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Isterica? No, Ida.

Lei, solo lei avrebbe d’ora in poi deciso della propria vita. […] Nessuno l’avrebbe più convinta di nulla, né il papà e neanche il dottore o qualunque altro potere. L’1.1.1901 avrebbe cominciato con un anno di ritardato il nuovo secolo. 1.1.1901, ripeté in tono solenne, Berggasse 19.

Quando ho aperto per la prima volta questo libro (che ho comprato appena è uscito in libreria come fosse un’esigenza) mi sono detta più o meno questo: «Sto per leggere la storia di Ida Bauer, la Dora di Freud che all’età di 18 anni interruppe la terapia e mandò il caro Sigmund a quel paese. Non vedo l’ora di saperne di più. Prevedo esaltanti dosi di femminismo».
Ero in preda a quel tipo di fervore che provo quando leggo storie di donne – scritte da donne – diverse e non allineate alle aspettative del loro genere di appartenenza.
Ho un gran bisogno di sentire storie alternative a quelle dei binari donna-moglie, donna-madre, donna-santa, di scoprire vissuti femminili irregolari.

È andata così:

ASPETTATIVE

Mi aspettavo Ida Bauer a 360 gradi, dentro e fuori, soprattutto dentro, nella sua psiche insubordinata.
Mi immaginavo scavi profondi dentro il famigerato percorso psicoanalitico di Dora e lunghe soste dentro lo studio di Freud nella Berggasse 19, dove l’aria era pregna del fumo del sigaro di lui e del fastidio di lei.
Mi pregustavo gesti, parole e pensieri da donna dissidente che anticipa il femminismo e fa traballare il patriarcato.
Mi aspettavo anche il punto di vista di Freud sul suo fallimento, la resa emotiva del suo capitolare, del suo esser principiante e perdente nel faccia a faccia con la “sua” Dora, del suo transfert negativo.
Volevo il caso clinico nei dettagli, il dottore e la paziente darsele di santa ragione in un ring interamente mentale, fatto di parole dense di senso, di conflitti psicosessuali.

REALTÀ

Il mio voyeurismo non è stato appagato. Non mi sono potuta sedere in un angolo a spiare cosa diceva Ida, cosa pensava della sua psiche Sigmund, come è arrivato alla diagnosi di isteria, come è arrivata lei a rifiutarla.

Ida è un’altra cosa. Non è la storia monotematica di Ida e Freud, o lo è solo in minima parte. Freud non è un personaggio centrale, di lui si dice e si mostra l’essenziale. Al periodo (meno di tre mesi) della terapia sono dedicate non più di un centinaio di pagine e qua e là sono inseriti stralci di Frammento di un’analisi d’isteria di Freud, il testo del caso clinico di Dora che è poi diventato un caso editoriale.

Ida non è una biografia, c’è molto di romanzato e proprio per questo c’è spazio, molto spazio, anche per altro, per tutto ciò che psicoanalisi e femminismo non è. Non direttamente almeno.

Ida, per volere della sua autrice Katharina Adler, pronipote di Ida Bauer, non è il ritratto di un’eroina che rifiutando l’etichetta di isterica ribaltò (simbolicamente) il divano patriarcale di Freud; non ci sono inni al suo femminismo inconsapevole, non è quello il cuore del romanzo. E non ci sono nemmeno prese di posizione contro Freud e la sua presunta misoginia (di cui tanto si lamentarono le femministe negli anni ’70).

Ida è più una saga familiare, uno spaccato episodico di storia del Novecento europeo, una fotografia di Vienna nell’Austria felix dei primi anni del secolo e poi di quella ferita e spogliata dalle due guerre.

Parla di una famiglia franante e complessa (che poi, quando si parla di famiglia l’accostamento con l’aggettivo “complessa” è implicito, ovvio. Se una famiglia non è complessa non è una famiglia e i suoi membri saranno con ogni probabilità alieni sotto mentite spoglie umane).

C’è un padre ricco imprenditore tessile, ebreo e laico, che decide per tutti, soprattutto per il suo “occhiolino” (così chiamava affettuosamente Ida) e che tradisce la moglie; c’è una madre casalinga infelice che si lamenta sempre e il cui massimo di estasi è andare alle terme a curarsi. E poi ci sono i due figli: Otto, impegnato in politica e futuro leader della Socialdemocrazia austriaca, e Ida, impegnata con i suoi malesseri psicosomatici, l’afonia, il mal di gola, la tosse a fasi alterne.

