutti noi in quei tre mesi e fra quelle mura fresche e rustiche era scandita da riti, richiami che si ripetevano ogni giorno e che non erano mancanza di alternative, ma necessità di punti fermi nella sconfinata dispersione estiva. La nonna era l’amministratrice unica di tutta quella luce solare e la casa sembrava dar retta solo a lei, alle sue decisioni relative al mangiare, al bere e al riposare.
Al caffè della mattina non assistevo quasi mai, la mamma ci lasciava dormire fino a tardi e quando ci svegliavamo era rimasto solo un residuo di profumo, azzerato in un istante dai bollori di salse di pomodoro che iniziavano presto a preannunciare il pranzo.
Il caffè del primo pomeriggio però lo ricordo bene, più che ricordarlo lo rivivo fisicamente come fossi Proust con la sua madeleine inzuppata nel tè e in questo racconto di nostalgia ne parlerò più volte, senza temere di ripetermi, perché una parte di me si aggira ancora lì e insiste a volerci restare.

Quel caffè-ricordo lo percepisco come un richiamo, come un invito senza scadenza alla memoria dei tempi andati: il suo aroma inondava ogni angolo della casa, la sfidava a resistere all’invito, ma lei cedeva sempre.
Quel profumo intenso sembrava quasi sostenere le stanze assonnate, si infiltrava tra le fessure e svoltava gli angoli come una traiettoria aromatica infallibile, una scia suadente che prometteva energia e languore insieme, ritorno all’azione e abbandono all’estasi. Quando quel vento di caffeina ci alitava addosso noi lasciavamo i nostri letti sudati e la nostra siesta profonda e ci spostavamo in cucina.
La nonna metteva su una caffettiera grande e annerita e aspettava senza allontanarsi mai dal fuoco l’arrivo gorgogliante del caffè, quel meraviglioso borbottio che era la venuta al mondo, ancora una volta, di un piccolo fiume color terra e profumato di sopore domestico.
Un suono che mi faceva sentire protetta, parte di una famiglia che non cambiava mai le proprie mosse e di cui potevo fidarmi. La caffettiera gracchiava e ribolliva, impaziente, sfacciata; saliva il caffè e saliva insieme a lui tutta la quantità di coesione familiare possibile, la qualità del nostro stare insieme dentro quella casa di villeggiatura.
Quell’odore caldo ed espansivo lo associavo, e lo faccio tuttora, a cose sparse: pioggia di cacao liquido, pelle abbronzata, vicoli assolati, aliti umani speziati, tintinnii di materiali frangibili…
Adoravo il rito che seguiva l’esplosione. La nonna allestiva piccole composizioni di tazzine e piattini da servizio buono. Niente tazzine sbeccate o diverse fra loro. Il caffè meritava di essere versato su materiali di ottima fattura, porcellane bianche orlate d’oro con manici sottili che sembravano offrire abiti freschi ed estivi alla pelle scura del caffè.
Mio nonno era il destinatario principale di quell’ondata fragrante, lo sapevamo tutti, amava con urgenza sempre intatta il caffè, il suo alito era quasi sempre al profumo di caffè e le sue giornate erano scandite dai suoi caffè.
Non ne era dipendente, non ne tracannava litri per ragioni utilitaristiche (come facevo io negli anni dell’università, asservendo il caffè alla mia giovane inerzia) o perché senza gli sarebbe venuto il mal di testa, ma lo beveva con devozione e rispetto, come se avesse davanti una possibilità di bontà autentica e non volesse sprecarla
Succhiava rumorosamente dalla sua tazzina bollente, tirava su il liquido quasi aspirandolo, eppure non infastidiva nessuno di noi perché quello era il rumore del benessere, della vita che si concede un piccolo lusso, del gusto che se la prende comoda. Ci faceva star bene ascoltarlo.

Il nonno ne prendeva un altro “a merenda”, diceva lui. Stava seduto su una sedia sdraio sotto un albero di fico magro che produceva ombra sufficiente per un solo umano alla volta. Era lì, decorato da giochi di luce e controluce a forma di foglie, che si dedicava alla sua attività preferita, le parole crociate.
L’Enigmistica In con la copertina dorata la associo in automatico a lui; ancora oggi quando vedo cruciverba vedo mio nonno, lo cerco prima ancora della risposta alle definizioni, prima ancora delle soluzioni.
Chino su quelle pagine in bianco e nero, con una penna sottile ed elegante e una tazzina di caffè vuota macchiata di marrone sul fondo, faceva incontrare migliaia di parole senza dire niente a nessuno, dava vita a incastri lessicali perfetti per delle ore, in orizzontale e in verticale, in un momento di pace tutto suo.
A volte mi chiedo se il mio amore per le parole, il mio averle sempre scelte prima di ogni cosa, nello studio, nel lavoro, non sia nato in seguito all’esposizione quotidiana a quell’hobby di mio nonno, al suo riempire gli spazi bianchi dell’estate con lettere e intuizioni.

