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Bagliori a San Pietroburgo (e l’Ermitage al cinema)

Tutto è letteratura in questa città, tutto è musica. Anzi, sono la letteratura, la musica, l’arte figurativa, il balletto, il teatro a sprigionare il bagliore che emana questa città.

Questa estate ho letto un libro che ho amato come si ama un viaggio importante o un dipinto impressionista ma che non ho più avuto modo di portare qui sul blog. Tuttavia, passata l’estate, è tornato lui da me: a fine ottobre ho visto al cinema un documentario meraviglioso, Ermitage – Il potere dell’arte, che è stato un viaggio in Russia e un rinnovamento dello sguardo verso la bellezza e che mi ha riportato alla memoria proprio il libro-viaggio di Jan Brokken.

Sono uscita dalla sala con la sensazione di avere qualcosa di dorato e sontuoso dentro la testa, una forma di felicità luminosa per tutta l’arte, la storia, la cultura russa che mi era stata raccontata e che mi ha avvolto come un cappotto di ottima fattura cucito a mano secoli prima.
A narrare, ma anche ad aggirarsi fisicamente nei luoghi del docufilm, dentro e fuori l’Ermitage, è Toni Servillo, altra fonte di seduzione fortissima per me, voce che incanta e che sembra andare a nozze con il suono dell’arte.

A partire dalle sale del noto museo (ma si può definire museo l’Ermitage? A me sembra più un universo, un pianeta) ne scopriamo la storia e le sorti ma veniamo portati anche fuori dal suo immenso perimetro, dentro una narrazione più vasta, tra zar e zarine (soprattutto Caterina II, fondatrice del museo, a cui, tra l’altro, è anche dedicata una miniserie HBO, in onda su Sky, che non mi sta piacendo), furori popolari e sconvolgimenti storici, ribellioni al regime zarista e poi a quello sovietico in nome della libertà, cantori e scrittori che hanno inciso il loro nome nella città di San Pietroburgo, splendori e dolori di una terra fiera che è anche un modo di essere.

Un po’ come accade nel libro di Jan Brokken (che è olandese ma conosce la Russia molto bene), che è una passeggiata in lungo e largo per le vie e per l’anima di San Pietroburgo.

La Russia mi affascina più o meno da quando ho capito che la letteratura russa è tra le cose che mi procurano più gioia di stare al mondo, da quando ho capito che finché avrei avuto un romanzo russo sul mio comodino l’esistenza mi sarebbe sembrata meno solitaria e imperscrutabile.
Ho letto tante pagine intrise di Russia e di animo russo, ho creduto spesso (erroneamente) di averne colto l’essenza, ho vissuto guerre, rotture o immobilismi attraverso i libri di autori russi, ma un viaggio reale a San Pietroburgo non l’ho mai (ancora?) fatto.
La letteratura in questi casi arriva là dove non arriva un biglietto aereo low cost e ci permette di viaggiare. Ma davvero davvero, non è un luogo comune da bibliofili polverosi, in questo caso più che mai.

Chi ho incontrato in questo viaggio organizzato per me da Jan Brokken nelle vecchia Leningrado e nell’odierna San Pietroburgo, tra le sue prospettive e i suoi monumenti architettonici e umani?

Una gran quantità di poeti, scrittori, musicisti che di questa città hanno fatto parte e che l’hanno resa così palpitante ma da cui sono stati spesso allontanati, controllati, dimenticati per poi essere di nuovo celebrati. Un gruppo di menti meravigliose, di intelletti fervidi e per questo pericolosi, di anime sensibili che scorrono ancora nella città come la Neva e che si respirano nel suo cielo immenso.

Sono stati soprattutto i letterati (ma va!) a incantarmi e a commuovere il mio cuore sensibile a tutto ciò che è stato scritto a caratteri cirillici.

– Anna Achmatova, poetessa dissidente e resiliente, il cui nome non veniva pronunciato in pubblico per evitare problemi con le autorità sovietiche, grande faro della cultura russa che non decise mai di emigrare ma di restare con il suo popolo. Donna elegante – così maestosa rispetto alla ruvida Russia comunista – che si comportava come un’aristocratica, che fumava con il bocchino d’avorio e che “citava poesie a ogni cucchiaino di zucchero che metteva nel tè”. Brokken osserva la statua eretta in suo onore proprio di fronte alla prigione di Krestij, dove Anna attese giorno e notte notizie del figlio arrestato dal regime:

Ma qui, dove stetti per trecento ore
E dove non mi aprirono il chiavistello.

Ma anche dipinti che la rappresentano (celebri quello di Modigliani o quello di Natan Al’tman, in copertina), tutti emblematici del suo fascino, del suo potere intellettuale, quasi spirituale.

Se penso che Boris Pasternak (moscovita e quindi agli antipodi rispetto all’essere così pietroburghese di lei) le fece tre proposte di matrimonio (!) e che lei rifiutò altrettante volte mi affascina ancora di più questa donna che era lei stessa poesia, lei stessa la città di San Pietroburgo. Ho deciso che leggerò altre sue poesie, che la cercherò ancora.