C’è l’ammirazione, che confina con l’invidia, di Ida verso il fratello. Lui, colto, militante, libero, destinato a grandi cose. In una parola uomo.
Lei, donna in un’epoca in cui la vita femminile era il susseguirsi di scelte altrui e imperativi patriarcali, creatura sensibile che perde la voce di fronte alla sua condizione, ai tradimenti del padre, alle mani lunghe di chi prova a sedurla e non dovrebbe, all’inconsistenza della madre, alla possibilità di esplorare la vita, perfino la guerra, che ha Otto e che lei non può avere.
La sua non è isteria, è dolorosa consapevolezza, è presa di coscienza che si fa sintomo e poi liberazione.

Ida avrebbe voluto frequentare corsi di scienze politiche e sociologia e non corsi di cucito, avrebbe voluto crearsi attraverso sé stessa e non attraverso gli altri.

Smettere di essere corpo, solo testa, pensò Ida. Uno spirito affinato i cui bisogni sarebbero stati soddisfatti solamente dall’arte… All’improvviso provò un senso di gioia, una fiducia che non aveva avvertito da molto tempo.

Ida è la storia del dolore interiore di una bambina, di una ragazza e di una donna e del suo farsi malanno esteriore misconosciuto; ed è la storia dello scontro tra la sua arrendevolezza e la sua voglia di prendere a calci le etichette e le direzioni imposte da uomini ciechi e donne sorde.
È il conflitto tra la sua epoca – ora in fermento ora in declino – e il suo anticiparne di future, epoche in cui le donne sono più libere e autodefinite, tra una Vienna di teatri, feste e Belle Époque  e una Vienna politica, minacciata e minacciosa (sono stata a Vienna per una settimana a fine settembre ed è stato bello ritrovarla così novecentesca nelle pagine del romanzo. È una città di un’eleganza incantevole).

È un percorso denso dall’infanzia all’età matura, dall’afonia all’urlo liberatorio (simbolico), dall’Europa agli Stati Uniti, dalla subalternità sociale all’emancipazione.

Forse, ripensandoci, è stato un bene che il romanzo non sia focalizzato sul “duello” Freud-Ida perché le poche pagine dedicate alle sedute di psicoanalisi sono snervanti per la paziente e anche per il lettore: Freud attacca, è ficcante, insinua ma è già certo (“O invece sì?” domandò in tono di sfida).

Freud colpisce nella debolezza e riconduce tutto ai suoi assiomi teorici psicosessuali. Il suo è un assedio, un analizzare in modo fin troppo funzionale alle sue certezze, un sistema fin troppo binario azione/significato inconscio. Tutto per lui sembra dover risalire a repressione sessuale e a libido inappagata e questa mi è sempre parsa una visione semplicistica.
Il cavo orale di Ida, il suo raschiarsi la gola, la sua tosse potevano davvero ricondursi al triplice desiderio represso per il padre, il signor K. e la signora K.? Non ho gli strumenti accademici per rispondere, ma sono scettica rispetto a questo tipo di corrispondenze.

Il dottore indicò il suo nuovo acquisto. Quel borsellino bilobato non era altro che la rappresentazione dell’organo genitale e il fatto che lei ci giocasse, aprendo e cacciandoci dentro le dita, costituiva una comunicazione inconfondibile, pantomimica di ciò che lei ben volentieri avrebbe fatto.

Forse Ida non mi ha fatto scoprire nulla del caso clinico di Dora, non più di quanto già sapevo, né del sistema nervoso isterico/non isterico della sua protagonista; forse non mi ha sedotto come sa sedurre un viaggio nella mente umana, nei suoi gangli più aggrovigliati, specie quelli che riguardano il sesso e la femminilità, ma mi ha lasciato uno spazio di riflessione vasto.

Perché le donne come Ida, sempre inquiete, sempre in lotta col disagio, con una borghesia composta che la ritiene troppo scomposta, riescono a farti pensare a te stessa e alle altre donne, a cosa è cambiato e a cosa è rimasto (e questo mi ha riportato ancora a quel libro prezioso che è Maternità di Sheila Heti).
Ma anche alla famiglia come luogo vincolante di creazione e distruzione, di sfide psicologiche e di formazione/deformazione permanente del sé.

Ida non è un capolavoro, lo stile di scrittura della Adler è molto “austriaco” (e con questo intendo poco interessato a smuovere sentimenti esagerati), ma leggerlo non può che far bene (e anche un po’ male) al cuore se si ha a cuore una tipologia di donna libertaria – o che si sforza con tutta sé stessa di esserlo – che si sveste dei panni da strega isterica e che ne indossa altri, più comodi per lei, più scomodi per gli altri. 

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