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Rileggere Delitto e castigo a 30 anni*

*In realtà ne ho 35, ma facciamo finta che valgano solo le decine e diamo un colpo di scure sul cranio al concetto di tempo come fa Raskol’nikov con la vecchia usuraia. 

Ho letto Delitto e castigo la prima volta quando andavo al liceo, in una strana edizione Rizzoli – trovata fra le raccolte disorganiche di libri di casa dei miei – divisa in due piccoli tomi, con una rilegatura fragile e una copertina grigiastra, priva di immagini e di ogni forma di seduzione editoriale.
Superata la fase greco/latino-centrica del quarto e quinto ginnasio in cui sono stata devota come un monaco alle versioni e all’epica, dai 16-17 anni in poi, in autonomia, ho scoperto i russi (ben prima di Dickens o di Flaubert, per esempio). Il debutto è stato proprio con Delitto e castigo, un romanzo che mi ha fatto sentire importante e impavida durante e dopo la lettura, come se stessi fumando delle sigarette per la prima volta o stessi scoprendo un modo per sollevarmi dalla mia mediocre normalità ginnasiale.

Ecco, il primo ricordo che ho di questa lettura è il senso di scoperta di qualcosa di onnipotente e di complice rispetto ai miei anni, il piacere di non capire fino in fondo ma di poter finalmente imparare a farlo da sola, sentendomi colta (!) e intuitiva. E il sentirmi elettrica ed elettrizzata a ogni capitolo conquistato con impeto di superficie, adolescenziale al 100%.

Quello che è cambiato oggi rispetto a quella prima lettura è tanto e ha a che fare con la mia evoluzione di donna e di lettrice. Quella che prima era scossa tellurica, oggi è stata meditazione, analisi.

All’epoca vissi la lettura come Archie Ferguson di 4321, come “il fulmine che si abbatté dal cielo e lo mandò in frantumi” (ammetto che l’idea di rileggere Delitto e castigo mi è venuta dopo aver letto 4321); nel 2019 non sono andata in frantumi e non c’è stata elettricità nella mia aerea di lettura, ma un distacco più critico e un quadernetto in cui appuntare pensieri (perlopiù quelli che sono confluiti in questo post).

Ecco in breve cosa è cambiato: 

– La capacità di analisi del dettaglio, della piccola descrizione, laddove la me adolescente cercava solo la dimensione enorme del grande classico russo dell’800 preceduto dalla sua fama, il potere del romanzo più che la sua anima, il suo mega carisma da conquistare ed esibire con un’aura di tormento cucita addosso.
A (più di) trent’anni invece ho notato le sfumature, le sospensioni descrittive anche piccole. Nel ritmo di un romanzo essenzialmente centrato sui dialoghi (nelle opere di Dostoevskij si parla sempre tantissimo), ho cercato di sostare un po’ di più dentro le descrizioni, fisiche, morali, psicologiche, ambientali, di interni e di esterni. E ne ho trovate alcune che sembrano immersioni in 3D nella scena del romanzo.

Per strada il caldo era di nuovo insopportabile; in tutti quei giorni non era caduta una sola goccia di pioggia. Di nuovo polvere, mattoni e calce, e di nuovo puzza dalle bottegucce e dalle bettole, e di continuo ubriachi, ambulanti finlandesi e vetture sghangherate. Il sole gli brillò vivo negli occhi, tanto che gli fece male guardare e la testa prese a girargli sul serio: tipica sensazione del febbricitante che esce all’improvviso in strada in una chiara giornata di sole.

A 16 anni avevo volato sopra Delitto e castigo, a (più di) 30 ho camminato dentro i suoi spazi, le sue pause.

