Uncategorized

Io sono Cime tempestose

“La vita è tempesta. E tempesta sia” diceva Melville.

Questo romanzo è tempesta. E tempesta sia, parafraso io.

Perché questo è l’unica attitudine con cui si può affrontare la lettura di Cime tempestose, sostenerne il peso emotivo e trarne della bellezza indicibile.
La disposizione d’animo deve essere battagliera, equipaggiata contro gli attacchi violenti della natura e del cuore umano quando è disumano.

Chi è alla ricerca di un senso a tutti i costi vada a leggere altro.
Chi vuole l’ordine, l’allineamento, la giustizia e la giustificazione, le risposte infallibili ai perché, le rassicurazioni del bene non potrà che provare fastidio.

Perché Cime tempestose è disordine, dissidenza, ingiustizia e insensatezza, domanda sempre aperta, sconforto che deriva dalla misantropia.

L’ho capito in modo totale e definitivo rileggendolo ora che sono adulta, più forte come lettrice e come essere umano.
È stata una rilettura ad altissimo tasso di partecipazione emotiva, di epifanie improvvise e di annientamento del mondo circostante.

È stata un’esperienza spirituale.

È come se lo avessi letto davvero solo ora, nero – nerissimo – su bianco. Solo adesso le cime di Wuthering Heights sono diventate davvero tempestose ai miei occhi, una minaccia in grado di fuoriuscire dalle pagine come veleno e come antidoto insieme.

La prima volta è stata durante gli anni universitari, intorno alla beatitudine dei vent’anni, in un’edizione a cofanetto color verde militare cupo, supplemento a Repubblica.
A distanza di una quindicina d’anni avevo ben chiara la trama, ma un enorme banco di nebbia di spessore britannico aveva fatto scomparire quasi del tutto i dettagli, lo stile, la voce impetuosa di Emily Brontë.
Nella mia memoria era diventato un romanzo vittoriano d’amore impossibile, un rincorrersi incessante di Heathcliff e Catherine in vita e in morte, ma nulla di più. Nessuno spavento e vorticare di viscere, nessuna sensazione di vicinanza suprema al Male.

Lo ricordavo romantico, l’ho riscoperto gotico, violento, attraversato da forze malefiche, da una passione-mostro che si nutre di cuori, intelletto e dignità.

Lo ricordavo, chissà perché, classico (nell’accezione calviniana in effetti lo è, ma non nella forma) e invece è anomalia, disobbedienza pura.

Emily sembra quasi voler sfidare il lettore: esagera con la sovrapposizione dei nomi (si chiamano tutti Earnshaw e Linton e all’inizio ci si perde un po’), con la violenza fisica e psichica (vessazioni e abusi di uomini su donne e di donne su uomini, come fossero tutti pazzi), con la ripetizione di schemi basati sullo sposarsi e poi odiarsi, con situazioni deliranti, con la cattiveria (perfino cagnetti impiccati!), con il sovrapporsi di eros e thanatos.

Cime tempestose è un romanzo molesto, esasperante, dominato da un’irragionevolezza ininterrotta, un senso di non senso, di follia senza origine e spiegazione, di malvagità e perdita di controllo quasi grottesche.

Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza la mia anima!
E nel dire questo sbatté la testa contro il tronco nodoso, poi alzando gli occhi urlò, non come un uomo ma come una bestia selvatica portata al macello per essere trucidata.

Ma, per qualche sovrannaturale ragione, ci attanaglia alle sue pagine come fossimo rapiti e riplasmati a sua immagine e somiglianza, diabolici, ferini, violenti anche noi.
Ci fa vorticare dentro un gorgo di furore che non sappiamo nemmeno bene da cosa sia alimentato ma che è esperienza letteraria di grande intensità.

Cime tempestose è sensualità.

Il rapporto tra Heathcliff e Catherine è tossicodipendenza.

L’esperienza del leggerlo o rileggerlo è un’esperienza di appartenenza al libro stesso: così come Heathcliff appartiene a Catherine e Catherine a Heathcliff, noi, mentre leggiamo, siamo proprietà esclusiva del libro e riotteniamo la libertà solo al termine della lettura.

E anche allora, parole come “io sono Heathcliff: lui è sempre, sempre nella mia mente, non come un piacere, non più di quanto io sia un piacere per me stessa, ma come il mio stesso essere…” faticano a lasciarci andare, a restituirci a noi stessi.

Se penso a Jane Austen (che, sia chiaro, mi piace), con il suo mondo pieno di grazie, di ironia e di fossette sulle guance, con le sue trame di matrimoni mirati e giustissimi, di ragazze brillanti e provinciali che si aggirano in interni domestici borghesi o in giardini ordinati, con le sue storie d’amore ancorate alla forma e del tutto scollegate dalla passione, e poi la accosto a Emily Brontë (ma anche a Charlotte Brontë), alla sua brughiera non conforme al canone, agli sconfinati e burrascosi spazi di introspezione, al pathos sanguigno delle sue creature che scalpitano quando sono chiuse in casa, quando non possono far fluire la bestia che è in loro, mi viene da sorridere, mi viene da pensare a un gatto domestico e a un lupo mannaro, a un fiore fresco e a un fiore marcio. Jane pop, Emily punk. L’equilibrio e lo squilibrio. Eppure l’epoca è la stessa, i padri entrambi pastori anglicani… Ma poi penso a George Eliot, ai suoi romanzi così diversi da quelli austeniani e da quelli brontiani, e mi dico che, per nostra grande fortuna, non c’è un solo modo di essere scrittrici inglesi d’età vittoriana.

Credo che la ragione del furore brontiano sia da cercare nella brughiera: è lì che il suo immaginario si nutre, si gonfia e si deforma. Credo sia da quella distesa di nulla e di tutto che il suo Heathcliff e la sua Catherine vengano fuori come zombie in cerca di carne umana, come vampiri, come inquieti spettri shakespeariani. Credo sia la violenza, anche visiva, di quel panorama dello Yorkshire (che ho scoperto si pronuncia Yorkscir e non Yorksciair), così spinoso e in balia del vento, così adatto alla perdizione, ad aver alimentato i suoi mostri.

Io, per esempio, mi sono trasformata in qualcosa di simile a un animale selvatico durante la (ri)lettura di Cime tempestose (= sedute di lettura feroci, isolamento eccessivo dal mondo esterno, perfino una vaga sensazione di gelosia rispetto all’oggetto-libro, come fosse solo mio) e credo sia questa la cosa che ho apprezzato di più: perdere la mia composta e pacifica consistenza umana e diventare, attraverso i personaggi, puro istinto, fantasma ferito a morte, vendetta, passione insana, brughiera, Heathcliff, Catherine. E poter dire anch’io: “Io sono Heathcliff”.

Ma anche: io sono Cime tempestose.

La (bravissima) traduttrice di questa nuova edizione Einaudi, Monica Pareschi, lo definisce un “romanzo mistico” e non posso che essere d’accordo con lei: è quel genere di opera che, agendo in profondità e in ogni direzione del nostro essere (corpo, mente, anima), ci fa andare in un territorio scomodo, misterioso, misterico, che ha a che fare con lo spirito.

Cime tempestose è una storia scritta per lo spirito.

Se tutto il resto andasse distrutto, e rimanesse lui, io continuerei a esistere; e se rimanesse tutto il resto, e lui fosse spazzato via, per me l’universo si trasformerebbe in un grande estraneo. Non mi sembrerebbe più di farne parte.

E io che da ragazzina pensavo fosse solo una storia d’amore!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *