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Caro amico dalla mia vita scrivo a te nella tua

Ho quasi timore di scrivere qualcosa su questo libro, è così delicato e intimo che temo di poterlo ferire, di poter avere un tono troppo materiale e aggressivo rispetto alla sua bellezza fragile, alla sua anima sensibile, che poi è quella di Yiyun Li.

Cercherò di essere docile, di non parlare troppo, perché libri di questi tipo richiedono silenzi meditativi, ascolti interiori, ritiri spirituali in se stessi, perché sono fatti di materiale umano, ma anche di qualcosa di immateriale che coinvolge parti molto nascoste di noi e dischiude chiusure complicate.

Ho trovato così tante illuminazioni, rimandi, verità, spunti di autoanalisi fra le sue 198 pagine che non ho sottolineato nulla perché avrei finito con il sottolineare tutto, riga dopo riga. E anche adesso ho l’impulso di mettermi da parte e citare, citare, citare, perché selezionare solo qualcosa in mezzo a tutto questo prezioso flusso mi viene difficile.

Caro amico è un libro colmo di frasi che vorresti appuntarti in testa e tirare fuori quando ti senti minacciato, vinto, confuso. È una bussola creata da un’anima che si è persa e insegna a cercarsi in qualche modo quando ci si perde.

Sia chiaro, non offre soluzioni né ispirazioni, non è sempre facile da percorrere, ha un peso notevole sulle emozioni. A volte si sente il bisogno di fare una sosta dentro un pensiero più vibrante di altri e di non andare oltre per quel giorno, ma questo perché è un libro autentico come una confessione e porta con sé tutto il magnifico peso della verità, tutto il suo valore.

Bisogna essere stati deboli e sconfitti almeno una volta per poterci entrare dentro in totale sintonia.

Yiyun Li, cinese di origine, americana di adozione, laureata in medicina, che scrive in lingua inglese e non in cinese con una semplicità miracolosamente ricca ed evocativa, parla a se stessa e a chi la legge di tante cose nello spazio e nel tempo che sono la sua vita. Una vita lacerata a più riprese dalla malattia mentale e che ha bisogno di lenitivi. Una vita che si interroga su se stessa e sulle proprie scelte e che trova alcune risposte, o almeno alcune carezze, nella letteratura.

Il desiderio di Yiyun Li di annullarsi, di non essere più, viene tenuto a bada soprattutto attraverso la lettura e la scrittura, atti isolanti, persino pericolosi, ma prodigiosi nel connettere con l’altro e l’altrove e nel far sì che il pensiero prevalga sul dolore.

In un mondo ideale preferirei che la mia mente fosse riservata solo al pensiero. Temo l’attimo in cui un pensiero si affievolisce e comincia un sentimento, l’attimo in cui ci troviamo davanti all’eterna sfida di eludere il vuoto per cui non si hanno parole.

La lettura, così potente nello spostare il focus da noi agli altri e nel farci respirare altra aria.

Per me leggere significa stare con persone che, a differenza di coloro che abbiamo intorno, non si accorgono della nostra esistenza.

La scrittura, così catartica, con le parole che riempiono buchi neri e permettono di vivere la vita in un’altra zona temporale.

È lunga la strada da una vita all’altra, eppure perché scrivere se non per quella distanza, se non per lasciar andare le cose, e rimpiazzare ogni prima con un dopo?

I ricordi fluiscono e sono sempre legati a queste due attività, a queste due scelte.

Yiyun interroga i suoi amati autori, Ivan Turgenev, Katherine Mansfield, Stefan Zweig, Marianne Moore e altri ancora, ne indaga le autobiografie e i dolori, per cercare altro da sé o per cercare se stessa in loro, in ogni caso per amore verso la letteratura, grande madre protettrice di chi soffre, vaga, piange, si perde.

Un’occhiata all’abisso delle sventure altrui ci fa aggrappare alla speranza che la pena sia misurabile. Ci sono dolori più dolorosi di altri, scoramenti più scorati. Quando riconosciamo la sofferenza di un’altra persona, non possiamo fare a meno di confrontarla con la nostra, da cui scappiamo rifugiandoci nel pensiero della misurabilità.

Il suo è un memoir, con frammenti sparsi di esperienze personali, tasselli non ordinati di una vita messa in pericolo e sfidata dalla depressione. Ci sono i suoi ricoveri e ci sono i suoi ritorni al mondo, ci sono i suoi viaggi, gli incontri, le presentazioni dei suoi libri, i voli aerei. C’è il passato in Cina, c’è il presente americano, c’è il tramite costellato di luce e tenebre fra queste due dimensioni che hanno inevitabilmente coinvolto la sua anima, oltre che la sua geografia personale.

Caro amico è un diario di riflessioni erranti da una pensiero all’altro.

Ed è anche una riflessione sulla lingua che Yiyun usa per scrivere, sul fatto di non aver mai scritto in cinese, sulle accuse di aver tradito la sua cultura di appartenenza, sul volersi affrancare da ogni interpretazione politica di questa scelta, che è invece qualcosa di intimo.

Di tanto in tanto mia madre, alludendo al mio egoismo, fa notare che l’ho privata del piacere di leggere i miei libri. Ma il cinese non è mai stata la mia lingua segreta. E non lo sarà mai.

E sull’aver rinunciato, in una specie di suicidio romantico, a una carriera solida da immunologa per dedicarsi solo alla scrittura. Quasi tremo al pensiero di questa scelta folle e bellissima.

Cara Yiyun Li, grazie per aver scritto dalla tua vita nella mia (con il tramite di NN Editore. Grazie anche a loro e alla bravissima traduttrice Laura Noulian che aggiunge una sua magnifica nota a fine libro; non tralasciatela!); per aver condiviso le tue riflessioni senza pretendere di renderli consigli facili; per avermi raccontato di quanto vivere sia a volte così difficile e di quanto leggere le vite degli altri e scrivere per colmare i vuoti possa sollevarci in qualche modo da terra. Grazie per la semplicità e la grazia con cui l’hai fatto.

E adesso faccio silenzio e, in punta di piedi, vi invito a leggere.

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