– Non c’è stato più il rispecchiamento, ma l’empatia. O meglio, un tentativo di empatia. Non mi sono sentita più un Raskol’nikov inetto e schifato dalla società (non con la stessa foga almeno), ma una lettrice che prova a capire Raskol’nikov, a vedere in lui una creatura smarrita e non solo un’ideologia. Se a 16 anni me ne sono quasi innamorata (alto, occhi scuri, capelli castano chiari, aria trasandata, perdizione), oggi ho provato compassione per questo ventitreenne privo di equilibrio e volontà, che uccidendo si è ucciso da solo.

La vecchia è stata solo una malattia… io volevo fare il salto al più presto… non ho ucciso una persona, ho ucciso un principio! Il principio l’ho ucciso, ma il salto non l’ho fatto, sono rimasto da questa parte… Sono stato solo capace di uccidere. Anzi, ora si scopre che neanche di questo sono stato capace…

– Di conseguenza non ho più provato un’ammirazione fervente per la teoria del diritto al delitto e per il gesto di rottura violenta di Raskol’nikov, che ha “il talento di dire una parola nuova”, per il suo nichilismo filosofeggiante e il suo ripiegarsi in un sottosuolo interiore e sociale (in questo ricorda il protagonista di Memorie dal sottosuolo e ci ho pensato solo ora), ma il suo personaggio mi è sembrato soprattutto deprimente con tutti i suoi svenimenti, le febbri nervose e i deliri psicosomatici, il vagabondare in preda alle allucinazioni, il sentirsi superiore agli altri e inferiore al suo progetto.
Se a 16 anni lo trovavo stupendo, così solo e maledetto, così strafatto dalle conseguenze del suo delitto, così scismatico, a (più di) 30 mi sono accorta che è un perdente, un pusillanime, una vittima di se stesso, un paranoico che prova a essere Napoleone, ma che finisce con l’essere la peggior versione di se stesso e della società in cui si aggira.
Ho provato invece grande simpatia per Razumichin, per la sua voglia di fare cose belle e pratiche, per i suoi progetti editoriali, per il suo essere così “sano” rispetto a Raskol’nikov e alla città.
Non mi ricordavo nemmeno della sua esistenza; probabilmente a 16 anni l’avrò trovato così noioso ed equilibrato da averlo fatto scomparire. Oggi è il mio piccole eroe coi piedi per terra e i sogni giusti.

Tradurremo e pubblicheremo e studieremo, tutto insieme. […] Quanto alle questioni pratiche, come tipografie, carta, vendite, lasciate fare a me! So bene come muovermi! Cominceremo pian pianino, poi arriveremo a far le cose in grande, avremo almeno di che mantenerci, e in ogni caso recupereremo quanto abbiamo investito.

– Ho notato un buio generale nella narrazione che anni prima mi era parso necessario all’anima russa del romanzo, oggi mi ha avvilito un po’ (soprattutto la condizione mesta delle donne nel romanzo) e mi ha fatto capire che sono fatta più per Tolstoj e la sua poesia illuminante su amore e morte, la sua aristocrazia emotivamente complessa, la sua eleganza che si infiltra nel tessuto narrativo e poi dentro di te, che per la disperazione di Dostoevskij, per le sue paludi dell’anima.
Il critico George Steiner (nell’ottimo saggio Tolstoj o Dostoevskij) paragona Tolstoj a Omero e Dostoevskij a Shakespeare; il primo è epico, il secondo drammatico (e aggiungo che il primo è in qualche modo distensivo, il secondo perturbante, allucinatorio).
Durante questa rilettura il dramma è stato davvero egemone dentro di me.
È come se l’interruttore della luce fosse spento dentro le pagine del romanzo e se da ragazzina le tenebre mi affascinavano e le narrazioni luminose mi irritavano, oggi ho avuto spesso fame d’aria e un pensiero nostalgico rivolto all’epica di Guerra e pace.
Ho letto soprattutto la sera, a dispetto degli occhi stanchi di fine giornata, immersa nella frescura zen del mio giardinetto, e solo così sono riuscita a non sentirmi soffocata e stanca. 

