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Le mie vacanze con Il conte di Montecristo (o del fascino irresistibile del romanzo d’appendice)

Questa estate, tra fine luglio e metà agosto, ho deciso di trascorrere del tempo vacanziero con Dumas padre e di farmi narrare una storia dalla lunghezza omerica (1214 pagine, più 23 di note) come fosse un rapimento senza alcuna urgenza e necessità di riscatto.
Il conte di Montecristo è stata la mia immersione da sub e la mia maschera per guardare da vicino fondali letterari di cui avevo solo sentito parlare.

Vi dico qualcosa di questa esperienza.

Parto col dire questo (ma arrivate fino alla fine del post per capire com’è e cos’è davvero quest’opera): Il conte di Montecristo è un romanzone pop che più pop ci sono solo le telenovelas latinoamericane delle nostre nonne, un feuilleton scritto nemmeno tanto bene (Dumas, si sa, non era uno scrittore troppo accurato),  di qualità letteraria non alta e di profondità non proprio abissali.

È un’opera ridondante, che, come dice Umberto Eco nel saggio Elogio del Montecristo (contenuto in Sugli specchi e altri saggi) «scappa da tutte le parti» come fosse un corpo troppo appesantito e dai tessuti straripanti
È, per citare ancora Eco, un romanzo «meccanico e goffo nel disegnare i sentimenti» e, aggiungo io, non manca di luoghi comuni e stereotipizzazioni macchiettistiche del genere umano, compreso il protagonista.

È un romanzo d’appendice e come tale usciva a puntate settimanali, con alto rischio di ripetizione; Dumas veniva pagato a numero di pagine (e che non lo allunghi il brodo in tal caso?) e sapeva bene ciò che il pubblico si aspettava da lui; è al popolo che Il conte di Montecristo è dedicato e in questo senso è un romanzo al 100% popolare e demagogico.

Dumas non è Balzac, non è Stendhal, non è Hugo, non ha la loro intensità filosofica, storica e sociale. È più un Fielding francese e ottocentesco (ma Il conte di Montecristo è moooolto più bello e romantico di Tom Jones), che crea letteratura di superficie e di sentimenti basici.

Non stimola il pensiero riflessivo ma eccita lo spirito avventuriero che è in noi, non l’intellettuale occhialuto e il filosofo introspettivo ma il capitano Achab e il Sandokan che sonnecchiano in noi. E anche qualcuno di più cattivo e subdolo, un personaggio di Lord Byron per esempio, o un conte Dracula pallido e insospettabile.

Sono perfettamente d’accordo con Eco (ancora!) quando afferma:

Il conte di Montecristo è senz’altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e d’altra parte è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature.

Ora, assodato che non è alta letteratura e che il suo spessore è più cartaceo e materico che psicologico e letterario, bisogna però affermare una cosa: che è uno dei meccanismi più funzionanti e fagocitanti della storia della letteratura mondiale, un’inesorabile macchina dell’intrattenimento totale, un incantesimo di cattura ininterrotta dell’attenzione.

Dopo ogni seduta di lettura (perlopiù in spiaggia) mi ritrovavo a chiedermi: «Come e quando ho letto tutte queste pagine? Sono stata davvero io a farlo? Sono davvero già così avanti nella lettura?», questo perché Il conte di Montecristo più che un romanzo è un vento e le pagine volano come sospinte dalla sua energia, senza incontrare alcun attrito o paravento distraente.

Avvince, affabula, attrae senza soluzione di continuità (Gramsci afferma che è «il più “oppiaceo” dei romanzi popolari»).
È fatto di materiale avventuroso che eccita la curiosità e dà fremiti e fitte di necessità di scoperta.
È la perfetta seduzione dell’intrattenimento, dell’intreccio che avviluppa. Intreccio da intendere in senso aristotelico (ho dato una rilettura a parti della Poetica dopo aver finito il romanzo perché un intreccio così io non l’avevo mai incontrato prima, ero allibita), come anima del testo, come qualcosa di più importante della psicologia dei personaggi e dello stile di scrittura
Aristotele (Poetica, 1450 b 32-33) dice:

Le trame ben composte non devono cominciare né finire come capita […].

