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Tempi difficili (e sul perché leggo Dickens)

Ho letto Casa desolata  tra la fine del 2018 e la fine del 2019, portandomi dietro da un anno all’altro la solita  gratitudine e la solita perplessità che mi suscita Dickens. Sensazioni familiari sempre appese tra il benessere e una vaga stanchezza, tra la curiosità e il fardello.

Sarà che amo i fardelli in letteratura e che ho anche una certa tendenza alla sfida e alla rivincita quando si tratta di libri tutt’altro che mordi e fuggi, fatto sta che ho lasciato passare alcuni mesi, ho letto ben altra narrativa, e poi sono tornata a cercare Dickens, ancora.

Vi racconto com’è andata.

In breve, per usare un modo di dire sintetico assai in voga: bene ma non benissimo.

Bene perché il conforto letterario che fornisce Dickens esula sempre dall’opera che stai leggendo in quel momento e ha a che fare con un modo ben preciso di leggere, con il ripararsi dalle prosaiche intemperie del quotidiano. Da questo punto di vista non rimango mai delusa da Dickens, leggere un suo romanzo è un modo di dimenticarsi del presente e di calarsi in atmosfere avvolgenti con un timbro peculiare, uno stile che è una dimensione, un mondo.

Non benissimo perché Tempi difficili non è un libro brillante e dinamico, anzi è piuttosto grigio e immobile e, sebbene si faccia leggere fino alla fine senza lotte con i colpi di sonno, manca un po’ di carisma.

Tempi difficili è a mio parere la meno dickensiane delle creature dickensiane (lette finora), le manca un cuore pulsante carico di romanzesco e rocambolesco, quell’energia narrativa che attraversa le migliori opere di Dickens e le fa muovere, anzi volare. Il bildungsroman dickensiano che tanto ci appassiona qui non esiste.

Tutto è molto statico, c’è una struttura e un sistema che Dickens vuole criticare e da cui non si esce, c’è come una sorta di allegoria ben poco in fermento e un insieme di figure umane più metaforiche che realistiche, prive di una psicologia, di carne e ossa.

L’allegoria fa sembrare il romanzo una sorta di favola schematica con tanto di morale finale e finisce con il togliere consistenza e profondità all’insieme. Così hai l’impressione di leggere 350 pagine di allusioni simboliche e ideologiche e poco altro.

Ecco, il difetto principale di Tempi difficili è la sua eccessiva astrazione.

Ed è un peccato perché le prime pagine promettevano ironia e sferzate satiriche, l’incipit sembrava aprire delle danze niente male:

— Ora, quel che voglio sono Fatti. Solo Fatti dovete insegnare a questi ragazzi. Nella vita non c’è bisogno che di Fatti. Piantate Fatti e sradicate tutto il resto. La mente d’un animale che ragiona si può plasmare solo coi Fatti; null’altro gli sarà mai di alcuna utilità. Con questo principio educo i miei figli e con lo stesso principio educo questi ragazzi. Attenetevi ai Fatti, signore!

Mi pregustavo scontri di vedute tra razionali incalliti e sognatori svagati, tra aridi cultori dei numero e fertili cultori delle parole, ma, come dicevo, tutto rimane a un livello astratto e generico, la caratterizzazione non c’è.

Né in Gradgrin padre, devoto ai Fatti, né nella figlia Louisa, vittima della devozione ai Fatti, né negli antagonisti come Harthouse, né in altri personaggi minori (come l’operaio Stephen, che doveva essere sviluppato meglio).

Si legge, ma si rimane sulla soglia.

Il Dickens giornalista di denuncia qui prevale sul Dickens romanziere di ampio respiro.

I tempi difficili del titolo sono quelli forsennatamente industriali di metà ‘800,  quelli della produzione incessante dentro fabbriche che sembrano elefanti sbuffanti e in cui gli operai vengono schiacciati come formiche. Poco prima che Dickens scrivesse il romanzo (nel 1854, subito dopo Casa desolata) c’era stato un grande sciopero di minatori a Preston che gli aveva fatto aprire gli occhi.

