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(Rileggere e riamare) Il Maestro e Margherita

Dopo aver finito di leggere Il Maestro e Margherita ti viene voglia di danzare nuda al plenilunio primaverile, di sposare la notte con un rito diabolico, di volare veloce su una scopa verso chi ami, di cospargerti il corpo di crema sperando faccia magie, di parlare con i gatti neri, di corteggiare la pazzia, di ridere come una forsennata e di piangere come una persona che si libera da una zavorra emotiva.

Ti senti frastornato come se fossi stato su delle montagne russe (non a caso) gestite da un giostraio temerario, come se ti fossi fatto di LSD (non ho mai provato sostanze stupefacenti chimiche ma credo ci si senta come dopo aver letto Bulgakov), come se avessi fatto un sogno a più livelli da cui ti risvegli ridendo e in lacrime al tempo stesso, assatanato ma anche addolcito. E, per citare i Rolling Stones, provi un’infinita simpatia per il Diavolo.

Per me è stata una rilettura (questa fase della mia vita da lettrice la potrei chiamare “l’età delle riletture”; certi ricordi di classici letti nella prima giovinezza stanno sbiadendo e sto cercando di portarli a nuova brillantezza) e, ancora una volta, la maggiore competenza e la minore superficialità mi hanno consentito un’esplorazione più vasta, più vicina al cuore profondo del romanzo. Mi sono divertita e ho capito di più, mi sono sentita più Maestro e più Margherita (Nikolaevna) e meno Margherita (me medesima) raziocinante e confusa.

L’edizione in cui l’ho riletto è la stessa di allora (quella della foto, nella traduzione classica di Vera Dridso), Einaudi Tascabili dei primi anni 2000 con copertina sporca e rovinata, presa in prestito da un mio caro amico, che all’epoca studiava letteratura russa all’università, e mai più restituita (ma lui lo sa, è stato un furto con beneplacito!).

Le percezioni invece sono state diverse: si sono fatte più vivaci nella parte grottesca e più inclini alla commozione nelle parti romantiche. Nel complesso è stato un rinnovamento integrale del mio sguardo e la rifondazione di un amore letterario (che la prima volta era stato più uno sbigottimento letterario).

Seguimi, lettore! Chi ti ha detto che non c’è al mondo un amore vero, fedele, eterno? Gli taglino la lingua malefica, a quel bugiardo.

Perché Il Maestro e Margherita è un romanzo magico, forse il più magico che la letteratura moderna ci abbia mai offerto, e ognuno può dire di aver assistito a un gioco di magia letteraria dopo averlo letto.
Che poi leggere, nel caso di questo romanzo, corrisponde anche ad assistere, a essere spettatore, perché sì, Il Maestro e Margherita è uno spettacolo teatrale (non dimentichiamo che Bulgakov lavorava presso il Teatro d’arte di Mosca come commediografo). E può andare in replica tutte le volte che volete.
Correte il rischio di ritrovarvi senza vestiti, senza casa o perfino senza testa a fine spettacolo ma sarà la nudità, l’espropriazione indebita e la decapitazione più entusiasmante della vostra vita.
E tutto quel cercare spiegazioni ordinarie per fenomeni straordinari che anima i vari malcapitati della storia non potrà che farvi ridere, perché anche voi, alla prima lettura, vi siete comportati così (almeno io, che volevo un significato a ogni costo!).

Il Maestro e Margherita è mille cose.

È divertente. È poetico. È assurdo. È romantico. È irriverente. È dolente. È mistico.

Ha qualcosa del mito e qualcosa del poema.

È una festa e come a ogni festa c’è da divertirsi e immalinconirsi.

È metaletterario (il romanzo su Ponzio Pilato scritto dal Maestro è centrale tanto quanto il romanzo stesso) e fa riflettere su quanto sia lontano dal sogno e dalla bellezza il lavoro di scrittore, su quanto siano dolorosi il processo creativo e il processo successivo della critica letteraria (qui personificata da Latunskij), ovvero la frantumazione di ogni ambizione, soprattutto sotto un regime che pretende di controllare persino l’intelletto.
Ma anche la crisi  creativa, la ricerca di un editore, di un pubblico di lettori. Tutte cose che Bulgakov conosceva bene e per cui ha sofferto: lavorò al Maestro e Margherita dal 1928 al 1940 cioè fino alla morte (ma fu pubblicato circa trent’anni dopo), e in questo intervallo di tempo il romanzo fu soggetto a tagli, censure, mutilazioni, polemiche, e fu anche gettato tra le fiamme di una stufa, in un momento di disperazione, dallo stesso Bulgakov (proprio come fa il Maestro con la sua opera vilipesa).
Bulgakov fu bersagliato dai critici sovietici degli anni ’30, la sua satira infastidiva il regime comunista dell’URSS, così come il suo essere “scrittore mistico” dalle tinte nere, dai toni dissacranti. Ebbe difficoltà a pubblicare e se “l’impossibilità di scrivere per me equivale ad essere seppellito vivo” possiamo immaginare quanto abbia sofferto e perché Il Maestro e Margherita sia così feroce.

Per fortuna l’arte, la letteratura sono resilienti, possono ricomporsi dopo essere diventati cenere, possono risorgere come il Messia, perché, come afferma il Diavolo Woland:

I manoscritti non bruciano.

(Mi accendo e brucio io ogni volta che leggo questa meravigliosa sentenza).

