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Maternità

Maternità è uno dei libri più spaventosi e liberatori che abbia mai letto.
Mi ha fatto paura perché mi ha tirato in ballo nuda come un verme e senza mezze misure dentro il sommo dubbio amletico femminile.
Mi ha liberato perché mi ha detto cose preziose e coraggiose che nessuno ti dice mai, abituata come sei a farti legare i polsi e giudicare l’utero dalla aspettative sociali e patriarcali.
Ha toccato delle corde sensibilissime della mia anima e perfino del mio corpo, facendole vibrare per tutto il tempo in cui l’ho letto (poco, a dire il vero, perché l’ho divorato, ma anche dopo e adesso che ne scrivo).
Mi ha messo di fronte a paure enormi, buchi neri di pro e contro, eterni ritorni di questioni pesantissime, domande grandi come l’universo, risposte microscopiche e sfuggenti che bisognava ingrandire per poi rimetterle nella giusta prospettiva.
Mi ha fatto a brandelli e ricostruita più forte di prima.
Mi ha fatto sentire compresa in un modo che mi ha commossa: leggevo le parole piene di fragilità e di onestà di Sheila Heti e mi dicevo che a volte certi libri sembrano conoscerti più di quanto tu non conosca te stessa.
Certi libri rispondono a delle chiamate inconsce e distendono grovigli privati come fossero benedizioni laiche.

Non sto dichiarando che dopo averlo letto io abbia deciso se avere o meno un figlio e che le mie idee multidirezionali si siano fatte a un tratto univoche, ma che ho imparato a volere un po’ più bene a una parte di me che si sentiva giudicata da me stessa e dagli altri, come fosse in difetto, in uno stato di colpa atavica e di diserzione.
Leggere Maternità è stato un dono di autoindulgenza.
E ne avevo un bisogno immenso.

Se prima di leggerlo trattenevo il fiato sulla questione “figli” cercando di non respirarne la portata schiacciante, dopo averlo letto mi sembra di essere tornata a espirare, ad avere il fiato meno corto. E sono felicissima di averlo letto. È come se avessi espulso qualcosa di fastidioso, come se avessi partorito una serenità.

Perché? Cos’è questo libro? Qual è il suo potere?

Maternità è un saggio autobiografico schietto, autentico, privo di edulcoranti e altre gentilezze ipocrite. Parla in maniera diretta e carnale. Insinua dubbi, si impiglia in domande determinanti per ogni donna ma non offre certezze, perché non ce ne sono e mai ce ne saranno. Ognuno ha, o non ha, le sue.
Offre però una possibilità di distensione dopo il tormento.

La domanda suprema per ogni donna ― voglio o non voglio un figlio? ― viene fatta, rifatta, cercata, sfidata, persino simbolizzata attraverso il ricorso costante alle tre monete dell’I Ching (anche se l’uso che ne fa Sheila Heti è solo ispirato all’I Ching  e non corrispondente al vero I Ching), come un testa o croce sull’imponderabile, come una divinazione fai-da-te in qualche modo grottesca ma illuminante.
Da quella domanda ne nascono altre mille e Sheila Heti, più che rispondere, prova a non averne paura, a esorcizzare la mostruosità del dibattito interiore.

C’è qualcosa di minaccioso in una donna che non è impegnata coi figli. Una donna del genere dà un senso di instabilità. Cos’altro si metterà a fare? Che razza di guai combinerà?

Maternità è il tentativo ― bellissimo, spaventato, spaventoso ― di trovare una posizione stabile di fronte alla destabilizzazione del non sapere, del non arrivare mai a una conclusione univoca e ferma.
È il desiderio di partorire una tregua, meglio ancora una pace, rispetto a un argomento bellico.
È il tentativo, bagnato da molte lacrime e lungo almeno tre anni, di trovare un equilibrio tra le spinte mentali e quelle uterine, tra quelle creative e quelle procreative.

È in qualche modo esoterico perché si guarda molto dentro e riguarda qualcosa di segreto e interiore, talmente personale da essere spirituale. Heti cita spesso episodi biblici, sogni e incubi e li interpreta in un modo tutto suo, molto simbolico e fantasioso. Anche la cartomanzia rientra nelle sue non comuni ricerche di senso.

È occasione per riflettere sul rapporto con la madre e per provare a trasformare la sua tristezza in oro.

Questo sarà un libro fatto apposta per impedire lacrime future: per impedire a me e mia madre di piangere.

È una riflessione sulla scrittura come forme di maternità artistica non meno totalizzante e come atto non meno potente. Sul trovare il proprio valore in un luogo che non sia per forza la maternità. Scrivere, fare arte è una procreazione, un essere madri, un prendersi cura e la pienezza personale deve poter derivare anche da questo.

È un’analisi non ortodossa sulla sindrome premestruale, sul sanguinare, sull’ovulare e sul rapporto con l’instabilità temporale che queste fasi generano.