Il nord industriale, con le sue emergenze sociali e le agitazioni sindacali, entra direttamente nella narrazione attraverso la città fittizia di Coketown, da cui fuoriescono vapori malsani e mentalità borghesi deformanti.

Un città mostruosa condivisa dagli operai e dalla borghesia che gestisce le loro squallide esistenze.

Era una città di mattoni rossi, o meglio di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero consentito. Stando così le cose era invece una città di un rosso e nero innaturale, come la faccia dipinta di un selvaggio; una città piena di macchinari e di alte ciminiere dalle quali uscivano senza tregua interminabili serpenti di fumo, che si snodavano nell’aria senza mai sciogliere le loro spire.

La descrizione è avvolgente e fotografica – come sempre in Dickens – però nel complesso questa location risulta fin troppo fittizia, stereotipata come un cartonato.

Dunque, non posso dire di aver esplorato le pagine di Tempi difficili  come un corsaro né di aver divorato le parole e la sintassi del libro con particolare appetito. Leggendolo durante un volo aereo mi ha calmato dall’ansia e fatto sonnecchiare ed è stato un bene. Ma una volta atterrata è tornato a essere un libro soporifero e basta, un Dickens poco efficace.

Mi sono allora chiesta (un po’ come fa George Orwell nel bel saggio che è la postfazione del libro): perché leggo Dickens? Perché torno a volerlo leggerlo? Perché mi dimentico dei momenti di disappunto?

Ho provato a darmi delle risposte brevi.

  • Perché più di tanti altri scrittori sa immergere il lettore nella narrazione, sa come farlo tuffare senza inabissarlo, sa pennellare atmosfere durature. Sono d’accordo con George Orwell quando dice: «Quando Dickens descrive una cosa una volta, la si vede per tutta la vita». In giornate (e in un’epoca) in cui accumulo parole e mi sembra di perderle tutte, Dickens persiste nella mia mente.
  • Per la comicità che a volte è puro stile picaresco (come ne Il circolo Pickwick), a volte cinico spirito d’osservazione. Dickens deride, ironizza, mette maschere caricaturali ai suoi personaggi e nel farlo sembra aver capito tutto della natura umana. Leggendolo ho l’impressione di capirla un po’ meglio anch’io (solo un po’, ma è già qualcosa).
  • Perché nessuno come lui conosce e ci fa conoscere la società vittoriana e le sue idiosincrasie, quell’epoca così ingessata e così bisognosa di fratture, per certi versi ridicola, per altri irresistibile e fatta apposta per essere narrata. Il condizionamento sociale in Dickens è tutto, è il motore da cui parte ogni storia. La controversa modernità industriale di quell’epoca è il campo in cui coltiva le sue storie (che sono meglio di un libro di storia).
  • Perché ritrae la vita privata come pochi altri e dà la sensazione che nella dimensione domestica risieda una possibilità di ordine dal caos. Se anche ci sono il mondo esterno, le strade, i vicoli, il brusio metropolitano nei suoi romanzi, è la casa, con le sue gioie semplici, che ti riscalda. Sensazione pacifica e confortante che arriva anche a me che leggo e calma i miei nervi sollecitati dalla contemporaneità.
  • Perché scrivendo non ha plasmato solo personaggi indimenticabili (o dimenticabili), ma ha forgiato un universo e da lettrice trovo che le sue invenzioni, la sua sconfinata fantasia siano una possibilità di esplorazione del genere umano. Un genere umano forse troppo metaforico e stilizzato, ma contente dei germi di verità assoluta.

E quindi non importa cosa leggi di Dickens e se è un romanzo riuscito (come David Copperfield) o meno (come Tempi difficili), travolgente (come Grandi speranze) o confuso (come Casa desolata): quello che ti serve è leggere Dickens, farne esperienza, trasferire il suo immaginario nel tuo bagaglio da lettore, portarlo sempre con te come fosse una modalità di comprensione del reale.

Batto ancora il cinque a Orwell quando dice:

Che lo si approvi o no, Dickens è lì, come la colonna di Nelson in Trafalgar Square. In qualsiasi momento ecco che ci viene in mente una qualche scena o un personaggio che magari appartengono a un libro di cui non ricordiamo neppure il titolo.

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