Ho privilegiato la dimensione psicologica del romanzo e non più solo la serrata tensione poliziesca, da romanzo a tinte gialle di tipo inglese, quella che da ragazzina mi faceva volare di capitolo in capitolo per poter arrivare subito allo scioglimento finale, come stessi leggendo Conan Doyle.
Adesso ho letto piano, poche parti alla volta e sempre con un’attenzione particolare ai dialoghi che il protagonista ha con se stesso, luogo per eccellenza dell’autosabotaggio e dell’esitazione, dell’ideologia e del suo fallimento, dei nervi scossi e della paranoia. Raskol’nikov mi ha fatto venire in mente certe figure dei racconti di E. A. Poe, che uccidono e poi si tradiscono da soli, perché il sospetto di essere sospettati li annienta e la loro psiche li smaschera.

E all’improvviso percepì che in un istante i suoi sospetti, solo per il contatto con Porfirij, solo per due parole, solo per due sguardi, avevano già assunto dimensioni mostruose… e che questo era terribilmente pericoloso: i nervi si irritavano, l’agitazione cresceva. «Che guaio! Che guaio!… Finirò di nuovo per parlare troppo».

Mi sono accorta di Pietroburgo e ho sentito il peso dei suoi bassifondi.  Non c’è stata più solo la stanzetta claustrofobica di Raskol’nikov, luogo di chiusura in sé e di elaborazione di piani ideologici, così simile alla mia stanzetta di adolescente posizionata contro la direzione del mondo esterno, ma anche la città fuori.
Calda, di una decadenza estiva quasi annusabile, malsana, viziosa, piena di ombre di esseri umani e di reietti dediti al vizio come unica possibilità di resistenza. Una città in cui serpeggia la follia e l’alcol scorre come un fiume di veleno terapeutico (il titolo iniziale scelto da Dostoevskij per il romanzo era Gli ubriaconi, non a caso).

È una città di mezzo matti. Se da noi esistessero le scienze, medici, giuristi e filosofi potrebbero fare preziosissime ricerche su Pietroburgo, ciascuno secondo la sua specialità. È raro trovare tanti oscuri, aspri e strani influssi sull’animo umano, come a Pietroburgo.

E tramite la città sono risalita alla società, quella russa degli anni ’60 dell’800, e ci ho visto, oltre all’alcolismo, anche la prostituzione, la disoccupazione, l’usura, la malattia. Il contesto sociale, che da ragazzina noti poco perché ti interessa solo la mitologia personale di Raskol’nikov, è tutto in Delitto e castigo, e ora lo so.

– Se prima, presa dal furore della vicenda in sé, ho dimenticato la presenza dell’autore (Nabokov mi avrebbe preso a calci per questo), adesso ho sentito il fiato di Dostoevskij sul collo, la sua presenza traumatizzata e dolente, la sua vita vera, la prigione per motivi politici, la pena di morte scampata, i lavori forzati e l’esilio in Siberia.
Ho sentito con forza inedita che Delitto e castigo è stato scritto da un uomo danneggiato e inquieto, ho visto Dostoevskij sfogarsi e tremare tramite le sue creature. La sua presenza, ora che ho (più di) 30 anni, non l’ho avvertita come letteraria ma come umana.
Tutta la parte autobiografica che a 16 anni mi era sfuggita (a quell’età le biografie interessano poco, forse perché la propria biografia è ancora così vuota e leggera), adesso era sempre lì a dirmi “stai leggendo la vita di Dostoevskij, il fallimento della sua rivista, i suoi debiti, le sue angosce, la sua epilessia…” e l’opera si è fatta ancora più pesante e preziosa.

