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Archivio dei bambini perduti

Mi piace tanto scrivere dei libri che mi entusiasmano, cioè che mi fanno sentire letteralmente come avessi un dio dentro (dal greco éntheos = che ha dio dentro sé) e meno di quelli che mi rendono Amleto. Mi è piaciuto o non mi è piaciuto? Di queste più di 400 pagine di carta era meglio l’albero? Valeria Luiselli ha talento o ha avuto fortuna?
A seguire un tentativo snello di risposta (perché in fondo mi piace parlare e scrivere anche dei libri che mi rendono oscillante come un pendolo).

Pregi:

  • Il suo essere un romanzo-contenitore al cui interno, oltre a una storia (o meglio, un’idea di storia → vedi alla voce difetti), troviamo documenti, polaroid, scatole numerate, titoli di libri, frammenti di poesie, appunti sparsi, mappe, registrazioni di suoni, vita sotto forma di elenco. È come se fosse un romanzo ma anche un archivio, appunto, o un diario. Come se fosse fatto di parole, ma anche di rumori, scatti e rimandi a un mondo, quello di quattro persone – due adulti e due bambini – che sono (o meglio, provano a essere) una famiglia, e quello di un Paese che è come fosse due Paesi divisi. Ho trovato questa idea molto innovativa: è come se il romanzo, oltre a una voce, avesse anche un’eco; lo apri e vengono fuori, idealmente, fogli volanti e rumori di fondo, materiale vivente e non silenzioso. Per citare una canzone molto bella e molto presente in radio in questo periodo, è un romanzo che fa rumore, sììììì…
  • È un romanzo fluido per quel che riguarda la modalità in cui può essere letto (molto meno per quel che riguarda il modo in cui è stato sviluppato → vedi alla voce difetti): si legge bene e velocemente, sembra enorme e ambizioso ma consente sedute di lettura scorrevoli, “comode”, forse anche perché contiene pause e pagine non narrative (vedi punto precedente) che evitano l’effetto romanzo-fiume in piena.
  • La scrittura di Valeria Luiselli è bellissima. Il suo lessico è familiare ma anche prezioso, la sua sintassi è elegante, si legge con grande senso di appagamento verbale e culturale, con una costante sensazione di armonia e pienezza del dire, come se ogni parola fosse quella giusta nel posto giusto e ogni sintagma, frase, periodo, paragrafo, titolo, capitolo fosse la prova vibrante che Luiselli è una scrittrice vera, una che nella vita deve fare assolutamente questo, una che battendo le dita sulla tastiera crea della meraviglia. 
    Se un romanzo fosse solo forma linguistica e stile narrativo, direi a tutti che Archivio dei bambini perduti è una perla
  • Proprio perché la scrittura è così valida e ricercata, si tratta di un romanzo in qualche modo poetico, attraversato da un lirismo contemporaneo e metropolitano che non è mai esagerato, ma che con poche delicate battute ti entra dentro e ti porta in territori di autoriflessione, di saggezza, di illuminazione sulla vita e sul suo sentimento più complesso che è l’amore (verso il partner, i figli, il lavoro, il sapere, il proprio paese, l’attualità, la lettura, il viaggio e altre mille direzioni). E riesce anche a portarti per mano, con tocco lieve, nel doloroso terreno del disamoreSe un romanzo fosse solo capacità di suggerire verità, accendere pensieri, generare empatia sulla base di bellissime considerazioni, Archivio dei bambini perduti sarebbe un romanzo completo, maturo. Sarebbe un classico. Cito uno fra i tanti passaggi che mi sono piaciuti:

L’infelicità cresce lentamente. Indugia dentro di te, in silenzio, di nascosto. La sostenti, ogni giorno le dai in pasto avanzi di te – è il cane che tieni rinchiuso in cortile, capace di staccarti la mano a morsi, se lo lasciassi fare. L’infelicità richiede tempo, ma alla fine assume il pieno controllo. E poi la felicità – quella parola – arriva soltanto a volte e sempre di colpo, come un cambio repentino.

