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La corsara – Ritratto di Natalia Ginzburg

Ebbene sì, uno dei libri più belli che ho letto nel 2019, proprio sul finire del’anno, è stato una biografia, come a dire che la vita vera è la sostanza narrativa migliore che ci sia.

Che poi la vita di Natalia Ginzburg non è solo una vita o una sola vita ma è un mondo di vite, di persone, di luoghi, di case, di libri – scritti, valutati, tradotti- di amori, di figli e di amici avuti o perduti, di sogni, di guerra, di pace e di altre mille cose che sembra quasi impossibile possano essere contenute in una sola esistenza.

Eppure è così e credo che sia questa sensazione di pienezza e di possibilità di moltiplicarsi e reinventarsi senza perdersi che faccia felice chi legge quest’opera palpitante.

La consistenza di questo libro è satura di vita scritta in modo fitto, straripante di nomi e cognomi, di rimandi a persone, opere, titoli, è un tourbillon che a tratti stordisce per quanto brulica di vita, per quante esperienze contiene. Ma è uno stordimento entusiasmante.
È un meraviglioso viaggio su un treno italiano in cui salgono e scendono tantissime persone, chi per poco, chi per anni, in cui i paesaggi oltre i finestrini mutano aspetto, cambiano epoca, si scontrano con la Storia, i cui interni sono in qualche modo casa per chi legge, pregni di un lessico familiare a chi ha letto e amato Natalia Ginzburg (ma anche Italo Calvino, Cesare Pavese, Elsa Morante e altri grandi del secolo scorso).

Se si ama la letteratura, quella letteratura seria, appassionata e dolorosa dell’Italia del Novecento antifascista, quella letteratura che è mestiere quotidiano ma anche necessità vitale, quella letteratura che orbitava a Torino intorno alla casa editrice fondata nel 1933 da Giulio Einaudi e Leone Ginzburg come fosse un pianeta, non si può che amare con commozione ininterrotta questo libro. Non si può che riempirlo di sottolineature, di scatti fotografici a frasi bellissime, perfino di orecchie alle pagine (cosa che di solito non faccio ma stavolta sì), perché è così carico di passione ed energia culturale da consentire un uso quasi bellico del suo corpo di carta, della sua anima pulsante.

L’ho letto come fossi io la corsara, con un furore che non mi aspettavo, con eros e incanto, correndo e issando vessilli di felicità letteraria.

Perché se si parla di parole, di libri e di loro artefici devoti, di scrittura non come velleità ma come aderenza totale al proprio essere, di cultura non come parata trionfale ma come intima missione, allora io mi infervoro, mi innamoro, cerco un rispecchiamento, sogno delle affinità e consumo punte di matita senza ritegno.

Effetto Natalia Ginzburg: lei, così semplice e riservata, così restia all’entusiasmo, così “bue muschiato” come la chiamavano i colleghi della Einaudi, così contenuta e spartana nel suo manifestare e manifestarsi, infonde una voglia di fare, di esplorare, di leggere, di scrivere, di amare, di vivere che lei nemmeno sospetterebbe.

Quante città nella sua multi-vita: Palermo che la vede nascere, poi Torino, non una ma tante quante le vie in cui abitò – via Pastrengo, via Pallamaglio, corso Re Umberto – e poi l’Abruzzo del confino, Roma, Firenze, di nuovo Roma, quindi di nuovo Torino, Roma, Londra e quindi, definitivamente Roma  e in ogni luogo un muoversi delle cose, delle persone, dei fatti, un eterno movimento di amore e dolore, di nascite e di morti, di lavoro letterario e redazionale come forma di salvezza, come serissimo imperativo morale. E poi di politica, di romanzi e racconti, di premi vinti (in primis lo Strega per Lessico famigliare), di traduzioni magnifiche, quella di La Strada di Swann di Proust, quella di La signora Bovary di Flaubert e poi di altre esperienze, tutte intrise di spirito corsaro, di resilienza, di coraggio.

Quanti uomini (e che uomini) nel suo pianeta letterario e biografico: Calvino, Einaudi, Pavese, Moravia, Olivetti, Garboli… Lei, unica donna in un ambiente maschilista come quello della Einaudi, riusciva a farsi sentire, a imporre visioni e opinioni con testardaggine, a non farsi schiacciare (a non fare un passo indietro, come direbbe qualcuno del piccolo schermo), a fare famiglia e casa anche se è in qualche modo sola. E allora questi uomini diventano fratelli, amici, compagni di vita, tasselli umani di grande valore che le danno opportunità gioiose, ma anche dolori. Quando “Cesarito” Pavese si toglie la vita, quel 26 agosto del 1950, portando con sé tutto il suo dolore, la sua ironia triste e il suo amare sbagliato e disperato, qualcosa muore pure in lei.

