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La straniera

Mi sono avvicinata alla scrittura di Claudia Durastanti come una straniera: il territorio della sua prosa mi era del tutto sconosciuto e non sapevo nemmeno che tipo di bagaglio mentale preparare per visitarlo.

Ero curiosa, volevo un po’ uscire dalla mia bolla e andare dove non ero mai andata. La cinquina del Premio Strega mi ha dato la spinta decisiva (è lì che si trova anche il mio amatissimo Addio fantasmi di Nadia Terranova), ma anche il voler salire per la prima volta sulla Nave di Teseo.

Come primo viaggio non poteva andare meglio. Sfolgorante, fuori da rotte già battute.

Orientarmi dentro le pagine di La straniera non è stata una mia priorità, perché già dopo poche pagine ho capito che di questo romanzo mi avrebbero fatto innamorare le parole, i pensieri radicali e penetranti e la modalità originale di narrazione. Il suo carisma mi è arrivato addosso fin dall’incipit e poco importa se ha fatto ondeggiare il mio baricentro.

La straniera ha un andamento non lineare, più che avanzare sembra quasi sgorgare dall’onda dei ricordi, dei fatti o delle considerazioni sparse dell’autrice. È attraversato da un forza narrativa che su di me è diventata una specie di febbre, di smania del leggere e di fare mia questa storia di vita così forte e ondivaga, così prosaica e letteraria, così “straniera” rispetto al mio habitat.

In questa storia c’è un incontro iniziale a Roma, quello tra i genitori dell’io narrante, entrambi sordi e raminghi, e ci sono tutte le conseguenze, i moti rivoluzionari, le guerre intestine, le tregue, le dislocazioni in controsenso e la vita imprevedibile di una famiglia.

La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato.

Ci sono gli Stati Uniti, ossia il futuro, ma a intervalli scriteriati; c’è la Basilicata, dove la famiglia atterra come in un ritorno al passato, dall’asfalto americano alle pietre e al bestiame; c’è Londra, scelta per ragioni sbagliate.

Un groviglio multidirezionale di radici e travasi che rendono la protagonista adattabile ovunque e “straniera” ovunque. L’essere stranieri in questa storia non ha a che fare con il senso di non appartenenza a una terra ma con il conflitto tra troppo sensi di appartenenza.

Emigrare significa convivere con tutti questi se del sé, sperando che nessuno prenda il sopravvento sull’altro.

La cosa che mi ha più colpito di questa “favola” famigliare quasi kafkiana è la sordità ribelle e indipendente dei due genitori, così lontana dalla fenomenologia classica della disabilità. I genitori de La straniera sono creature feroci e indomabili, selvatiche, perfino irritanti nella loro inguaribile disabilità genitoriale.

Non si fanno frenare o inquadrare dal loro disagio fisico e socio-economico, non è quello che non hanno a definirli, ma il loro modo audace e sfrontato di simulare un benessere che non c’è, di vivere al di sopra delle loro possibilità, non solo economiche. Talvolta mi sono sembrati due pazzi. Ed è una sensazione inedita leggere di deficit uditivi gravi e pensare che la gravità della loro condizione risieda altrove, probabilmente nella psichiatria.

Anche il romanzo ha un sostrato in qualche modo animalesco, con nomadismi e stanziamenti quasi primitivi, sentimenti più di viscere che di cuore, scelte dettate più dall’istinto che dalla ragione.

Eppure, in questa dimensione primordiale e sconsiderata, perfino surreale, la voce-presenza di Claudia Durastanti sembra così assennata, piena di saggezza, distacco analitico e autoironia malinconica. In mezzo alle disfunzioni di questa famiglia, che non sai nemmeno bene se è felice o infelice per quanto poco si presta a essere afferrata, c’è uno scoglio solido e tenace, una scrittura (e una bambina-ragazza-donna) piena di (auto)determinazione che ti fa sentire protetta e che ti scuote allo stesso tempo.

Claudia Durastanti (e mi sono convinta di ciò anche sentendola parlare in alcuni interventi o interviste) deve essere una donna super resiliente, che si è vestita dell’armatura della scrittura, un’armatura poderosa, per dare forma alla sua esperienza familiare senza forma, senza suoni, senza terra sotto i piedi o perfino con troppa terra sotto i piedi. La sua scrittura ha la potenza folgorante di chi ha vissuto un’infanzia anomala ma non si è fatta spaventare, di chi ha avuto genitori pesanti da portarsi sulle spalle, oltre che nel cuore, ma non si è fatta schiacciare.

Non c’è un singolo atto di violenza nella mia vita che io riesca a ricordare senza ridere.

Oltre alla sapienza narrativa, in questo libro c’è una fortissima e seducente capacità argomentativa, un saper associare la considerazione di natura quasi saggistica al cuore umano e romanzesco della trama. Claudia Durastanti  cita teorie ecologiste, capodogli e tempeste solari, esperienze-epifanie di arte contemporanea al Guggenheim di New York, questioni linguistiche e di traduzione, di sottotitoli e sound caption, ma anche film cult, telefilm anni ’90 (Beverly Hills 90210, per esempio), dischi generazionali, libri, mixandoli alla sua esperienza di vita polifonica e afona allo stesso tempo.

La straniera non è un memoir in senso classico, né un romanzo famigliare in senso classico. Si tratta di un viaggio, di un trasferimento, l’ennesimo, nel passato e di un tracciare coordinate senza badare troppo ai confini geografici, di genere letterario, di separazione tra realtà e finzione.

E suddiviso in aree vaste, i viaggi, la salute, il lavoro, il denaro, in cui il ricordo va e viene e la riflessione si espande oltre il personale e oltre la memoria. E per finire l’amore, uno solo, a lunghissima conservazione.

Io ho voluto mettermi in criogenia, e scoprire se potevo restare in quell’amore per sempre. Quando io ho fallito, quando lui ha fallito – to fail someone –, non mi è mancato solo lui, ma la sensazione di essere immortale.

Alla fine del libro ti chiedi: ma è una storia vera? Ed è in questa domanda che secondo me sta il suo bellissimo potere alieno.

P.S. Io e Durastanti siamo entrambe dell’84 e quale commovente casualità è stata imbattermi in pagine in cui parla dei R.E.M., il gruppo che più di ogni altro ha plasmato la mie mente di adolescente e l’ha salvata da sconforti cosmici e voragini di rifiuto di sé.

[…] e così decisi di trascorrere i mesi di luglio e agosto sdraiata sul letto ad ascoltare Automatic for the People dei R.E.M. Per qualche ragione, sprofondare in quella dimensione di respiri trattenuti, probabili eutanasie e uomini sulla Luna mi sembrava confortante.

Quando cita Nightswimming (il capitolo si intitola, non a caso, “La paura della noncuranza e dell’acqua”) è stata pura affinità elettiva autore-lettore, una sensazione impagabile quando si legge, una luccicanza magica.

 

 

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