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Parlare (male) di Parlarne tra amici

Stando alla definizione ufficiale di “millennials”, cioè di persone nate tra il 1981 e il 1996, anch’io, essendo nata nel 1984, sono una millennial, una millennial un po’ old, ma pur sempre millennial.
Ed essendo Sally Rooney definita in ogni dove, come fosse un prodotto con l’etichetta, “la scrittrice dei millennials”, ergo dovrei sentirmi rappresentata dalla sua scrittura e dai suoi libri super cool con copertine vitaminiche (con dipinto di Alex Katz) e grafica pop.

Ecco, questo sillogismo non funziona con me perché dopo aver letto Parlarne tra amici non solo non mi sono sentita capita, narrata, analizzata e rappresentata da Rooney, ma avrei voluto prenderla a schiaffi e tirarle il libro in testa (per sua, e mia, fortuna in edizione tascabile).

Vi spiego perché.

1. Non mi è sembrato un romanzo, ma una piccola tribuna snob da cui perorare cause e dire cose sempre per posizionarsi da qualche parte, vicino a qualche ideologia e a qualche costruzione ben precisa e assai politicizzata di se stessi, mai con spontaneità. L’ho trovato un libro saccente e saputello, popolato da saccenti e saputelli.
Le conversazioni tra i personaggi mi sono sembrate gare per appendersi addosso cartellini di ostentato spessore socio-politico-culturale.
Rooney è stata campionessa di dibattito studentesco al college, una pratica molto in voga nel mondo anglossassone. In pratica ti vengono dati dei temi e tu devi disquisirne in pubblico. Non argomenti leggeri, ma massimi sistemi come il femminismo e altre questioni di gender, il marxismo, gli affari internazionali, il riscaldamento globale ecc.
Può darsi che l’antipatia di cui (secondo me) è intriso il libro derivi da questo brillante primato della sua autrice; Sally Rooney è senza dubbio una mente acuta e fertilissima, chapeau. Ma i pulpiti io li detesto, soprattutto quando tendono a diventare podi.
Poco cuore, troppe dissertazioni.
Anche nei romanzi di Jane Austen (a cui Rooney viene spesso, ommiddio, paragonata!) si conversa come se conversare fosse l’unica possibilità di essere e spesso le protagoniste si definiscono attraverso i pareri che hanno sul’amore, il matrimonio, il piccolo mondo che le circonda, ma in Austen c’è una delicatezza (che non è fragilità), un’ironia (la “fossetta” di cui parla Nabokov nelle sue Lezioni di letteratura) che in Rooney non esistono proprio.

2. Corollario del punto uno è il punto due. La protagonista del romanzo, Frances, è un genietto simpatico come un pelo dentro il gelato, una spocchiosetta che riesce a star antipatica anche se ha problemi – sentimentali, economici, familiari, di salute – come tutti noi. Il suo non è uno di quei cinismi letterari carismatici che fanno sorridere, ma una fredda supponenza che sembra attraversare tutto ciò che dice, prova, sente.
L’ho trovata asettica anche quando è più fragile o in preda alle emozioni (per modo di dire), arrogante nei confronti degli altri, di se stessa e della vita in generale. Ora, capisco che a vent’anni tutto possa apparire barboso e non alla nostra altezza e che i complessi, le indecisioni, le insicurezze possano rendere repressi e sprezzanti, ma quelli sono anche gli anni degli slanci passionali e del sentire non trattenuto, delle urla e del furore, anche solo mentali ma pur sempre elettrizzanti, delle debolezze fortissime.
Frances (ma in realtà anche la sua amica Bobbi, sebbene più sullo sfondo) è super intelligente, molto più di tutti noi alla sua età, ma è coinvolgente e appassionata come una lastra di acciaio inox. È una specie di frigorifero molto istruito. E la cosa pazzesca è che è innamorata, proprio cotta di Nick. Il romanticismo però non esiste in lei e non ne troverete nemmeno nel romanzo (che, pur parlando d’amore, è palpitante come la steppa siberiana).
Frances ha anche delle insicurezze, è vero, delle paure che la rendono una ventenne più familiare ai ventenni di oggi o agli ex ventenni come me, ma nel complesso prevale il suo robotico, severo e insopportabile modo di essere.
E perché mai dovrei farmi piacere un personaggio letterario così? Perché lo dice a gran voce il mercato editoriale? No, grazie, sono una signora di una certa età oramai.

