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Possiamo salvare il mondo, prima di cena (?)

Dopo aver finito di leggere Possiamo salvare il mondo, prima di cena mi sono sentita come la mela-mondo in copertina: morsa, non integra, addentata da qualcosa che è arrivato fino al torsolo della mia visione delle cose.
Mangiata dalla presa di coscienza sul mio modo di mangiare, che è anche un divorare la salute del clima e quindi la nostra e quella dei posteri.

Sono (= mi ritengo) parecchio sensibile rispetto alla questione climatica, eppure quando faccio la spesa e metto in tavola ciò che ho comprato il clima è un’astrazione ben lontana dai miei pensieri, quella del clima non è una storia a cui penso.

Oltre a non essere una storia facile da raccontare, la crisi del pianeta non si è dimostrata una buona storia. Non solo non riesce a convertirci, non riesce neppure a interessarci.

“Il clima siamo noi”, dice il sottotitolo del libro, ma percepirsi come clima e quindi soffrire in prima persona, da dentro e nel cuore, per la crisi climatica è forse la cosa più difficile al mondo, un’idiosincrasia all’apparenza irrisolvibile alla cui base c’è una lontananza, un sentirsi altrove anni luce rispetto alla pericolosità del problema.
L’identificazione, anzi la corrispondenza totale, è quasi impossibile, perché noi siamo esseri umani corporei e visibili a occhio nudo e sebbene abbiamo a cuore (non tutti) il clima, noi non ci sentiamo il clima, non lo siamo.
Eppure lo siamo davvero. Bisogna metterselo bene in testa. Bisogna imparare a crederci.

L’impressione è che sia sostanzialmente impossibile spostare la catastrofe dalla nostra contemplazione laggiù per farla entrare nei nostri cuori quaggiù. Per usare le parole dello scrittore Amitav Ghosh nel libro La grande cecità: «La crisi climatica [è] anche una crisi della cultura, e pertanto dell’immaginazione». Io la definirei una crisi della capacità di credere.

Per Safran Foer ci manca la capacità emotiva per crederci, una storia che ci coinvolga a tal punto da farci sbattere la testa proprio contro quel clima generico e non tangibile, che percepiamo sempre altrove, in epoche che non ci riguardano, in parti della terra che non hanno a che fare con noi adesso.

Quello di Safran Foer è il tentativo, bellissimo, di spogliare l’emergenza climatica dalle tipologie argomentative classiche, di farla scendere dalle tribune del dibattito politico internazionale e di calarla in mezzo ai nostri sentimenti, di farne narrazione anche biografica, intimista, a tratti poetica.

Non avevo mai pensato alla questione in questi termini, dalla prospettiva indulgente, fragile e umana di Safran Foer, e adesso, come dopo un’illuminazione (ogni cosa è davvero illuminata quando scrive lui), mi rendo conto di quanto sia vera questa argomentazione, di quanto io sia (e credo noi tutti, salvo rare eccezioni come Greta Thunberg) apatica e poco empatica verso il clima e le sue grida di aiuto, di quanto il non essere in grado di crederci davvero non sia poi tanto diverso dal negare i cambiamenti climatici.

Il problema della crisi del pianeta è che si scontra con una serie di pregiudizi cognitivi innati correlati all’apatia.
[…] La verità è tanto ovvia quanto cruda: non ce ne importa nulla.

Dunque, cosa dobbiamo fare per far sì che ci importi davvero qualcosa?
Cambiare le nostre abitudini alimentari. Avere un’alimentazione a prevalenza vegetale. Niente prodotti di origine animale prima di cena.

Perché?
Perché il bestiame è la fonte principale delle emissioni di metano e protossido di azoto e perché l’allevamento è la causa principale della deforestazione. Quindi il bestiame è una delle cause principali dei cambiamenti climatici.

Ora, non so dire se questa storia e questo invito avranno un impatto determinante nella mia percezione del problema climatico, ma so che dopo aver letto il libro una parte di me si è ammorbidita rispetto alla questione, ha fatto appello per la prima volta alla commozione e non solo a una rabbia ideologica vaga e immobile.

Quello che ho capito: prima di indignarmi pensando a Trump, a Bolsonaro, alle multinazionali, alla deforestazione, prima di pensare su larga scala e di riempirmi la bocca di frasi fatte dai toni apocalittici e militanti, dovrei avvicinare la questione a me, al mio micromondo, al mio modo di vivere (e sopratutto di mangiare).

