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Madrigale senza suono

“In principio era il verme”, così inizia la prima parte di Madrigale senza suono (anche se il vero inizio è una lettera che scrive Igor’ Stravinskij, controparte novecentesca di questa storia) e se i vermi vi fanno ribrezzo non sarà facile affrontare questo romanzo che parla più alle viscere che all’intelletto, che affonda le sue unghie più nel carnale che nello spirituale.

Madrigale senza suono è un romanzo gotico ma voglio mettervi in guardia: non quel gotico elegante alla E. A. Poe o alla Bram Stoker, intinto nella poesia e nelle tenebre più romantiche. Non quel gotico che ben si legge quando è tempo di Halloween e che è fatto di atmosfere da sera nebbiosa d’autunno e un senso del macabro molto rarefatto.
E nemmeno un gotico introspettivo che lascia molto al non detto e preferisce evocare.
No. Quello di Madrigale senza suono è un gotico violento, nerissimo, truce, nauseante.
Non vi verrà risparmiato nulla che riguardi la putrefazione e la deformità, la violenza e la mostruosità.
Non ci saranno molte boccate d’aria, non ci saranno splendori e distensioni, non ci sarà nemmeno la musica, nemmeno un suono di speranza.
L’orrore sarà sempre presente, in forme sottili ma soprattutto in forme vistose.

Ogni parola, frase, periodo, capitolo di questo romanzo sembra promettere qualcosa di brutale e sembra possedere un carisma animalesco, emanare un sentore, quasi un fetore, ferino.

Il Male è la sua fonte di nutrimento e il suo filo conduttore. Un Male inflitto, una Male subito, un Male oscuro.

Al centro della storia c’è infatti un efferato delitto (e la descrizione fatta da Andrea Tarabbia è una delle cose più rabbiose e feroci che io abbia mai letto).

Carlo Gesualdo, principe di Venosa, vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento, fu uno dei più grandi madrigalisti della storia della musica, uno dei più grandi sperimentatori musicali, un audace esploratore del suono e delle parole musicate, uno che a partire da poche note e pochi suoni ha creato infiniti mondi.
Ma fu anche un uxoricida e omicida: con l’aiuto di suoi servitori uccise brutalmente la moglie, la bellissima Maria D’Avalos, e il suo amante Fabrizio Carafa. Il suo fu un delitto d’onore, una convenzione dell’epoca, un atto atroce.

Arte ed efferatezza, ispirazione e disperazione in una sola persona, dentro un’anima buia, artefice e vittima di tenebre destinate a durare tutta la vita.

Come può il male nutrire la creazione artistica? Come può chi ha massacrato consacrarsi alla musica, la più eterea della arti? Se Gesualdo non si fosse sporcato le mani di sangue si sarebbe spinto mai così oltre la tradizione musicale? Avrebbe creato madrigali così potenti?

Che lui abbia avuto bisogno di questa morte e di questo dolore e questa colpa, per diventare chi era? […] Come ha potuto costruire queste meravigliose, e piccole, cattedrali perfette di suoni?

Se lo chiede anche Igor’ Stravinskij, che tanto amò Gesualdo e che ne riscrisse alcuni madrigali.
(Nel romanzo Tarabbia immagina che sia proprio Stravinskij a trovare a Napoli, nel 1960, un libro forse apocrifo che narra la storia di Gesualdo, scritta dal suo servitore Gioachino, e noi lo leggiamo insieme a lui e leggiamo così anche di lui. Due vite lontane che in qualche modo si intrecciano, due voci dentro un madrigale letterario, senza suono).

Non è una di quelle domande a cui si può rispondere facilmente e una volta per tutte, ma quello che ho afferrato da questa lettura così carnale è che l’arte confina spesso con il dolore e da esso attinge.

Si può essere fieri del proprio dolore? Si può provare un compiacimento nella tragedia? […]
Maria, osservando il corpo di suo figlio straziato sulla croce, sentendolo morire invocando il Padre e vedendo il cielo oscurarsi, provò, secondo te, accanto alla disperazione, una piccola, oscena felicità? […]

La tematica, come avrete potuto capire, è di un certo peso, è violenza in vesti letterarie.
E ― non poteva essere altrimenti ― è calata dentro un’ambientazione da fiaba horror, da leggenda nera.

In Madrigale senza suono ci sono sotterranei umidi in cui si aggirano creature antropomorfe in catene. Ci sono streghe, le cosidette “janare”, che fanno cose orrende (a questo proposito mi è venuto spesso in mente Lo cunto de li cunti di Basile). Ci sono personaggi deformi (e deformanti) al confine tra realtà e illusione. Ci sono descrizioni di pratiche mediche che sembrano più rituali esoterici. Ci sono appetiti sessuali quasi disumani. C’è una religiosità tetra e mortifera. C’è una clausura che toglie il respiro.  C’è bruttezza in varie manifestazioni.

Ma, per tutto questo mondo che repelle e infastidisce, che gocciola sangue, deiezioni e altri umori umani, che sa di oscurantismo e di demonio si prova un’attrazione inconscia continua, qualcosa che spinge ad andare avanti (io l’ho fatto a piccole dosi e con lentezza, per non incupirmi, ma non sono mai riuscita a dire “basta, lo mollo”; volevo sapere, scoprire, sprofondare).
Anche la modalità narrativa scelta, l’espediente del manoscritto ritrovato (che fa venire subito in mente I Promessi sposi),  è seduttiva. Così come la lingua usata da Tarabbia nella parte del manoscritto, un italiano che non è filologicamente seicentesco ma nemmeno contemporaneo.

Ecco quindi i due poli del romanzo: disturbo e fascinazione.

Non so come concludere questa riflessione post lettura; non so se consigliarvi di leggerlo o no; nemmeno io so quale dei due poli abbia prevalso sull’altro.

Quello che posso dirvi è questo: Madrigale senza suono è un libro carico di sensualità, perché tira in ballo i sensi e molto meno la ragione, ed è un libro carico di passione, e quindi di sofferenza.

Se siete pronti a sentire e a soffrire leggetelo senza ulteriori indugi.
Altrimenti lasciate stare, non è musica per tutti.

(Piccola nota orripilante per veri amanti dell’orrido: c’è una scena in cui Gesualdo e suo zio don Giulio, durante una cena, lanciano zoccoli di cavallo stufati sulle pareti e poi, una volta frantumati, ne mangiano il midollo. È stata una delle cose più disgustose e grottesche che abbia mai letto).

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