Cosa pensare dei due volti di Dio, il Dio in Ovulazione del Nuovo Testamento, tollerante e pieno d’amore, e il Dio Premestruale del Vecchio Testamento, vendicativo e rabbioso? Come conciliarli entrambi all’interno del mio corpo?

È una concreta possibilità di sentirsi meno sole (soprattutto se, come me, siete circondate da eserciti di sorelle, amiche, conoscenti tutte con figli) in quella che di fatto è una forma di solitudine, una condizione minoritaria rispetto alla maggioranza che ha messo su famiglia. Ed è anche la possibilità di sentirsi libere di disattendere gli imperativi del mondo.

Avere figli è una cosa carina. Che grande vittoria essere non carina. La cosa più carina da dare al mondo è un figlio. Ma io voglio mai essere così carina?

Le donne che, come me, hanno tra i trenta e i quarant’anni e non hanno (ancora?) figli, vengono sempre usate come bersaglio facile dalla società, specialmente da quella femminile; tutte le freccette che la gente non sa dove conficcare le tira addosso all’anima delle nullipare come fosse normale e perfino divertente farlo, come uno scherzoso incitare.
“E quando lo devi fare un figlio?”, “Guarda che l’orologio biologico corre”, “Se non lo fai ora poi te ne penti”, “Sarai una madre vecchia se lo fai troppo in là” e così via, sempre con tono giudicante e senza richiesta di permesso di entrata in un territorio blindato.

Per me è spesso un massacro, un non sapere come difendermi, se riderne o farne un dolore, se continuare a impietrirmi di fronte alla facilità spaventosa con cui ci si conficca nel privato e nell’utero altrui, o se imparare ad ammorbidirmi i nervi a ogni nuovo assalto e a lasciare che la tracotanza dell’aspettativa sociale vada a farsi fottere.

La sensazione di non volere figli è la sensazione di non voler essere l’idea che qualcun altro ha di me.

Solo io ho il diritto di pormi queste domande, di sfidarmi e provocarmi come fa Sheila Heti, solo io ho libertà di opinione sui miei programmi riproduttivi, e solo io posso deliberatamente mettermi ansia rispetto a qualcosa che non ho ancora fatto e forse non vorrò fare mai.
Nessuno può lanciare le monete per me o mettersi in mezzo alle mie oscillazioni amletiche (che sono identiche a quelle di Sheila Heti e ciò mi commuove). Nessuno.

E infatti mi interrogo spesso (ultimamente anche troppo spesso) in totale autocrazia e provo a sentirmi, ad analizzarmi senza influenze esterne.
Ho capito alcune cose (e trovarle nel libro di Sheila Heti ha accresciuto la mia consapevolezza): la maternità mi spaventa perché è un atto definitivo, nel senso (etimologico) che delimita, confina in uno spazio, ma soprattutto nel senso che definisce. La definizione è qualcosa di fisso e marmoreo, e io non riesco a definirmi, non voglio definirmi.
L’ irreversibilità della maternità è un mostro per me. Se formulo la frase “sono madre” mi sembra che il “sono” scompaia e resti solo, in tutta la sua pregnanza, la parola “madre”.

Ho capito che devo ancora generare me stessa e darmi vita e dare vita a qualcosa che non è biologico ma che ha a che fare con la mia realizzazione, la mia compiutezza.

Ho capito che più del pentimento se non lo faccio, mi spaventa il pentimento se lo faccio.

Ho capito che avere figli “risponde all’impulso di non dare nulla a se stesse” e che io non voglio essere avara con me stessa né ridurre le mie fette di spazio e di tempo in nome della procreazione.

Ho capito che riesco a essere ancora ironica sull’argomento e che non ho perso stima in me stessa o fierezza rispetto al mio genere di appartenenza solo perché non ho figli. Questa è una cosa importantissima e leggendo Maternità si è rafforzata, perché ho sentito una forte sorellanza e una dichiarazione di perfetta parità tra l’essere e il non essere madri. Non è una gara in cui se non fai figli hai perso e se li hai fatti sei in vantaggio. Non è, non deve essere, un antagonismo tra donne incompiute e donne compiute, troppo spesso non ce ne rendiamo conto.

Ma la donna senza figli non sta dicendo che nessuna donna dovrebbe avere figli, o che tu ― donna col passeggino ― hai fatto la scelta sbagliata. La decisione che ha maturato per la sua vita non è una presa di posizione rispetto alla tua.

Maternità dovrebbero leggerlo tutti, donne e uomini, con figli o senza, con voglia di averne o senza.

Ora mi fermo. Ho già tolto fin troppo spazio al libro parlando di me e io non riesco a scrivere come fa Sheila Heti, mi sembra di non avere il lessico adatto per un argomento simile, il più enorme e il più intimo.
Ci ho provato ed è stato uno dei post più difficili da scrivere.
Uno degli entusiasmi letterari più difficili da rendere.

Prendete una matita (io l’ho sottolineato senza ritegno e in uno stato di esaltazione) e LEGGETELO. Questo sì che è un imperativo sensato!

 

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