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Città sola

(Scrivere di questo libro è un’operazione molto difficile; di solito ho fontane di pensieri e parole a cui devo porre un argine per evitare straripamenti, ma al termine di questo viaggio nel sottosuolo di New York, nella sua anima degradata e creativa, non trovo molto parole. Forse perché la solitudine è argomento spinoso e a ogni tentativo di trasformarla in scrittura mi pungo.
Questo sarà un post più breve di quello che dovrebbe essere. Il resto – il cuore marcio e pulsante – di questa esperienza lo trovate nel libro e spetta a voi decidere se vi interessa o meno, se ve la sentite di sprofondare o meno).

Come Epitteto scrisse quasi duemila anni fa: «Se un uomo è solo, non per questo egli è anche isolato; se un uomo è circondato da molti, non per questo non è solo».
La sensazione di solitudine deriva da una percezione di intimità assente o carente.

Città sola non è un libro facile e leggero, che si legge la sera per ritrovare una serenità letteraria dispersa durante le incombenze prosaiche del giorno o per affondare nel piacere dell’evasione. Al contrario, è un libro da cui si vuole evadere (e invece sono rimasta).
Non è un libro che si legge per poi dire “Ah, che bel libro!” e consigliarlo a chi ci sta a cuore. Possiamo consigliarlo, certo, perché è un ottimo libro, ma farlo è una responsabilità non da poco.

È un saggio sull’arte e come tale dà delle informazioni, è calato in un periodo storico e in un contesto preciso, ma non è un saggio come tutti gli altri: la presenza autobiografica dell’autrice e degli artisti di cui scrive lo rendono molto umano e triste, quasi come fosse un romanzo, uno di quei romanzi di formazione in cui da un malessere estremo si passa a una consapevolezza estrema attraverso la conoscenza del malessere altrui.

Costringe a inghiottire molto dolore, dosi massicce di disagio sociale e psichico, di emarginazione, di malattia, di esseri umani non comuni che vagano ai margini della città come cani randagi. È un libro pieno di buio, assomiglia a un tunnel.
Nei punti più fragili di questa struttura tubolare e fatiscente, ma anche in quelli più vicini alla luce dell’uscita, incontriamo degli artisti solitari, molto spesso soli, ma che si sono fatti luce e autoilluminati attraverso la creazione artistica.
C’è chi ha brillato per 15 minuti, chi per un istante, chi più a lungo o anche per sempre.
In ogni caso è stata l’arte a scacciare il buio, anche quando il buio separava dagli altri.

Prima di leggere Città sola bisogna prepararsi alla sua carica di tristezza e di genialità trasversale, e forse bisogna avere una qualche familiarità con la diversità, con tutto ciò che non sta al centro ma ai limiti, in quei territori umani marginali in cui si tocca il fondo ma in cui in alcuni casi si trovano mezzi espressivi salvifici.

La connessione tra arte e solitudine è fortissima e viene da pensare che è solo grazie ad essa che noi oggi possiamo perderci nella ripetizione vitaminica di Warhol o nella desolazione bellissima di un dipinto di Hopper.

Città sola l’ho vissuto come un viaggio in stile Divina Commedia, io Dante, Olivia Laing Virgilio, ma solo all’inferno, solo selva oscura. La parte purgatoriale arriva a sprazzi e fa filtrare un po’ di luce. La parte paradisiaca non c’è, ma nonostante tutto c’è qualche vittoria. La fiera famelica della solitudine in qualche modo capitola.

Olivia-Virgilio mi ha accompagnato a New York, in una sua versione anni ’70 e ’80 piena di droghe, sesso promiscuo, botte e marginalità, topi e spazzatura, cinema porno e prostitute. Dentro una grande mela marcia e in fermento.
Mi ha mostrato artisti che sembrano quasi dei mostri, tormentati dal loro essere soli, dediti a tipologie di vita prive di struttura e a forme di arte piene di grazia e forza.
Ho provato un senso di disgusto all’inizio, Times Square, che all’epoca non aveva ancora subito il processo di gentrificazione, mi è parsa una Babele sordida. La mia visione comodamente provinciale delle cose ha sbattuto più volte contro lo schifo, il degrado, il marginale  e non è stato per niente piacevole leggere alcuni passaggi. Eppure, uscire dal perimetro ben arredato dei propri gusti è importante, consente discese agli inferi e approfondimenti perfino benefici, sicuramente istruttivi per lo sguardo e il pensiero.

