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La schiuma dei giorni

Da un romanzo che ha la schiuma nel titolo non potevo che aspettarmi l’incanto di bolle di sapone volanti, una consistenza danzante e imprevedibile, che non si sa dove andrà, che forma prenderà, quando si dissolverà.

Ma quella parola “giorni”, ora che ho finito il romanzo, mi sembra la controparte prosaica, quotidiana e difficilissima da affrontare, la vita nelle sue manifestazioni meno leggiadre, la pesantezza di una malattia che ridisegna gli spazi e azzera l’incanto.

Schiuma, spumeggiante, aerea, effimera, e giorni, prima dorati, poi sempre più spenti. Insieme fanno una parabola discendente che vola altissimo e ci porta su con lei per farci poi rovinare al suolo al finire delle illusioni.

Ma andiamo per ordine.

Cos’è La schiuma dei giorni?

Non è una sola cosa, una sola storia, ha in sé una molteplicità spiazzante, come un bouquet misto di fiori freschi e fiori appassiti, di fiori romantici e fiori funerei. Una composizione floreale, con dei tocchi di componimento poetico e una componente di pessimismo cosmico (mi concedo giochi di parole e assonanze perché questo è l’effetto che fa leggere Boris Vian).

Ha in sé registri, toni e generi diversi: la favola, il romanzo romantico, la satira sociale, il melodramma, in un mix bizzarro eppure incantevole. Ha quel genere di stranezza che non è la posa ben studiata dell’alternativo che esibisce il suo estro, ma una stranezza delicata, infantile, che assomiglia alla poesia.

“Siamo in ritardo” disse Colin. “Non fa niente” disse Chloé “metti indietro il tuo orologio”.

Dentro la dimensione surreale de La schiuma dei giorni puoi parlare con i topi, ascoltare musica da un pianocktail che ti offre pure da bere, puoi far celebrare le tue nozze da un arcivettovo, puoi vivere in una casa con spazi che mutano al mutare degli eventi, puoi farti visitare dal professor Manducamanica, puoi ammalarti se una ninfea fiorisce nel tuo polmone destro e puoi curarti circondandoti di fiori. Tutto molto creativo e bizzarro. Ma in qualche strano, struggente modo anche classico (dopo vi spiego perché).

Prima di leggerlo e all’inizio della lettura, conoscendomi bene, mi sono detta: “Ecco che arriva l’insostenibile leggerezza del nonsense. Ecco che arriva il sentore di stronzata delirante che la gente fa finta di amare per sentirsi originale ma senza capirci un cazzo come con l’arte contemporanea. Ecco che mi verrà da dire ‘ma smettilaaa’ mentre leggo…”. Sdegnosetta, lo so.

Invece non è arrivato nulla di simile, tutto ha avuto un senso e non ho mai voluto che Vian smettesse di raccontarmi il suo mondo.

«Voglio dire» disse il direttore «come passa il suo tempo?»

«La parte più grande del mio tempo» disse Colin «la passo a rimpicciolirla».

«Perché?» domandò il direttore abbassando la voce.

«Perché le cose grandi mi danno fastidio» disse Colin.

Non amo l’anarchia in letteratura, mi sento tranquilla quando c’è ordine e simmetria in quello che leggo, ma stavolta no, stavolta mi sono sentita bene nel frullato pluridimensionale e multicolore di Vian.

Dicevo che in qualche modo c’è della classicità ne La schiuma dei giorni, una normalità dei sentimenti, un romanticismo tradizionale fatto di lui e lei, il loro amore giovane e grandioso, la malattia improvvisa, la lotta, la vita che decide per loro. Non intendo qualcosa di già visto o già letto, ma qualcosa che segue un andamento meno spiazzante rispetto allo stile del romanzo. In un libro così autocratico che fa di testa sua e non segue nessun sistema, che fa le capriole e poi nel giro di niente si incupisce e si veste di nero, un po’ di classico e sempiterno amore è la salvezza.

Forse è anche per questa insospettabile vena classica che mi è piaciuto leggerlo.

Perché prima di ogni stranezza e anarchia, La schiuma dei giorni è soprattutto una semplice storia d’amore di fulminea durata ed eterea bellezza, una favola dove in un attimo ci si ama e ci si sposa e dove l’antagonista è la vita.

“Io vorrei essere innamorato” disse Colin. “Tu vorresti essere innamorato. Egli vorrebbe idem (essere innamorato). Noi, voi, vorremmo, vorreste esserlo. Essi pure vorrebbero innamorarsi…”.

La mise a sedere sulle proprie ginocchia. Sentiva di nuovo una felicità senza incrinature. «Ti ho già detto che ti amo tanto, sia all’ingrosso che al dettaglio». 

Boris Vian, vita brevissima ma furoreggiante, è un pazzoide romantico, un guastafeste bravissimo, un creatore di magia, e io, leggendo, ho messo da parte ogni equipaggiamento razionale e mi sono data a Colin e Chloé, alla storia del loro amarsi e del loro perdersi in una dimensione (domestica, sociale, personale) sempre più incontrollabile.

Tutt’intorno si fece un abbondante silenzio, e la maggior parte del resto del mondo si mise a contare come il due di di picche.

La nuvola li avvolse. Là dentro faceva caldo e c’era un odore di zucchero alla cannella.

Mentre leggevo ho pensato a Calvino, alla sua leggerezza pensosa e alla sua fantasia forbita. Ho pensato anche a Rodari, al suo giocare con le parole e creare storie di nonsensi e controsensi. Ho trovato qualche piccola goccia del loro amatissimo estro anche in Vian. Sarà stato anche questo a farmi provare familiarità per una letteratura così sopra le righe?

Chissà… Certo è che consiglierò questo libro a chiunque. Anche agli sdegnosetti razionali e puntigliosi come me. Soprattutto a loro.

E ai romantici inguaribili.

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