Ma, e qui siamo ai difetti:

  • Saper scrivere non vuol dire in automatico saper scrivere una storia.
    Padroneggiare con eleganza e cura la sintassi e lo stile non vuol dire padroneggiare un intreccio. Ricamare è una cosa, cucire, riparare, dare forma e proporzioni al capo è un’altra cosa.
    Restando dentro questa metafora sartoriale, Valeria Luiselli è, per me, una ricamatrice raffinata ma un’artigiana del cucito un po’ confusa; crea dell’incanto stilistico con le sue parole e i suoi pensieri, ma si perde per strada quando c’è da lavorare alla struttura, alla tessitura dei fili narrativi.
    Il tema c’è – basta leggere la quarta di copertina per individuarlo – ma è come se questo non divenisse mai trama, come se restasse sempre a livello di progetto. Se il tema, per quanto nobile e impegnato, non cammina, la trama non si crea. O se si crea non ha una buona compattezza. 
  • Usando una similitudine e paragonando il romanzo a un viaggio aereo (e non in macchina, come quello che fanno i protagonisti), direi che  leggere Archivio dei bambini perduti è come salire su un aereo che invece di decollare gira a vuoto sulla pista. Non si sta male dentro questa attesa, dentro l’aero(im)mobile ispano-americano è tutto molto ben fatto e piacevole, il pilota Luiselli parla ai passeggeri con grazia, competenza e seduzione, descrive il mondo oltre gli oblò con maestria, ma la partenza è sempre ritardata, gli scivoli non vengono armati, le ruote non si staccano da terra. Insomma, alla fine si parte? No. O forse sì, ma senza slancio. Arrivi all’ultima pagina deluso e dici a te stesso: «Perché diavolo ho tenuto la cintura di sicurezza allacciata se la velocità di crociera era questa?».
  • Le narrazioni con il punto di vista multiplo (doppio e in prima persona in questo caso) bisogna maneggiarle con cura, c’è il rischio altissimo che una delle due voci non sia giusta o che il cambio repentino di focalizzazione faccia uscire il lettore fuori dal patto di sospensione dell’incredulità (e se salta questo patto leggere può diventare una farsa). Così è accaduto a me: a partire dalla seconda parte del romanzo, quando il PDV diventa quello del figlio – un bambino di dieci anni che fa una cosa abbastanza estrema (no spoiler) –, per me il romanzo è entrato nel territorio dell’inverosimile, del mio pensare molesto «tutto ciò non avrebbe mai avuto luogo nella realtà», del «tu non esisti, bambino parlante!» e questo è stato il mio mood fino alla fine del libro. Mi sono scollata dal romanzo, dalla sua geografia umana e fisica, e mi sono ritrovata fuori, molto lontana dal territorio magico della letteratura.
  • La scelta metaletteraria di inserire nel romanzo stralci di un’opera fittizia dal titolo Elegie per i bambini perduti, di un’immaginaria autrice italiana, sul tema dei bambini che attraversano a piedi le frontiere (che in parte è, o vuole essere, anche il tema del romanzo di Luiselli) appesantisce il testo: è stato in quei passaggi che il mio sostare dentro l’aereo (vedi similitudine sopra) ha iniziato a farmi sonnecchiare. Insomma, quando si parte? Quando la smettiamo di leggere? (Mi sto rivolgendo alla madre e al figlio, in fissa con queste Elegie). Quando leggono il loro romanzo, il nostro – cioè quello di Luiselli –, già frenato di suo, si blocca nelle intenzioni.

Per concludere: è un romanzo da consigliare o da archiviare?
Lo metto nella scatola dei ricordi letterari forti o in quella dei ricordi deboli?
Non sono sicura di saperlo ancora, ma sono stata qui a parlarne quindi posso dire con fermezza che, per me, non è un romanzo su cui mettere l’etichetta adesiva “RESTARE INDIFFERENTI” (ma forse quella “BELLE OCCASIONI PERDUTE” sì!).

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