Di Andy Warhol ho sempre pensato in termini fitzgeraldiani: feste alla Factory, eccentricità, lustrini, decadenza glamour newyorkese. Leggendo Città sola ho scoperto della sua infanzia difficile, dei suoi problemi di linguaggio e quindi di comunicazione, della sua pelle bianchissima e piena di chiazze itteriche, dei suoi pochi capelli color cenere e di tutti i complessi, le debolezze, le zone buie per niente pop, per niente comuni, dell’inventore della Pop Art, della Common Art.
Tutta quella ripetizione in serie, quelle serigrafie identiche di Coca-Cola, Mao, Marylin, Elvis di palettes diverse che non mi hanno mai trasmesso nulla di forte, nessuna emozione, ad un tratto mi è sembrato di capirle, ne ho scorto il senso profondo:

Per l’immigrato, per il ragazzino timido e consapevole di non riuscire a integrarsi, l’uniformità era quanto di più desiderabile; un antidoto al dolore causato dall’essere singolare, o all one (tutto solo), per usare la radice medievale da cui deriva la parola lonely. La diversità si presta alla sofferenza; la similarità protegge dalle sottili stilettate del rifiuto e dell’indifferenza.

L’uguale e il riproducibile come scudo alla sua vulnerabilità, così unica, così sola, così isolante. E mi dispiace non averlo capito prima.

Di Edward Hopper ho sempre amato la totale alienazione delle sue figure, un’alienazione composta, con un’umanità disumana che non lascia nemmeno un briciolo di speranza. Il suo celebre I nottambuli è forse l’opera più desolante che abbia mai visto, è fatta di vuoto, silenzio, deserto fra persone. Mi ha sempre spaventato.
Olivia Laing mi ha invitato a guardare i lavori di Hopper in maniera diversa, a cercare un senso di consolazione al suo interno, nella loro combinazione di separazione ed esposizione, nel loro voler dire che non si è soli nell’essere soli.

Il fotografo David Wojnarowicz (quello che metteva la faccia di Rimbaud come una maschera sopra la vera faccia dei soggetti fotografati) non sapevo nemmeno bene chi fosse ed è stata la sua storia quella che mi ha più fatto venire i brividi e annusare un senso insostenibile di perdizione, di marcescenza. Per tutta la vita David ha cercato di sfuggire all’isolamento facendosi guidare soprattutto dal sesso – omosessuale, occasionale, crudo – ma che lui chiamava “fare l’amore”, e dall’arte, un tipo di arte sperimentale, seminale. Il suo erotismo era estremo così come la sua creatività, come la sua vita, che non sembra nemmeno quella di un essere umano.

L’AIDS, di cui è morto Wojnarowicz insieme a innumerevoli altri, è stato il tema più difficile da leggere, il tipo di solitudine più spietata di tutte le solitudini narrate nel saggio; Olivia Laing ne parla a lungo, in un modo che fa male. Quello che veniva chiamato per ignoranza, per spietatezza, “il cancro dei gay” o “la peste dei gay”, è il cancro della solitudine che deriva dallo stigma sociale, ed è stato il dramma supremo di quegli anni. Se ci penso mi viene da piangere, mi fa male lo stomaco.

E poi Laing, prima di riportarmi verso la luce, mi ha condotto ai giorni nostri, nella prigione isolante e pseudogratificante della dipendenza da Internet che tutti conosciamo con minore o maggiore intensità, nell’alienazione e nell’incapacità di relazionarsi davvero agli altri, in quel mondo di pollici in su, stelline e cuoricini che creano rapporti sintetici, connessioni di superficie.

E bastava qualche like in meno o un incontro mancato per far riemergere la solitudine e la cupa sensazione di non essere capace di creare legami.

La sua storia di solitudine è quella più vicina a chi legge ed è anche quella che fa sentire più abbracciati, spaventati sì, ma con la sensazione che se ne possa uscire, che ci sono mille modi per usare bene la connessione perenne, la rete che ci unisce e ci allontana senza caderci dentro.

Alla fine di questo viaggio dantesco nero come la notte eppure fertile come certe menti creative qualche possibilità di distensione c’è, un balsamo finale che è un invito all’amor proprio, alla resilienza, all’opposizione. Perché ci sono molti modi per salvarsi e la creatività è uno di questi.

Chiudo questo post con le parole di Olivia Laing, sperando arrivino a chi ne ha bisogno in questo momento, a chi è solo, a chi lo è stato, a chi teme di poterlo diventare.

Non credo che la cura per la solitudine sia incontrare qualcuno, non necessariamente, Penso che servano due cose: imparare a fare amicizia con se stessi e capire che molte delle cose che sembrano affliggere solo noi in quanto individui sono in realtà il risultato di forze più grandi come lo stigma e l’esclusione, a cui ci si può, e ci si dovrebbe, opporre.
La solitudine è personale, ed è anche politica. La solitudine è collettiva; è una città.

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