Se pensiamo al problema solo in senso vasto e speculativo, come quando parliamo di una guerra gravissima che non ci riguarda, di un’emergenza dall’altra parte del globo, rischiamo di allontanarcene, di vederlo come una macroquestione da telegiornale, un argomento scottante su cui informarsi, che ci fa sì preoccupare ma non in modo davvero partecipe.

Io non vorrei essere più così calma, vorrei tremare di paura per i rischi che stiamo correndo, vorrei sentirli vicini e fare subito qualcosa: smettere di mangiare prodotti animali prima di ogni cosa.

Secondo la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, se le mucche fossero un paese, sarebbero terze in classifica per emissioni di gas serra dopo la Cina e gli Stati Uniti.

Non mangio carne rossa da decenni, ma solo per una questione di gusto personale; mi nutro all’80% di verdure (e no, non le trovo tristi, le amo). Insomma, sono sulla buona strada rispetto a un americano medio superconsumista, ma continuo a mangiare pollame, uova e (pochi) latticini. Di tanto in tanto mangio insaccati perché mi danno piacere.
Se avessi davvero la percezione del danno che sto facendo, diventerei vegana in un attimo. Ma devo ancora lavorare sul senso di lontananza e sull’illusorietà dell’altrove e del poi climatico.
Forse non cambierò al 100% la mia dieta e non salverò il mondo prima di cena, ma sicuramente ridurrò il consumo di qualcosa, analizzerò di più i miei pasti, le mie responsabilità, anche le più piccole.
Di certo combatterò contro la seduzione dell’indifferenza.

Tutti entro poche ore mangeremo e potremo contribuire immediatamente all’inversione del cambiamento climatico.

Safran Foer è vicino a noi mentre ci racconta, in modo intimo, tenero, privo di rabbia preconfezionata, le sue perplessità, le sue debolezze, le sue autoanalisi rispetto alla questione. Mentre interroga la sua anima e la sua anima gli risponde senza fornirgli approdi sicuri, mentre ricorda la nonna sfuggita alla Shoah, mentre si rivolge ai suoi figli, mentre inventa scenari distopici futuri, mentre cita episodi biblici, curiosità scientifiche e aneddoti vari, lo scrittore di fama mondiale diventa un uomo fragile di fronte a una situazione grave ma in qualche modo inafferrabile, mai pienamente prossima.

Ho amato molto questa modalità confidenziale di saggio, questo scandagliare una questione globale calandola nel privato, nella dimensione domestica, nel dolore (le parole per sua nonna sono bellissime; ho perso mia nonna da pochi giorni e leggere certi pensieri mi ha consolato), nella paura per il futuro dei propri figli
Ho amato il taglio profondamente umano e dialogico di questo libro: Safran Foer dialoga con se stesso e con noi senza perorazioni, pieno anche lui di dubbi e di tentennamenti della speranza.
Il titolo del libro più che un’affermazione è una domanda: possiamo salvare il mondo prima di cena?
Provare a rispondere, secondo me, è già un modo di mettere in atto la salvezza.

Lo ripeto, non so come e quando agirò dopo la lettura di questo libro e a cosa proverò a rinunciare ma, questo è certo, qualcosa dentro di me ha iniziato a far ragionare me stessa.
Se prima ero una mela intera, ora sono una mela addentata.
E lo so che inciderò in maniera infinitesimale sul pianeta, che non sono nulla di fronte al capitalismo, all’allevamento industriale, alla plastica, ai combustibili fossili e ad altri sistemi impossibili da smantellare, ma se io faccio qualcosa e se siamo in milioni a fare qualcosa, un cambiamento ci sarà di sicuro.
Basta basta basta con i “ma tanto non cambia niente!”.
Dobbiamo fare una ola tutti insieme.

Sarà anche un mito neoliberista attribuire alle decisioni individuali il potere supremo, ma non attribuire alle decisioni individuali alcun potere è un mito disfattista.

(PS: I vegetali, specialmente quelli coltivati in modo ecosostenibile e baciati dal sole, sono buonissimi, vivaci, versatili. Il minestrone, tanto bullizzato, è delizioso e scalda molto di più di una bistecca ai ferri. Le vellutate di verdura sono velluto per il palato. Un broccolo è più bello di un pezzo di carne sanguinolenta. L’arancio fluo di una carota è più allegro del grigiastro di una fettina di carne in padella, e potrei andare avanti all’infinito…).

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