– Il personaggio di Porfirij Petrovič che prima mi era parso solo colui che indaga per risolvere il caso, la Legge, la forza dell’ordine guastafeste, oggi mi è parso soprattutto un grande conoscitore e provocatore della psiche umana, un filosofo che fa partorire la verità con metodi dialettici, maieutici. Il confronto tra i due, in tre diversi momenti, è una delle cose più tese e belle di Delitto e castigo, un faccia a faccia di tipo socratico, carico di detto e non detto, di insinuato e di intuito.
A 16 anni Porfirij Petrovic lo vedevo come l’anti-Raskol’nikov e l’anti-ideologico, ma oggi so che rappresenta la genialità all’interno del romanzo, una mente in grado di sollecitare miracolosamente la mente altrui, un liberatore tramite l’uso sereno (ma devastante per Raskol’nikov) della parola.

– […] ma c’è un altro guaio: mi dica, sono molti quelli che hanno il diritto di sgozzare il prossimo, sono molti questi «fuori del comune»? Io, naturalmente, sono pronto a inchinarmi, ma converrà che c’è da aver paura, se saranno davvero molti, no?
– [] Ecco, quando lei ha scritto il suo articoletto… non è possibile, eh eh! che lei stesso si considerasse, almeno un briciolo, un uomo «fuori del comune» e capace di dire una parola nuova, cioè nel senso che intende lei… Non è così?
[…] E a un tratto gli strizzò di nuovo l’occhio sinistro e scoppiò a ridere piano, esattamente come poco prima.

In conclusione mi chiedo: Delitto e castigo mi è piaciuto più quando andavo al liceo con lo zaino dell’Invicta e avevo un bisogno fisiologico di decostruire il mondo, o oggi che tingo i primi capelli bianchi e ho un bisogno fisiologico di costruire ripari contro il passare del tempo? Non saprei.
La cosa è più complessa di così perché credo abbia a che fare con il mio posizionamento dentro l’opera, che è cambiato.

Dov’ero da ragazzina non è lo stesso posto in cui mi sono infilata adesso.
Credo che allora io mi sia stanziata nel titolo del romanzo, quello originale russo (che andrebbe tradotto più propriamente Il delitto e la pena), nel fatto che stessi leggendo di un delitto esteriore e di una pena interiore, dimensioni entrambe violente e totalizzanti, proprio come essere molto giovani.
A 16 anni mi sono sentita come fossi io stessa Delitto e castigo.
Allora volevo che Dostoevskij mi instillasse del furore dentro, mi rendesse più ribelle e degna del potere sovversivo della mia età e della sua opera.  

In questi giorni di luglio 2019 credo invece di aver trovato posto in mezzo all’umanità dolente del romanzo, tra Marmeladov, Sonja, Katerina Ivanovna, lo stesso Raskol’nikov e, per suo tramite, lo stesso Dostoevskij, di aver toccato con mano il senso di dolore dei vinti (da demoni sociali e/o personali), la parte più “dickensiana” di Delitto e castigo (mi viene in mente Umiliati e offesi, opera giovanile di Dostoevskij che ho amato tanto), la sofferenza di cui è intriso.

Nel primo caso c’era aderenza, nel secondo c’è stata partecipazione

Se anni fa leggere Delitto e castigo mi faceva sentire libera ed esaltata dal potere che il mio intelletto poteva accumulare tramite la letteratura russa, così veemente e lontana da ogni forma di pace, così carica di dissenso, oggi mi ha fatto sentire incatenata a un senso di tragedia universale, mi ha messo in allerta sui rischi delle idee portate al limite e sulla solitudine che ne deriva, mi ha fatto capire che l’implosione emotiva è più pericolosa dell’esplosione e che il corpo non potrà mai essere libero dalla tirannia della psiche. 

E mi ha fatto convincere ancora di più di quanto sia bello e importante rileggere i classici senza tempo a distanza di tanto tempo: rileggendo si recupera la memoria e una parte perduta di se stessi, si dialoga con chi siamo stati e ci si ritrova forse più moderati nel sentire, ma di certo più illuminati e consapevoli di cosa voglia dire essere esseri umani. 

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