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Racconti di mare e tempesta

Il mare è luogo eletto della narrazione come pochi altri, è un contenitore letterario naturale, un generatore perfetto di metafore, allegorie, mitologie; la sua superficie e i suoi abissi raccontano sempre qualcosa, specialmente a chi ha familiarità con la sua eco sconfinata, con la sua biologia non solo balneare.
(Oggi fa venire in mente anche storie tristi di perdita dell’umanità e di chiusura, di vite disperate e di una dignità che non sempre resta a galla, ma il mare non ha colpe in tutto questo).

A me basta poco per visualizzare una storia, anche una minuscola, che riguarda il mare: tengo in mano una conchiglia, scorro le dita sulla superficie ruvida di un osso di seppia, mi ritrovo un’alga attorcigliata al polso come un bracciale, osservo una barca a vela lontana e una nave ancora più lontana all’orizzonte, alzo gli occhi verso un gabbiano planante, prendo un mucchietto di sabbia in mano e ne sento la granulosità…
Potrei andare avanti all’infinito e ognuna delle cose microscopiche che faccio, vedo e tocco al mare ha qualcosa da raccontarmi, un pensiero da suscitarmi, un modo per consolarmi (o immalinconirmi).

È per questo che tra fine agosto e inizio settembre mi sono regalata Racconti di mare e tempesta, raccolta edita da Einaudi per la collana ET Biblioteca, con copertina blu/azzurra in tinta con il contenuto e la promessa di nuotate dentro visioni marinaresche di grandi autori inglesi, francesi, italiani.
Volevo che a narrarmi il mare stavolta fossero gli scrittori e che la mia piccola fantasia mediterranea si confrontasse con la loro, di certo più vasta, più oceanica (eccezion fatta per gli italiani).

A ciò va aggiunta la mia nostalgia periodica di Moby Dick e del viaggio in mare e in me stessa che mi sono fatta leggendolo. Il capitano Achab torna spesso nei miei pensieri e quando viene a trovarmi mi do alla “parte acquea del mondo” come Ismaele, anche per mezzo dei libri.

Così mi sono imbarcata e vi racconto in breve com’è andata la navigazione.

Essendo una raccolta multiforme per stile, tipologia, provenienza e prospettiva sul mare è chiaro che non tutti i racconti (sono 21) mi sono piaciuti allo stesso modo: devo però dichiarare che, salvo alcune eccezioni di arenamento o di bonaccia noiosetta, li ho trovati nel complesso molto belli e potenti, evocativi e impregnati di meravigliosa salinità, di moto ondoso, di vento e di tempesta.
Di quel titanismo che la terraferma non ha.
Li ho trovati sferzanti come il mare quando è agitato, attraversati da un’energia spaventosa che richiama la leggenda, la fiaba, il poema omerico, la mitologia, ma anche l’eterna realtà non pacifica delle distese marine.

Poiché il mare è proteiforme e riesce a dar vita a tanti scenari narrativi quante sono le sue correnti, orizzontali e verticali, calde e fredde, la raccolta è divisa in 5 sezioni: 1) Vite di mare; 2) Bucanieri, pirati e ribelli; 3) Da un porto all’altro; 4) Di tempeste e naufragi; 5) Creature degli abissi.
Difficile scegliere quella più coinvolgente, perché in ognuna c’è almeno un racconto che ti porta al largo e ti espone allo spettacolo di vita e di morte del mare, al suo offrire nient’altro che se stesso a chi lo attraversa e alla sua prepotenza, anche solo psicologica.

Vi dico subito quali sono stati i miei tre racconti preferiti e perché.

Il più amato Traversata tempestosa di Francis Scott Fitzgerald, perché è una storia di mal d’amore e di mal di mare e perché ci sono tutti gli elementi delle dorate e malinconiche atmosfere fitzgeraldiane ― la coppia in crisi, le feste e le cene, l’eleganza e l’alcol―  ma trasferite su un transatlantico nell’oceano, in una situazione di pericolo. Il rischio di rottura va di pari passo a quello della catastrofe in mare; la passione e il tradimento di un mare prima calmo e poi violento sono gli stessi moti che vivono i protagonisti e che fanno perdere l’equilibrio. Il tocco triste e raffinato di Fitzgerald lo si riconosce anche fra i cavalloni e c’è anche qualcosa di Titanic.