E ne Il conte di Montecristo c’è una perfetta simmetria fra eventi iniziali e eventi finali; ogni azione, manifesta o sottintesa, è coerente, motivata, finalizzata alla vendetta finale e nella dilatazione immensa delle più di mille pagine nulla è abbandonato al caso, tutto torna. E so’ cazzi amari per i quattro stronzi che hanno tradito Edmond all’inizio della storia. Perché, stando alle Sacre Scritture, “le colpe dei padri ricadranno sui figli fino alla terza e quarta generazione” e anche se ci vorranno anni, e infinite pagine, alla fine si tornerà all’inizio.

E poi ci sono tutte le caratteristiche e i topoi della trama aristotelica: il personaggio colpito da sventura, le peripezie, il colpo di scena, il riconoscimento, la sciagura, la catarsi conclusiva.

Insomma, se la qualità letteraria è grossolana, l’ingranaggio è ingegneristico, l’effetto domino inesorabile.

Il talento di Dumas è questo e sfido scrittori più raffinati di lui a mettere su un intreccio del genere senza strozzarsi con il loro stesso filo narrativo.

Dicevo che intrattiene in modo fortissimo. In Curarsi con i libri – Rimedi letterari per ogni malanno (Sellerio, 2013) Il conte di Montecristo viene inserito tra i dieci migliori romanzi di evasione:

Quando avete bisogno di scordare la pena che avete nella testa, nel cuore o nel corpo […]. Quando volete sganciarvi dalla routine quotidiana svignatevela con uno di questi».

Tra cui Il conte, appunto.

Ma perché?

Perché contiene delle tematiche universalmente attraenti per l’uomo: il tradimento, la resilienza, l’evasione dalla prigionia, la rinascita e la reinvenzione di sé e, soprattutto, la vendetta. Sentimento di fuoco, quest’ultimo, che ha ispirato (e continuerà a farlo sempre) alcune tra le cose più belle del cinema, della serialità televisiva e della letteratura, da Omero ai giorni nostri.

Perché fa viaggiare e sposta continuamente le cose e le persone fra l’Italia, la Francia, le isole del Mediterraneo, il mondo. Per mare, per terra, dentro segrete di castelli, grotte insulari o dimore sontuose, fra le onde o dentro un salotto parigino, a Marsiglia o per le strade di un carnevale romano.
C’è un po’ di Odissea e di Ulisse ne Il conte di Montecristo, e tutto questo peregrinare del protagonista, e della narrazione, è anche qui finalizzato al ritorno e al riscatto.

Perché è ammantato da atmosfere da Mille e una notte, orientaleggianti e oniriche, in cui l’hashish che assume il conte sembra quasi che lo stia assumendo tu e in cui il classico e domestico Ottocento romanzesco sembra scomparire e farsi esotismo.

Perché parla di leggende, tesori nascosti traboccanti di pietre preziose, cose piratesche e malandrine, avvelenamenti seriali, travestimenti (il conte è allo stesso tempo Emonds Dantes/il signor Zaccone/Don Busoni/Lord Wilmore/Sinbad il marinaio), banditismo e complotti. Cose che seducono perché fiabesche, non allineate alla normalità e alla moralità.

Perché è corale, polifonico, colmo di storie e sottostorie, di personaggi di ogni provenienza e ceto sociale con qualche vicenda passata da narrare (che può durare anche centinaia di pagine), di vita vissuta tra corruzione, balli, cene, menzogne e altre distorsioni del periodo della monarchia costituzionale di Luigi Filippo.