È la storia di un team satanico antropomorfo/zoomorfo dotato di umorismo cinico e di perfetta credibilità, dei loro numeri a metà tra la prestidigitazione e una magia nera dalle bizzarre modalità.
Basterebbe da sola questa combriccola di matti gestiti con perizia e una certa eleganza dal Demonio in persona a far andare avanti il romanzo, a renderlo brillante e a tingerlo di un lucidissimo nero semiserio.
Il gattone Behemoth, che cammina sulle zampe posteriori, prende il tram pagando il biglietto, beve bicchierini di vodka e mangia funghi marinati tra una burla satanica e l’altra, è tra le mie creature letterarie preferite; con lui la magia dell’assurdo raggiunge il culmine e ogni forma di incredulità si arrende allo spasso.

È la storia di un senso di colpa che toglie il sonno e lacera la propria intimità morale, quello del procuratore della Giudea Ponzio Pilato, che ha arrestato qualcuno che forse aveva altro da dirgli e che lui non ha voluto ascoltare. Ma anche quello di Levi Matteo che ha lasciato solo Jeshua, di cui era fedele discepolo, e non è riuscito a salvarlo dalle torture e dalla croce. E chi non si è mai sentito così pentito per qualcosa? Pilato e Levi Matteo ci assomigliano più di quanto pensiamo.

Ed è appunto la storia della condanna di Jeshua Hanozri (cioè Gesù Cristo) che Bulgakov narra come fosse una novella e sembra quasi di essere lì, a Gerusalemme, sotto quel cielo minacciato da gonfie nubi, sferzato da un vento improvviso, da un “fumigante calderone di tempesta, di acqua e di fuoco”. Sembra di stare dentro uno di quei kolossal biblici che trasmettono nel periodo pasquale. L’immersione è totale.

Ma c’è dell’altro, e che altro: c’è la storia di un amore ostinato che sfida le leggi di gravità e razionalità, ma anche le leggi letterarie. Un amore nato all’improvviso grazie al destino e a un mazzo di “orribili fiori gialli inquieti”.

Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi!
[…]
– Le piacciono i miei fiori?
[…]
– No.
Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.

Una storia d’amore così vi sfido a cercarla altrove. Non la troverete. Chi mai ha creduto così tanto nel proprio uomo e nel suo daimon letterario da dargli l’appellativo di Maestro? (Master in russo vuol dire «chi eccelle in una data sfera d’attività». Per definire il «maestro» nel senso di «insegnante» si usa invece un’altra parola).
Trovo bellissimo il fatto che sia Margherita a sostenere il Maestro e non viceversa, che sia la donna a farsi carico del peso quasi morto dell’uomo, della sua anima sofferente.
È lei che raddoppia la sua forza per curare la debolezza del compagno, la sua arrendevolezza, le conseguenze di una sconfitta.
È lei che vola nel cielo notturno di Mosca come una strega fremente, guidata solo dalla tenacia del suo amore.
È lei che viene a patti, letteralmente, col diavolo per tentare di fare il bene di chi ama.
È lei che si fa aliena per allontanare l’alienazione del suo compagno.
È lei che dice al Maestro “ti salverò, ti salverò” e “ti guarirò, ti guarirò” e “perisco con te. Domattina sarò da te” e io ho trovato tutto ciò di una bellezza fortissima, adesso più che la prima volta.

Mio unico, mio caro, non pensare a nulla! Hai dovuto pensare troppo, adesso penserò io per te. E ti garantisco, ti garantisco che tutto sarà stupendamente bello!

Quanta bellezza del cuore c’è in tutto questo? Infinita. Mi viene in mente la canzone La cura di Battiato, quello stesso senso di protezione.

E poi è un romanzo satirico, attraversato da quel tipo di satira che sferza e stiletta mascherandosi da altro, che consente rivincite metaforiche, calci in faccia allegorici. In questo mi ha ricordato molto Gogol’, la sua ironia grottesca, carica di rimandi anche politici ma mai pesante.

Ed è anche un romanzo sulle esperienze forti che ci cambiano e che ci ridefiniscono con più lucidità, sull’autocritica come possibilità di rinascita, proprio come accade a Bezdomnyj  che alla fine della fiera rinuncerà alle sue ambizioni da poetastro, niente più Massolit e altra mediocrità artistico-letteraria, solo chiamate più elevate, devozione a Maestri davvero degni di essere chiamati tali.

E la cosa pazzesca, poi, è l’equilibrio delle parti, l’orchestrazione miracolosa (“un miracolo che ognuno deve salutare con commozione” disse Eugenio Montale a proposito del romanzo) tra irriverenza che sconfina nel nonsenso e attenzione alla sensibilità dell’animo umano, tra cinismo e romanticismo, tra elementi cabalistici, esoterici ed elementi poetici, intrisi dell’universale linguaggio dell’amore.

E quindi da un lato leggi di cose che non comprendi fino in fondo ma da cui non ti senti nemmeno per un attimo escluso, dall’altro vedi con chiarezza tutta la potenza dell’amore quando si tratta di liberare, di salvare, di tornare a prendere chi amiamo e chi ci ama.

Ermetismo e universalità. Necessità di analisi critica e familiarità totale. Scossa tellurica e riparo antisismico. Tutto questo in un solo romanzo.

Non posso dunque che invitarvi a leggerlo, rileggerlo, ri-rileggerlo, ri-ri-rileggerlo. A ballare fra le sue pagine, a volare fra le sue amarezze e le sue dolcezze, a stare al gioco dei suoi scherzi e dei suoi travestimenti, a saltare da una dimensione spazio-temporale all’altra, da un bailamme diabolico all’altro.

Giunti all’ultima pagina, all’ultima frase, quella che dice “[…] il feroce quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato”, vi sentirete rinati, in uno stato di euforia (vedi incipit di questo post) e di incredibile pace interiore. Vi sentirete Maestri di voi stessi curati da uno scrittore-medico e salvati da una Margherita volante.

Un miracolo, appunto.

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