Spingendo lo sguardo nella notte, Eva capì che non rimaneva loro alcuna possibilità di scampo, a meno che non avesse espiato, propiziandosi la tempesta. Quel che le veniva chiesto era l’amore di Adrian. Con decisione si tolse la collana di perle, se la portò alle labbra ― poiché sapeva che con essa se ne andava la parte più spontanea e più bella della sua vita ― e la gettò nell’imperversare della bufera.

Segue, in ordine di gradimento, Il faro di Dhoriol di Emilio Salgari, perché ha dentro tutta la seduzione simbolica dei fari, così belli, così soli, e dei guardiani dei fari, esiliati fra le maree, sentinelle funestate dagli oceani.
Le atmosfere di questo racconto sono notturne, tempestose, ammantate di leggenda. Il faro del titolo, sulle coste del Portogallo, di una robustezza eccezionale, lotta contro la furia delle onde e del destino e con lui il suo nobile guardiano. Un racconto impetuoso di resistenza.

Era una notte orribile. L’Oceano Atlantico, tutto nero, muggiva spaventosamente e sui suoi cavalloni non si scorgeva alcun punto luminoso che indicasse la presenza di qualche nave.
Onde immense balzavano sulla scogliera e salivano fino alle finestre dell’alloggio, avventando nembi di spuma fino sulla cupola della lanterna.

Al terzo posto, Manoscritto trovato in una bottiglia di Edgar Allan Poe, perché è in pieno stile Poe, gotico e notturno, visionario e inesorabile. C’è una nave spaventosa, “impregnata dello spirito dell’Arcaico”, che attraversa l’uragano a vele spiegate nelle tenebre, verso il nulla abissale del Polo Sud e c’è il terrore atavico, che assomiglia a una seduzione, di chi, come la voce narrante, non crede ai propri occhi e vede appressarsi la fine, uno sprofondare anche dell’anima.
Quando Poe scrive “il racconto incredibile che mi accingo a narrare…” scatta qualcosa dentro, un brivido attraversa la pelle e ogni forma di luce solare sembra venir meno. Il buio è palpabile anche in questo racconto ed è qualcosa di filosofico, una condizione interiore.

Certo è nostra dannazione ininterrottamente vagare sull’orlo dell’Eternità, senza mai precipitare nell’abisso della fine.

Tutti gli altri racconti fuori da questo piccolo podio personale sono comunque ottimi modi di ascoltare le parole del mare, il suo lessico ora mansueto ora rabbioso, il suo eterno movimento narrativo.
Che sia il racconto di un viaggio, di un ammutinamento o di una manifestazione sovrannaturale, il mare di questa raccolta non lascia all’asciutto chi legge.

Eccezione: ho trovato repellente (se lo leggete capirete perché, soprattutto se siete facilmente impressionabili) il racconto di Gabriele D’Annunzio; è stato il suo Il cerusico di mare il mio kraken personale all’interno di questa raccolta, mi ha inorridita.

Ho trovato un po’ meno affascinanti (ma comunque piacevoli da leggere) i racconti sui bucanieri, i pirati e gli uomini di mare, forse perché il mio modello supremo è ― ne parlavo prima ― Moby Dick e tutte le altre ciurme mi sembrano pallide e senza anima rispetto all’equipaggio del Pequod.

Giungo alla riva di questo post di mare e di tempeste consigliando questa raccolta a:
– chi ama il mare come forza suprema della natura (e non come luogo di ombrelloni e lettini a pagamento);
– chi crede in Poseidone;
– chi ama nuotare, perché lo farà anche leggendo;
– chi ha paura di nuotare, perché leggendo sarà costretto a farlo;
– chi dialoga con il mare, ma tace di fronte alle sue sfuriate;
– chi ha amato Moby Dick e la letteratura di mare;
– chi ha amato film come Pirati dei Caraibi;
– chi ha attraverso tempeste e non si è distrutto come un faro progettato male;
– chi continua a credere in storie di mare diverse da quelle attuali.

 

 

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