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La fabbrica delle bambole

La fabbrica delle bambole è uno di quei libri il cui carisma fiabesco e seducente è già annunciato da una copertina che sembra un inno ai dettagli, alla perfezione sotto vetro, al culto vittoriano per l’oggettistica, le piccole cose anche inquietanti che sanno di eleganza imbalsamata e morte addomesticata, di quel rigore e quella bizzarria che sono l’essenza di un’epoca.

Quella stessa attenzione ai dettagli e ai simboli che avevano i pittori della Confraternita dei Preraffaelliti, corrente artistica centrale in questo romanzo.

Mentre leggete prestate attenzione alle piccole cose, alla minuteria: l’autrice ha scritto una tesi di laurea sul ruolo dell’oggettistica e della chincaglieria nella letteratura inglese degli anni Cinquanta dell’Ottocento, lavoro da cui è scaturito il suo interesse per il collezionismo e la Grande Esposizione e tutto ciò si vede bene, perché il romanzo è tempestato di manufatti, sembra quasi un museo da visitare oltre che un’opera letteraria, è una visita guidata in una Londra vittoriana raccontata anche dagli oggetti.

Dunque, guardate bene la bellissima copertina che tinge il bianco Einaudi di una tonalità di azzurro che non so definire: se provate a estrarre ogni singola cosa contenuta dentro quella campana di vetro onirica, avrete fra le mani una storia di arte e manifattura nelle sue manifestazioni più leggiadre e in quelle più mostruose, di fanciulle dalla pelle di latte e dai lunghi capelli rossi che sembrano uscite da un libro di fiabe e leggende o da un dipinto preraffaellita, di topi, di uccellini e altri animaletti imbalsamati dentro botteghe buie da sinistri tassidermisti, di lepidotteri e farfalle che sarebbero piaciute a Nabokov e delle loro ali intrappolate dentro ciondoli.

E poi, immensa come la sua portata narrativa, sullo sfondo, una Londra vittoriana che respira e pulsa, che ispira atti di chiusura e atti di apertura, reclusione moralista e libertà delle ambizioni. Una Londra alle prese con la Grande Esposizione di Hyde Park del 1851, il suo essere così fervente fuori e composta dentro, così di strada e così di salotto insieme, grigia e fangosa ma anche piena di colore, di sfumature.

La fabbrica delle bambole è il classico romanzo in cui le atmosfere sono tutto: avvolgono, stimolano tutti i sensi in sinestesia, tirano in ballo vari tipi di reazioni, dall’abbandono a un romanticismo da fiaba, al senso di tetraggine che dà un’epoca ancora poco illuminata (non solo letteralmente), dalla fascinazione artistico-poetica per una corrente libera e un modo diverso di riprodurre il mondo, alla ripugnanza per bordelli schifosi e umani disumani.

I colori, le luci e le ombre sono offerti al lettore con gusto pittorico.
La malsana aria londinese, l’odore delle vernici, le consistenze materiche della porcellana delle bambole, del pelo degli animali morti sotto le mani del tassidermista, delle cicatrici del vaiolo o delle deformità del corpo sembra quasi di sentirli, di toccarli, di esserne toccati.

Mi ha fatto a tratti venire in mente Il petalo cremisi e il bianco, ma una sua versione censurata e più soggetta a pruderie ottocentesca, molto meno erotica (sebbene anche La fabbrica delle bambole sia abbastanza sensuale). È soprattutto Londra che assomiglia a quella altrettanto sotterranea, sporca e pulsante del romanzo di Michel Faber.

Se come me amate Dickens (che qui viene citato in veste di critico acido che stronca i preraffaelliti!) per la sua capacità di creare atmosfere avvolgenti e di spingerti dentro queste con la sola forza delle descrizioni, per  i suoi monelli di strada che sfidano le carrozze in corsa (qui abbiamo il piccolo Albie che ha un solo dente in bocca e corre, corre, corre veloce) e per altre sue doti che conoscete bene; se amate l’età vittoriana  per le sue idiosincrasie che turbano e irretiscono, i vombati, per il loro essere tenerissimi e così insoliti in letteratura (avete mai letto qualcosa in cui l’animale domestico di uno dei personaggi è un vombato?!), questo romanzo è per voi.

E se tutto ciò che riguarda la Londra dell’Ottocento, i suoi cieli grigi che non ingrigiscono l’animo, i suoi contrasti tra malaffare e tazze di tè davanti ai caminetti di belle dimore, vi affascina e vi manda in estasi come il laudano di cui si abusava all’epoca, allora questo romanzo è per voi (per noi, perché anch’io faccio parte di questa schiera anglofila).

E se, ancora, credete nelle storie di riscatto personale e di donne che schiaffeggiano il canone vittoriano e decidono di non far decidere alla società, alla propria famiglia, al patriarcato, farete tutto il tempo il tifo per Iris Whittle, per le sue aspirazioni artistiche, per il suo passare dall’automazione alla libera espressione.

Non ha mai potuto concedersi il lusso della scelta, prima, non ha mai creduto di poter decidere della propria vita, indirizzarne il corso. Prova un senso di vertigine. Pensa al viscido facchino che il futuro ha in serbo per lei, agli stufati, alle mani rosse e screpolate per la fatica, e poi a questo.
A una vita completamente diversa. Alla pittura. A Louis.

Non ho stilato liste di consigli letterari quest’anno, non ne ho avuto il tempo e non sono mai brava a farle, ma questo potrebbe essere un buon regalo di Natale da fare a chi ho citato prima. O anche a chi giudica un libro dalla copertina.

Da leggersi rigorosamente all’imbrunire.

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