Dicevo che il nonno faceva il bis di caffè più o meno intorno alle 17:00 e stavolta la mia percezione non era quella di un richiamo all’azione, ma di una pantomima sempre uguale a se stessa che mi rendeva felice, un gioco delle parti e una commedia delle maschere in un teatro allestito e smontato ogni giorno da noi tre, io, lui e mia sorella.
La formula d’avvio era sempre la stessa: «Chi vuole cafè viene da me!». All’epoca non sapevo che avrebbe dovuto dire “venga” al congiuntivo esortativo e oggi forse l’avrei corretto, ma allora ero troppo libera e intrisa d’infanzia per accorgermi di cose del genere. Quella parola ossitona di quattro lettere (perché in dialetto siciliano una f evapora magicamente dalla tazzina) era l’unica ad attirare la mia attenzione.
A quel richiamo io e mia sorella portavamo delle tazzine vuote e una bottiglia d’acqua potabile. Lui versava un paio di cucchiaini di caffè a testa in ogni tazza e noi aggiungevamo acqua fino a riempirla. Lui chiamava quell’intruglio annacquato e tepido «’a cafiata». Noi bevevamo acqua aromatica zuccherata per minorenni sentendoci audaci e coinvolte in un complotto contro la vigilanza di genitori e nonne puntigliose.
L’energia ludica che ci possedeva fino a sera era probabilmente frutto di quella caffeina diluita.
Le nostre estati sarebbero state così creative, feconde e vitali senza quel brio lievemente decaffeinato che ci scorreva nel sangue?
A volte penso che senza caffè la casa sarebbe crollata, l’estate si sarebbe trasformata in una dimensione inodore e incolore simile a una vecchiaia precoce e i miei ricordi sarebbero pallidi e assonnati.
Se provo a togliere i richiami sensoriali legati al caffè questo mio ricordare diventa grigio e privo di energia, il nonno lo vedo sfocato e le nostre giornate insieme a lui si perdono in una nuvola opaca e inodore.
È il caffè che sta pennellando questi ricordi. Dovrei scriverli selezionando il marrone come colore per i caratteri, perché è questa la tonalità in cui li percepisco.
Color caffè come la terra, anche lei sempre presente nelle mie giornate in campagna, nelle mie mani sporche, incastrata nelle fessure delle dita dei piedi, sotto le unghie, sulle canottiere e i pantaloncini di cotone, impasto perfetto per le mie invenzioni, amalgama con cui creavo poltiglie per curare le formiche, acquerelli con cui dipingere le mattonelle giù nella rimessa o menù completi per il nonno.

Io e mia sorella cucinavamo per lui con terra e pietrisco e lui avrebbe davvero ingoiato per noi quella roba se avesse potuto. La sua pazienza era priva di scadenza, una virtù di natura quasi canina. Ancora oggi, se penso alla devozione verso l’altro e al sacrificio del proprio tempo per il tempo altrui penso a mio nonno, vittima felice della nostra inventiva, fedelissimo seguace delle sue inesauribili nipoti.
Io, su suggerimento e dimostrazione pratica del nonno, andavo anche a caccia di lucertole con un brick di acqua Fabia vuoto e tagliato in cima, staccavo le loro code con estrema facilità e osservavo la danza autonoma di quelle estremità con lo stupore sempre rinnovato di chi assiste a un miracolo. Senza coda le lucertole sembravano solo un po’ più nude e buffe, ma la loro forza era intatta, la loro ricerca del sole sempre di primaria importanza. Questa cosa mi incantava, forse vedevo in loro la possibilità della vita anche nella perdita. O forse, più semplicemente, mi divertiva vederle a un tratto così corte e ridicole. Mia sorella, più delicata e impressionabile di me, mi lasciava sola in quell’attività zoologica priva di scopo, appoggiata anche dalla mamma che non condivideva il mio passatempo, e io mi sentivo quella tosta, la cacciatrice di code di rettili nello spazio infinito della campagna.

