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Il codice dell’anima

Ampliare la propria prospettiva non è mai una cattiva idea, soprattutto se l’argomento su cui puntare lo sguardo è l’anima, una cosa invisibile e potentissima che mi sembra sempre impossibile da codificare, da contenere dentro il confine delle parole, delle opinioni terrestri.

Leggere un libro che parla di anima, di vocazione, di destino ti mette in una disposizione d’animo allertata, come se stessi per entrare in un territorio proibito, un’area del sapere e dell’essere che confina col divino e che temi possa essere banalizzata o, al contrario, misticizzata.
Hai bisogno di un ottimo mentore, come Virgilio per Dante, di qualcuno che usi le parole giuste, il tono di voce giusta, l’empatia giusta, e quell’ottimo mentore è James Hillman. (Ma potete stare tranquilli, non vi farà un brainwashing).

Non sono una grande appassionata di saggi sulla psicologica o sulle grandi Domande esistenziali e cosmiche; trovo me stessa più nella letteratura che nei testi argomentativi ed espositivi, nelle storie più che nelle teorie.
Ma qui siamo in un terreno ibrido, a metà tra psicologia, filosofia e mitologia, vicini a qualcosa che si nutre di cultura classica e di umanesimo e molto meno di concetti psicoanalitici.
È come leggere di un mito greco e di come noi esseri umani semplici ne siamo parte da sempre.
È come provare a capirsi un po’ di più attraverso un mix suadente di intelletto e psiche, di Platone e di Jung, di poesia filosofica e di saggistica accademica.
Come dice lo stesso Hillman, è il tentativo di «coniugare la psicologia con la bellezza».

Perché non provare?

Il codice dell’anima è un testo corposo, stratificato, da leggere con taccuino e matita sempre a fianco e una mente fertile e bendisposta (vedi nota a fine post).
È un testo “nutriente”, da assumere tutti i giorni, senza fretta di finire, senza aspettarsi risposte nette, decodificazioni di codici cifrati. Ma anche solo per le indefinite e vibranti suggestioni che lascia in testa, vale la pena affrontarlo.
Tenetelo sul comodino e leggetene un po’ alla volta, anche per mesi. Credo che vi farà bene come (o meglio di) una seduta dallo strizzacervelli classico.
(NB: Io l’ho letto d’un fiato perché ero curiosa di proseguire, ma se tornassi indietro lo centellinerei, lo consulterei all’occorrenza).

Perché vi consiglio di leggerlo? Ecco alcuni motivi in ordine sparso:

• Perché infonde qualcosa di simile alla positività, come un sollievo, un’assoluzione, e offre molti spunti di autoindulgenza, svariate chiavi per provare ad aprire celle blindate dentro noi stessi. L’idea che ogni persona sia portatrice di un’unicità è carica di senso, di attesa e di responsabilità ma mi sembra un bellissimo invito a recuperare parti di noi che abbiamo trascurato, a sentirci un po’ speciali o almeno invogliati a trovare questa”specialità” di cui siamo fatti.
È un libro che ci fa sentire, anche solo per un po’, unici e non anomali, pieni e non vuoti. La nostra ostinazione nel voler fare qualcosa che agli altri sembra irragionevole, leggendo Hillman ci sembra giustissima e da salvare a ogni costo.
Se decidiamo di credere di avere un daimon (genius in latino) come compagno che non ci lascia mai, di avere una ghianda interiore da alimentare, un carattere individuale con tratti indelebili, ci possiamo sentire rigenerati e ispirati dopo questa lettura. Umani in una modalità quasi favolistica.

• Perché è prima di tutto una narrazione e solo in misura minore una presa di posizione teoretica. Hillman ha grandi doti di narratore e riesce ad affabulare anche in terreni complessi e trasversali. Ci sarebbero tutti i presupposti per perdersi in meandri settoriali e diatribe tra scuole di pensiero che non conosciamo, ma Hillman riesce a farci strada e a illuminare il sentiero della nostra lettura con grande maestria e anche con gentilezza (non a caso questo libro è stato un bestseller). Parla dell’anima ma anche all’anima.

• Perché si schiera contro la “superstizione parentale” facendoci capire che lo stato della nostra anima (e della nostra vita) non dipende dai nostri genitori, così tradizionalmente demonizzati dalla psicoanalisi classica. Leggendo questo libro mi è sembrato di veder volare via dalle spalle di mia madre e mio padre e di tutte le madri e i padri del creato un macigno di errori che forse non hanno mai commesso
E se provassimo a trasformare il classico «è colpa tua» con dito puntato verso il genitore in un disteso «è così che doveva essere»? Proviamo a pensarci… (Lo so, non è facile, ma siamo qui per ampliare la nostra visuale).