Perché Edmond Dantes è un superuomo ed è forse questa la caratteristica più seduttiva per chi legge il romanzo: vedere quest’uomo disgraziato farsi Dio, anzi Diavolo, e andare oltre i suoi confini di essere umano qualunque, di vinto fra i vinti, attraverso lo studio, la preparazione e l’attesa, è una cosa super infervorante, un compendio esaltante su come farcela nonostante i fendenti della vita, su come costruirsi la reggia della vittoria fra le quattro mura della sconfitta.

Come dice Gramsci (in Letteratura e vita nazionale, III, Letteratura popolare):

Mi pare che si possa affermare che molta sedicente superumanità nicciana ha come origine e modello dottrinale non Zarathustra, ma il conte di Montecristo di A. Dumas.

C’è forse qualcuno di più superomistico del conte? Forse l’Onnipotente, ma solo se si crede (io, per dire, credo di più nella resurrezione di Edmond Dantes).

Sulla questione della mole da lottatore di sumo che ha il romanzo e che spaventa tanti dico una cosa: non abbiate paura, non vi si siederà sopra per schiacciarvi la testa ma sarete voi a starci sopra, e sarà bellissimo per tutte le ragioni elencate prima.
Personalmente, scelgo spesso libri lunghi come poemi non per sentirmi più forte come lettrice, ma perché voglio allenarmi ad avere più pazienza (una pazienza spirituale come quella del conte), a saper sostare nelle parole, nelle pagine e nelle situazioni (non solo letterarie) in coda senza scalpitare; mi serve per lavoro e per me stessa, per imparare l’arte delle percorrenze lunghe e lente senza sbuffi equini, per addestrare la mia capacità di concentrazione spesso indebolita dalla velocità digitale e dalla lettura istantanea. Tipo Vittorio Alfieri che si faceva legare alla sedia per non distrarsi dai suoi studi, però in versione più piacevole.

«Attendere e sperare!» sono due verbi fondamentali per il conte e per la sua storia di vendetta lenta e a pensarci bene sono anche la giusta chiave per leggere il libro senza farsi intimorire dal tempo che ci vorrà.

Qualche amico o parente che mi ha visto al mare immersa in un tomo così massiccio e poco ergonomico mi ha chiesto come potessi leggere una roba simile d’estate, come potessi non annoiarmi al solo vedere la sua stazza monumentale. E capisco questa perplessità, i libri molto lunghi vengono spesso percepiti come un evitabilissimo martirio.
Ma dico una cosa (l’ennesima metafora marina!): quando fai una nuotata nel mare temi forse la sua vastità? Non è alla corrente che guardi con più timore e interesse? E Il conte di Montecristo, ve lo assicuro, è vasto come il mare ma animato da una corrente che non concede tregua.

In chiusura ho scelto una sola citazione perché Il conte di Montecristo non è un libro che si presta a sottolineature selvagge e a citazionismo d’impatto. Lo ripeto: l’intrattenimento prevale sull’arricchimento.
La letteratura in certi casi serve solo a quello ed è una benedizione, specialmente d’estate.

(A rispondere alla domanda di Edmond è l’abate Faria, personaggio sapiente e incompreso che durerà pochissimo ma che sarà tutto per Edmond, la sua ricchezza materiale e autoricostruttiva):

[…] – Cosa avreste mai fatto se foste stato libero?
– Niente, forse: questo eccesso di conoscenze sarebbe evaporato in futilità. Ci vuole la sventura per scavare certe miniere misteriose nascoste nell’intelligenza umana. Ci vuole la pressione per far esplodere la polvere. La prigionia ha concentrato in unico punto tutte le mie facoltà che fluttuavano liberamente. Si sono scontrate in uno spazio ristretto e, come sapete, dall’urto delle nubi scaturisce l’elettricità, dall’elettricità il lampo, dal lampo la luce.

Ecco qua. Ecco perché amiamo così tanto Il conte di Montecristo nonostante le sue imperfezioni, il suo taglio popolare, la sua lunghezza esagerata: perché ci fa credere nella resilienza, perché ci ricorda che se non conoscessimo il buio non capiremmo il dono della luce.

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