Dostoevskij ovviamente, che esordì con Povera gente ottenendo un successo insperato, forse perché fu il primo a scrivere dal punto di vista degli offesi e degli umiliati, a esprimere i loro sentimenti, la poesia tragica della loro squallida esistenza. Brokken ci fa vedere la casa in cui Dostoevskij traslocò grazie ai guadagni derivati da questo primo trionfo, lo stesso luogo in cui creò meraviglie come Le notti bianche.
La cosa pazzesca è che nella stessa via, la Malaja Morskaja, che non era nemmeno lunga come via, vivevano anche Turgenev e Gogol’. Praticamente un trionfo di creatività e fervore letterario nel giro di pochi metri.

È solo a San Pietroburgo che può succedere una cosa del genere.

E poi la casa al numero 5 di via Kyznecnij, oggi Museo Dostoevskij (quanto vorrei andarci ommioddio!), il luogo in cui visse fino alla morte, con la scrivania (nel libro c’è una foto) su cui scriveva, sempre di pomeriggio, di sera o di notte, a lume di candela. E ancora quelle in cui scrisse Delitto e castigo in tre numeri civici diversi della stessa via. Camminare per quella via vuol dire anche ripercorrere il tragitto che fa il suo Raskol’nikov dopo aver ucciso e dal vivo deve essere un’esperienza mistica.

Gogol’, che era un tipo così estroso e fuori dagli schemi,  che insegnava storia all’Università di San Pietroburgo ma non si presentava mai a lezione e che interrogava i suoi studenti con uno strano fazzoletto intorno alla testa, come se avesse mal di denti.
Mi immagino questo genio col dono innato dell’umorismo vagare per le vie della città con in testa i mondi dei suoi racconti, le visioni a metà tra reale e onirico, le suggestioni che solo luoghi-cuore della città come la Prospettiva Nevskij sanno suscitare. C’è tanta di quella magia nel connubio Gogol’-San Pietroburgo, si compenetrano così bene l’uno con l’altra che solo leggendo i racconti del primo si afferrano davvero i racconti della seconda.
Oggi la Prospettiva Nevskij è un viale in cui si trovano McDonald’s, Kentucky Fried Chicken e catene d’abbigliamento low cost; la magia si è persa nel tempo, la globalizzazione l’ha spogliata del suo incanto russo, ma le parole di Gogol’, quelle rimarranno per sempre a nostra disposizione, per il nostro bene.

Nabokov, che visse mezzo secolo in Occidente – come tanti altri intellettuali di orientamento liberale che erano fuggiti dalla Russia di Lenin e di Stalin e si erano stabiliti a Parigi o Berlino – ma che rimase sempre integralmente russo (anche se scriveva in inglese), con una moglie russa, amici russi e il cuore lasciato nella sua città, nella casa natale sulla Bol’šaja Morskaja.

Andarsene da San Pietroburgo per molti significava: non essere più a casa da nessuna parte.

Nina Berberova, che scrisse poesie e novelle su San Pietroburgo e biografie sugli esuli russi, che “fiutava la letteratura come altri la primavera”, che inviava cartoline in bianco e nero con immagini della città sulla Neva pur vivendo da decenni negli Stati Uniti, che fu amica di Nabokov quando visse a Berlino e che lo difese dalle accuse di pedofilia quando uscì Lolita (dicendo che sia nei Demoni che in Delitto e castigo Dostoevskij aveva scritto di un anziano che si innamora di una ragazzina e che quindi c’era poco da scandalizzarsi).

E ancora tante altre figure, note e meno note, che hanno donato bagliori alla loro città-mondo sul mar Baltico.

Mi ha commosso soprattutto un aspetto di tutta questa carrellata di narratori, poeti, artisti, musicisti sanpietroburghesi: il loro attaccamento radicale alla città anche a distanza, la loro malinconia fatta di assenza fisica e di presenza emotiva, il loro portare San Pietroburgo ovunque, in qualsiasi città, come un amuleto sottopelle, un’appartenenza atavica, una tragedia che è anche una benedizione, un’inquietudine necessaria alla creatività e l’intelletto.
Mi ha fatto pensare in qualche modo all’amore/dolore che ogni siciliano lontano dall’isola si porta dentro e che crea nodi in gola destinati a non sciogliersi mai.

Mi ha fatto riflettere sul passato colmo di lettere e arte di una città che fu luogo d’eccellenza della cultura europea e a cui nel presente mi capita di pensare di rado, come se esistesse solo in un’altra epoca, come se fosse solo e per sempre Storia.

Il calore che emana San Pietroburgo è il bagliore del passato.

Un calore che in qualche miracoloso modo arriva anche attraverso un libro o un film. Starci dentro, passeggiarci per davvero, deve essere un incantesimo luminescente, un ossimoro polare/solare.

La luce di San Pietroburgo è come quella di Amsterdam, è un riflesso infinito nell’acqua. Ma con una differenza: appena cade la neve, tutta la sporcizia scompare, svanisce tutto ciò che disturba, tutto ciò che è scialbo; ogni cosa acquista una delicatezza fiabesca – un manto di ermellino steso come una coperta sopra la città.

Ecco, vedendo il docufilm sull’Ermitage o leggendo il libro di Brokken questo senso di fiaba, questa luminosità fatta di acqua di fiume, di neve pesante e di personalità brillanti arrivano dentro al cuore, lo invitano a esplorare la bellezza, soprattutto quella che nasce dal dolore, quella che è legata al sacrificio e che, fra tutte le forme di bellezza, è la più fulgida.

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