3. Non ho trovato la storia molto credibile.
Non so voi, ma io a vent’anni non ero così definita, autocostruita e assertiva, né ero in grado di intessere relazioni importanti (figuriamoci di natura sentimentale o sessuale) con persone più grandi di me, tipo attori belli da morire e sposati che ti invitano a passare l’estate in una casa al mare in Francia per bere vino e darci dentro tutte le notti sotto gli occhi della propria moglie nemmeno tanto distratta. Bah.
Le persone come Frances e Bobbi secondo me non esistono, sono stereotipi da romanzo o da commedia romantica al cinema, sono fatte di qualcosa di vero, qualche vaga crisi, qualche esitazione credibile, ma perlopiù di fiction.
Può darsi che a Dublino avere vent’anni sia molto più performante e che l’intelligenza e la maturità medie siano superiori a quelle del resto del mondo in una fase della vita universalmente goffa e impreparata a tutto. Ma continuo a trovare inverosimile questo modo “adulto” di essere ventenni che hanno le due ragazze.
E non dimentichiamoci che l’amica Bobbi, con cui Frances ha avuto una storia d’amore, è chiaramente bellissima,  intellettualmente e politicamente matura, una bomba.
Mi sembra ci siano tutti gli elementi per il soggetto di un film (peraltro non divertente) di un inacidito Woody Allen.

4.  Sally Rooney scrive in un modo che io definisco “moderno” e con ciò faccio riferimento a uno stile senza stile, un modo di mettere le parole una dietro l’altra in maniera veloce, pratica, facile, come un voler togliere e togliere per lasciare solo l’essenziale e fare economia di vibrazioni, sfumature, piacevolezze descrittive che appartengono più al ‘900 che agli anni 2000.
Parlarne tra amici mi ha fatto venire in mente uno di quei capi d’abbigliamento minimal e costosi in tessuto organico e colori neutri che vendono da COS e che di solito compra chi ama lo stile scandinavo.
Che poi per l’abbigliamento e l’arredamento questo stile ha pure un suo fascino pulito, ma in letteratura mi sa di miseria espressiva.
Dai libri che leggo mi aspetto sempre una grande ricchezza lessicale e sintattica, una danza seducente di frasi e periodi, qualche picco di pathos, qualcosa di più elaborato e ricco, non dico alla Tolstoj ma nemmeno alla Rooney, che è stilisticamente tirchia come fosse tempo di carestia verbale e lei volesse risparmiare.

5. Sally Rooney non usa gli speech marks (due punti, aperte virgolette, chiuse virgolette, per intenderci) ed è una cosa che mi ha creato disagio, anche oculistico.
Passo le mie giornate a correggere bozze e stanare refusi, dimenticanze, sovrabbondanze, a ricondurre testi ribelli o strafottenti verso l’ovile delle regole grammaticali e mi dà soddisfazione farlo, lo considero un dovere morale oltre che un lavoro. Poi arriva Sally Rooney e toglie tutto, zero indicatori, così da far sembrare ciò che ha scritto un flusso ininterrotto di lessico non regolato, di discorsi diretti mischiati ai non discorsi, di botta e risposta senza confini.
Oggi si scrive così, potreste dirmi voi, nell’era di WhatsApp e dei social la scrittura è diventata pratica, discinta e non più normata, ma io vi risponderò sempre: ragazzi, ok, ma la letteratura è un’altra cosa, ha bisogno dell’interpunzione come dell’aria.
Sally Rooney è così alla moda come scrittrice (anche se lei, da brava marxista, della fama non sa proprio che farsene) che se non usa la punteggiatura la sua è una scelta grandiosa, geniale; io, che non sono alla moda, continuo a credere nell’importanza della scansione di un testo scritto e nella possibilità di individuare facilmente le unità sintattico-semantiche di cui è costituito senza che le mie pupille vadano in tilt.

6. Non mi ha lasciato nulla e quando dico nulla intendo che quando ho finito di leggerlo, in aereo, ho pensato un secondo dopo averlo chiuso: “Stasera ho voglia di insalata di riso”. Del libro, della sua fine, del destino dei protagonisti, della sua autrice mi sono dimenticata all’istante e quando la realtà viene subito a trovarmi dopo la lettura, senza nemmeno qualche minuto di sospensione idilliaca nella beata dimensione della Letteratura come incantesimo, vuol dire che ciò che ho appena letto è vapore acqueo per me, non ha consistenza e persistenza.

Leggere Parlarne tra amici per me è stata un’esperienza veloce e volatile: l’ho aperto, l’ho letto tutto (d’un fiato, perché quello è l’unico pregio che ha, si legge in fretta), l’ho chiuso, ho chiuso con Sally Rooney.

Un giorno, quando mi ricongiungerò alla mia parte millennial capace di interpretare e accogliere i grandi casi editoriali senza chiedersi perché e come sia stato possibile, forse mi ricrederò, ma per adesso non parlatemi più di Parlarne tra amici e di Sally Rooney, nemmeno se siete miei amici, soprattutto se siete miei amici.

2 Comments

  • Giada

    …e questo perché non hai ancora letto l’ultima fatica della cara Sally, “Persone normali” – anche se il titolo più corretto sarebbe “Persone psicopatiche e con grossi deficit relazionali”. Concordo con te su ogni singolo punto!

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