Dopo pranzo invece, quando tutto si arrendeva all’ozio e si sentivano solo cori di cicale che intonavano striduli inni all’estate, io e mia sorella, costrette dentro casa e autorizzate a saltare la pennichella, sottoponevamo mio zio, il fratello minore di mio padre, all’ascolto coatto di Hänsel e Gretel e di altre fiabe sonore in musicassetta, sempre le stesse. Pretendevamo la sua attenzione, ci arrabbiavamo se i suoi occhi si chiudevano, volevamo che partecipasse, forse perché in segreto avevamo paura di quelle storie in cui i bambini erano sempre in pericolo. Lui fingeva di russare forte e noi diventavamo furie scosse da risate così genuine che, se ci penso ora, mi sembra di non aver mai più riso davvero dopo.
I fratelli Grimm vivevano a loro insaputa con noi in quella casa mediterranea e le loro parole si mischiavano alle nostre risate, alla lotta contro il sonnellino pomeridiano a cui avremmo dovuto arrenderci, all’odore dolce di sudore infantile e a quello adulto del caffè del primo pomeriggio che segnava la fine di una parentesi aperta dopo ogni pranzo e chiusa dal richiamo di mia nonna: «’U cafè!». Non diceva nemmeno «è pronto», ne annunciava solo il nome come se ci avvertisse dell’arrivo di un condottiero, di un liberatore dai nobili natali che spezzava le catene dei peccati di accidia.
Amavo tanto quel richiamo perché quello era il caffè del via libera: gli adulti erano di nuovo in piedi e noi potevamo tornare fuori, a sfidare il caldo armati solo della nostra infanzia.
Quando c’era mio zio con noi l’annuncio «‘u cafè» sembrava ancora più solenne, come se mia nonna volesse incitare la bevanda a dare il meglio di sé e restituire rinvigorito l’amato figlio al mondo del lavoro e al ring termico esterno.
Lui si rivestiva, beveva il suo caffè e andava via sempre con i tratti del viso distesi, come se quel liquido gli avesse conferito una corazza duratura contro l’invidia delle ferie altrui e la tentazione estiva all’inattività.

Altre volte il pomeriggio venivano a trovarci la zia Rosa, sorella di mia nonna, e lo zio Vanni, suo marito. Lei un donnone alto, dalle lunghe gambe (mi faceva sempre ridere il contrasto con la nonna, così bassa e tozza), lui con degli occhialoni da vista neri alla Sandro Pertini e un rigore nello sguardo che mi intimoriva un po’.
La loro Fiat 126 giallo opaco attraversava il lungo viale sterrato di accesso alla casa e produceva il rumore eccitante dell’arrivo, quel misto di motore di macchina e sassi polverosi scagliati via dalle ruote che portava l’altrove nel nostro isolamento agreste. Provavo sempre euforia quando nel silenzio sovrumano della campagna si sentiva il fragore umano di un’automobile, mi sembrava che la casa sorridesse con me di quella novità.
Il loro arrivo voleva dire solo una cosa nel mio codice di attese e corrispondenze binarie di bambina: il gelato (nel codice di mia nonna, invece, voleva dire aggiornamenti sui decessi al paese e il fiero, intimo appagamento di esserci ancora).
Dicevo, il gelato. Vaschette di gelato in cui tuffarmi e che i grandi tuffavano nel caffè. Ecco un altro ricordo cristallino d’estate: la me bambina che guardava a quella correzione liquida come stesse assistendo a un’affascinante profanazione. Il caffè ai miei occhi era audace e seduttivo, era ciò che poteva trasformare l’innocenza lattea del gelato in un miscuglio striato di marrone destinato solo agli adulti.
«I picciriddi nun ruommunu» dicevano i grandi e io, che non sapevo ancora cosa fosse la caffeina, attribuivo al caffè poteri stregoneschi, quello di toglierti il sonno e di far scomparire la notte. Il sogno di una vita dedita al gioco senza limiti orari. La promessa di un’iperattività senza colpi di sonno.
Eppure quelle merende così statiche e contenute, fra anziani, seduti fuori in cerchio, parlando poco e gustando le nostre coppe, con il caffè che separava le età, mi facevano stare bene. Chissà, forse perché vedevo gli adulti farsi del bene, godere di qualcosa; vederli golosi me li rendeva a un tratto miei coetanei, benedetti anche loro dalla grazia dell’estate.