• Perché, di conseguenza, smaschera la mentalità della vittima: basta dare la colpa dei nostri fallimenti alla genetica, alla biologia, all’ambiente, alla famiglia, ai traumi infantili e a tutte quelle cose che la psicologia accademica e terapeutica hanno sempre incriminato. Basta con il determinismo. Facciamo spazio alla «teoria della ghianda», al bellissimo mito di Er (contenuto nella Repubblica di Platone), all’idea di qualcosa a cui siamo predestinati e che è già dentro di noi senza influenze esterne. A quella particolarità che è in noi e che non c’entra nulla con le forze ereditarie e sociali.
Se ci pensate è pura magia pensare alle tre Moire che forgiano il nostro destino, il compito che gli dèi ci hanno assegnato; a Lachesi che ci dà come compagno il daimon, a Cloto che ratifica il destino prescelto, ad Atropo che rende irreversibile la trama del destino. E poi pensare alla nostra anima che subito dopo si reca al cospetto del trono della dea Ananke (Necessità). 
Non è infinitamente più bello pensarci come parte di un mito classico che come parte di una congiura di cromosomi e circostanze?
Platone, in riferimento alla sua “favola”, dice:«Potrà salvare anche noi, se le crediamo».
Io voglio crederci.

• Perché ci fa capire quanto sia importante avere un mentore nella propria vita o esserlo per qualcuno. «Esse est percipi», essere è essere percepiti e quindi capiti, compresi, ispirati, incoraggiati da qualcuno.

Io divento un mentore quando la mia immaginazione sa innamorarsi della fantasia di un altro.

E la cosa bella è che: 

anche i libri possono essere dei mentori e addirittura costituire un momento di iniziazione.

L’ho vissuta come fosse rivolta a me questa frase, con un senso di intimo trionfo.

• Perché parla di molte vite celebri (Judy Garland, Josephine Baker, Ella Fitzgerald, Eleanor Roosvelt, Woody Allen e tanti altri) partendo dalla loro infanzia e non lo fa con l’intenzione ruffiana di suggerire “anche tu puoi diventare una star se segui il tuo daimon”, ma con quella di farti vedere come lo smarrimento, l’anomalia, l’errore siano comuni, anche nel firmamento planetario del successo. E anche di farti capire che, rispetto a noi comuni mortali, in queste stelle la vocazione si è manifestata con più chiarezza, con più violenza.
Mi ha colpito molto un’immagine: quella dello scrittore premio Nobel Elias Canetti che da bambino minacciò con una scure la cugina più grande che si rifiutava di mostrargli i suoi quaderni e la scrittura che contenevano! 
Il piccolo Canetti voleva a tutti i costi vedere le lettere dell’alfabeto (che ancora non conosceva) e le parole: il suo daimon le pretendeva. 
Stupefacente!

• Perché è uno di quei libri che consentono il raccoglimento interiore e la chiusura in sé stessi come forma di apertura. Come ho già detto, l’ho letto in una manciata di sere di giornate emotivamente dure e mi ha calmato, mi ha disteso, mi ha concesso di mettermi in contatto con la mia parte offesa e triste e di allargare le mie sinapsi aggrovigliate. E mi ha ricordato di non diffidare mai della mia vocazione, nemmeno quando assomiglia a una causa persa, nemmeno quando non è cristallina e assolutizzante come dovrebbe essere.

• Perché affronta anche il tema interessante della vocazione al male, del «cattivo seme», del daimon come demoniaco, ne analizza le caratteristiche generali e si focalizza sulla personificazione del male per eccellenza: Hitler. Ne viene fuori un ritratto inquietante.
E perché affronta anche il tema della mediocrità, che ci spaventa tutti, arrivando a questa liberatoria e umanissima conclusione:

non esiste una mediocrità dell’anima. I due termini sono incompatibili. Provengono da territori diversi: «anima» è singolare e specifico; «mediocrità» ti prende le misure con gli strumenti della statistica sociologica: norme, curve, dati, confronti.

È dunque è sempre all’anima – la nostra e quella degli altri – che dobbiamo guardare, non al valore sociologico o economico di ognuno di noi, non alle nostre competenze o alla nostra capacità salariale. Io trovo sia bellissima e piena di grazia questa prospettiva.

• E poi per altri numerosi perché che ognuno di voi potrà trovarci dentro. Gli spunti di riflessione sono illimitati: ogni lettore potrà inserire il suo codice di lettura e aprire qualcosa di diverso. Ogni persona è unica anche per come legge un’opera.

Piccola nota finale: per cercare di afferrare l’idea di daimon e di codice dell’anima argomentate in questo libro bisogna avere una mente curiosa, indagatrice, aperta, piena di immaginazione perché si tratta di sostanze invisibili e forse per questo vicini a ciò che è sacro. Solo con una mente così si può entrare in sintonia con questo libro-amuleto e attivarne il potere magico. Il rischio, se avete la mente chiusa, anche solo momentaneamente, e di potervi sentire catechizzati da Hillman su una sua convinzione. E sarebbe un peccato.

Infine, ricordo a voi e a me stessa le parole di Sallustio: «Il mito non è mai accaduto, ma è sempre.»

La mitologia greca è la nostra salvezza, la nostra possibilità di redenzione, anche psicologica.
Dovremmo leggerla sempre.
Dovremmo pensarci più spesso come esseri mitologici dotati di daimon e sentirci così meno soli e strani.

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