Ma poi rinasce sempre Natalia (sarà il nome?) e lo fa senza clamore, con contegno, con forza interiore da corsara ma con modalità non piratesche, come fosse lo schivo e silente capitano di sé stessa.

Due grandi amori, quello enorme (che io trovo meraviglioso oltre ogni dire) per Leone Ginzburg e quello maturo per Gabriele Baldini; cinque figli, tre dal primo, due dal secondo, infinite vicissitudini, felicità e lacrime, spostamenti e punti fermi.
Ma anche l’amore fulmineo, fatto di corpo e non di anima, con “Sal”, Salvatore Quasimodo, con cui si scambia lettere e si incontra in brutti alberghi, una parentesi di felicità che la stravolge.

Natalia scrittrice, ma anche moglie e madre pienissima di vocazione matrimoniale e genitoriale, fortemente definita da queste scelte, eppure mai racchiudibile dentro uno stereotipo autocompiaciuto o autocommiserante, dentro tutta quella retorica sulla fatica domestica e il martirio femminile. Lei è pratica, conosce la debolezza femminile, la sua tendenza cromosomica alla soggezione rispetto all’uomo, ma cerca di non cascare nel “gran pozzo oscuro”, perché “un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero“. Ce la mette tutta Natalia per essere libera e la sua vita così irta di prove tragiche la renderà robusta, coraggiosa (“sii coraggiosa” le dirà il suo grande amore).

Forse mai una scrittrice ha saputo essere così femminile – ragazza, moglie, madre – in un senso così opposto a quello che s’intende di solito per “letteratura femminile” cioè dell’abbandono lirico ed emotivo.

E se lo dice Italo Calvino che la conosceva meglio di tutti noi, non possiamo che ammirare ancora di più questa Grande Madre di creature umane e di creature letterarie, che crea famiglia e familiarità anche quando scrive.

Quante altre cose? Quanti altri incontri? Quante prove di vita, cuciture di rapporti o strappi, avvicinamenti, allontanamenti? Quante idee? Quanti manoscritti per le mani e in testa? Quante prese di posizione e quanta creazione di sé passo dopo passo? Un’infinità in quasi 500 pagine e non posso elencare tutto qua; aprite La corsara e tuffatevi dentro il ritratto voluminoso di Natalia Ginzburg. Pescherete solo persone e opere degne d’interesse, vitalità culturale che ha fatto storia, gente al lavoro in nome della Letteratura, talento, sofferenza, sconfitte, vittorie.

Fra le mille cose belle che offre questo generosissimo libro e che mi porterò dentro ce n’è una in particolare che mi ha fatto piangere per intensità e purezza, e sono le vibranti parole d’amore che Leone Ginzburg scrive a Natalia dal carcere di Regina Coeli (in cui era stato rinchiuso per antifascismo) prima di morire:

Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro; attraverso l’attività sociale, qualunque essa sia, rimarrai vicina al mondo delle altre persone, per il quale io ti ero così spesso l’unico ponte di passaggio. […] Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio […] Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.

Quelle ultime parole “sii coraggiosa” mi risuonano dentro come un inno alla vita e al saper tenerle testa; i consigli di Leone, che sono raccomandazioni del cuore, lasciti di puro amore, li prendo e li faccio anche un po’ miei. Me ne approprio e me li appunto come memento per tutte quelle volte in cui le lacrime mi faranno groppo dentro e mi scorderò di creare e di incontrare.

Sandra Petrignani, narratrice di questo ritratto multidimensionale, con la sua attenzione a non tralasciare nulla, a non sorvolare o ridurre il magma di una vita speciale, con il suo amore per Natalia e la letteratura che straripa a ogni citazione, in ogni pagina, senza però sovrastare mai l’impianto accurato della biografia, ci ha fatto un enorme dono.
(Subito dopo La corsara, ho letto il suo Lessico femminile, edito di recente da Laterza, e anche in questo caso è stato un festival della sottolineatura felice!).

Le donne come Natalia Ginzburg (e come Sandra Petrignani) mi fanno sempre nascere idee, mi soffiano dentro voglia di inventare, lavorare sodo, amare ancora di più le parole. Le vedo come levatrici che con arte maieutica mi invitano, senza saperlo, a tirare fuori il meglio di me, donna come loro, per fortuna.

Obiettivo del 2020: cercare di leggere altre opere di Natalia (perché, per quanto sia splendido, non c’è stato solo Lessico famigliare nella sua vita da scrittrice).

La corsara sarà la mia bussola speciale in questo progetto di esplorazione corsara.

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