Qualche volta venivano dalla provincia di Catania dei cugini alla lontana del nonno, Enzuccia e Peppino, e io trovavo lei vecchissima, una di quelle vecchine buone e grinzose delle fiabe, e adoravo lui, un showman nato destinato a fissarsi nei miei ricordi senza altre informazioni su chi fosse davvero. Ancora oggi non so molto di lui, della sua identità; per me era solo uno spettacolo e un altro tassello di gioco nel teatro all’aperto che è l’estate. Ci intratteneva con racconti su Giufà e barzellette su Pierino; gettava per terra senza farsi vedere delle monete da 100 o 200 lire e quando io e mia sorella le raccoglievamo, eccitate da quella scoperta casuale, lui tonava: «Pierino nun si cuogghiunu i cosi ra n’terra» (Pierino non si raccolgono le cose da terra) e noi ci sentivamo prese nel sacco e ci beavamo di quella partecipazione a sorpresa allo show. Sapevamo che era stato lui a gettare a terra le monetine, ma fingere sbalordimento e fortuna inattesa era parte della recita, volta dopo volta dopo volta.

Mia nonna era sempre dentro casa mentre gli ospiti sedevano fuori a condividere con noi quel pezzo di pace estiva; la sua assenza era il segno del suo domestico e vitale industriarsi per il prossimo. Laddove non poteva arrivare la sua indole riservata e triste, che poteva sembrare freddezza, arrivava il suo altruismo in polvere di caffè. Allestiva vassoi con tazzine vuote, cucchiaini e zollette di zucchero e, per onorare i forestieri venuti da fuori provincia, travasava il caffè appena fatto dalla moka dentro un bricco di porcellana coordinato alle tazzine. La sua espressione nel presentare agli altri questo lavoro era fiera, quasi spavalda; nessun velo di umor nero, il suo pessimismo genetico curato per qualche ora dal suo saper fare risorgere gli ospiti. E il cugino Peppino, forse perché rinfrancato da quel caffè, ricominciava i suoi show e ritornava ancora più bambino di prima e altre monete cadevano a terra e altre risate glorificavano la nostra infanzia.
Potrei tirare fuori altre mille istantanee di quelle visite e in ognuna di loro ci sarebbe sempre un’offerta: di un passatempo per noi bambine e di un caffè non amaro per i grandi.
In quella casa ci si offriva.

La pioggia arrivava ad agosto generalmente ed era l’evento per eccellenza della paura. Mia nonna temeva i temporali come fossero apparizioni di un Gesù Cristo molto adirato e poco clemente, chiudeva ogni passaggio di luce, aumentava le tenebre interne già favorite da quelle esterne, diventata inquieta, la voce nei pressi del pianto, e poi pregava sottovoce. A ogni tuono la litania mormorata aumentava di volume per poi tornare allo stato di sciame vocale di pia devozione. Mia madre e mia sorella si irrigidivano di rimando, mio nonno e mio padre ridevano di quella tensione e io con loro. Non era magnifico quello spettacolo di rabbia passeggera e tonante della natura? Mi esaltava quella clausura mentre fuori l’estate delirava.
Ma il bello veniva dopo, quando arrivava il sereno, non tanto per la fine della pioggia (ripeto, a me quel ritiro domestico mentre fuori la natura tiranneggiava non dispiaceva affatto), ma per un rito che seguiva, un altro fra i tanti: il risveglio delle lumache con una formula magica al caffè.
Le finestre e la porta d’ingresso venivano aperte e dentro casa penetrava il profumo di una stagione ibrida, di un cielo maturo e riposato consapevole che le sue scorte di calore stanno per finire ma che basteranno ancora per accendere qualche fuoco diurno. La nonna e la mamma poggiavano una giacchetta di cotone sulle spalle come a ripararsi dai fendenti dell’autunno in arrivo.
L’odore della fine di un temporale era così: estate ormai stanca, terra umida, millepiedi bagnati, crepuscolo fresco come lenzuola appena cambiate, formiche volanti, lumache timidissime.
Erano queste ultime l’oggetto principale del nostro interesse.
Andavamo fuori, ne prendevamo una manciata, le più introverse e chiuse nel loro involucro, quelle che la pioggia aveva fatto ripiegare in se stesse, e le poggiavamo su un piatto di plastica. Poi le portavamo al nonno per dare avvio al nostro rito di fuoriuscita.
La formula, da scandire con ritmo musicale e costante, era: «Niesci li corna ca veni lu re e ti potta na tazza ‘i cafè».
La ripetevamo infinite volte, con quella capacità estenuante che hanno i bambini di reiterare, ma senza che l’attesa virasse mai verso il nervosismo.
Se la lumaca, almeno una, tirava fuori le sue viscide antennine e dava il segno che c’era vita dentro il guscio, era festa grande nel nostro regno, l’eccitazione ci colorava le guance e il nonno si beava con noi di quel successo, del nostro potere persuasorio sul regno animale.
Se invece le lumache si dimostravano restie all’apparizione pubblica e volevano darci a intendere che in casa non c’era nessuno, il nonno applicava alla lettera la formula del rito.
«Niesci li corna ca veni lu re e ti potta na tazza ‘i cafè».
E infatti prendeva una tazzina e la riempiva del poco caffè rimasto nella caffetteria dal pomeriggio, quello destinato a diventare caffè freddo, poi la accostava alle lumache e si ricominciava con l’invito all’uscita. Il nonno era il re dello show, il dono di caffè la prova della sua magnanimità maieutica.
La nostra fiducia nella forza coercitiva del caffè ci rendeva palpitanti e su di giri (a pensarci bene la caffeina agiva per induzione anche su di noi), il nonno fomentava la nostra speranza, la nonna muoveva il capo in segno di disapprovazione verso tutto quel trambusto, le lumache alla fine cedevano.
Non so se fosse magia, fortuna, o se l’odore di caffè stimolasse davvero quelle corna a farsi vedere, fatto sta che con la tazza davanti quelle facevano capolino e noi raggiungevamo l’empireo infantile di chi ha vinto a un gioco, uno di quei giochi idioti e necessari alla vita.

Ogni volta che vedo una lumaca, dopo un temporale estivo, qualcosa di ridente e ingenuo vibra dentro di me. Se il corpo è fuori dal guscio ci faccio meno caso, ma se vedo solo il guscio, senza corpo, senza antenne, senza tracce di bava, ripenso commossa alla formula del nonno, al suo potere di sconfiggere la chiusura e di far trionfare l’apertura servendosi del caffè. E mi sento ridicola e grata al mio passato.
«Niesci li corna ca veni lu re e ti potta na tazza ‘i cafè». Quante lumache rinunciatarie sono tornate attive dopo il rito? Quante ne abbiamo convinte? Quanto caffè c’è voluto? Non saprei, ma di certo si sono verificati dei miracoli fra le pareti di quella casa di campagna.
«Niesci li corna ca veni lu re e ti potta na tazza ‘i cafè». Sarebbe bello applicare la formula anche al genere umano, esortare chi si tira indietro e si chiude nel proprio buio a venirne fuori, a mostrare “li corna” all’esterno senza temere di sbatterle, offrire tazze di caffè a chi ha allontanato il mondo e convincerlo a farne di nuovo parte. E se funzionasse davvero?
Nel dubbio faccio come faceva mia nonna e offro caffè a chi mi viene a trovare ancora prima dell’acqua. «Vuoi un caffè?» è il modo più semplice che conosco per avvicinare a me chi mi sta accanto e c’è un po’ dell’energia estiva dei miei ricordi nella mia offerta. Chi beve il mio caffè beve senza saperlo un po’ delle mie estati felici, degli sprazzi effimeri di felicità di mia nonna.
Buffo che adesso, da adulta, io non sia una grande bevitrice di caffè; ritrovo me stessa più nelle tazze di tè e in ciò che calma. Può darsi che con gli anni sia diventata noiosa e che la mia pelle bianca che non si abbronza più sia segno di un processo di decaffeinizzazione dell’anima.
Chissà, forse è perché non passo più le estati in quella casa e non assisto più alle cerimonie domestiche e ludiche del caffè…

Eppure c’è una parte di me che quando si intrufola nei ricordi, come ha fatto adesso, ne viene sempre fuori con la pelle abbronzata, le mani sporche di estate, l’anima eccitata, l’eruttare profumato di una caffettiera, mia nonna che offre il caffè come cura al suo mal di vivere, mio nonno che ne fa un gioco. E lumache guardinghe rese coraggiose dalla caffeina.

Forse, se esisto ancora nel passato è grazie al caffè, che ha accompagnato il respiro di quella casa, ha tenuto su le fibre dei miei ricordi e ha fatto in modo che non si ritirassero nel guscio del tempo remoto, come antenne di lumache timide.

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