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Ombre giapponesi

Questo libricino della Piccola Biblioteca Adelphi lo considero un oggetto d’arte, un premio per la vista, un’esperienza di piacere per i polpastrelli, una gioiello cangiante. Ha una copertina intarsiata che emana bagliori dorati in controluce e fa venire in mente i mandala e altri motivi ipnotici liberi dall’immanenza. L’oro, il nero, il color crema in motivi geometrico-floreali a rilievo che incantano la psiche, quella profonda e quella immediata. Ammetto di averlo acquistato per pura fascinazione estetica, senza sapere molto di Lafcadio Hearn e di tutto il resto.

Ma è stata una fortuna perché oltre la bellezza oggettuale e i preziosismi che affiorano dalla superficie, anche all’interno del libro c’è uno scrigno d’oro: il contenuto è altrettanto prodigioso, ha un carisma segreto ed esplicito insieme che solo leggendolo potrete afferrare. C’è qualcosa che ha a che fare con la filosofia, con la mitologia, con la spiritualità che fa bene all’anima. C’è un’atmosfera dalla prima all’ultima pagina che non è di questo mondo.

Mi riferisco a quella saggezza orientale, quella dimensione fiabesca millenaria, quella modalità lenta e audace di narrare l’inenarrabile, il mostruoso, il leggendario così lontana dalla nostra attitudine occidentale, dal nostro pragmatismo poco meditativo, dal nostro sistema che esalta più il corpo e il materiale  che l’incorporeo e l’anima.

Qui invece ci vuole silenzio, abbandono della fretta, voglia di mettersi in ascolto, come avessimo davanti un vetusto sensei nipponico che ci narra fiabe violente e fenomeni straordinari e mentre lo fa ci narra di noi senza farcelo sapere. 

Negli antichissimi libri si dice che in Giappone c’erano un tempo molti ragni-folletto. Qualcuno sostiene che sussista tuttora qualche ragno-folletto. Durante il giorno sembrano solo comunissimi ragni; a notte fonda, però, quando tutti dormono, e non c’è rumore, ecco che diventano molto, molto grossi e fanno cose atroci. Si ritiene altresì che i ragni-folletto abbiano il magico potere di assumer forma umana – per ingannare le gente. E c’è una famosa storia giapponese a proposito di un ragno del genere. (Da Il ragno-folletto)

Ne saremo atterriti e ammaliati, ci arriverà un senso di guerra, di minaccia e uno di pace e liberazione, come se fossimo prima di pietra e poi fluidi, eterei.

L’intimismo e il dialogo con se stessi a cui predispone questa lettura sarà benefico, una possibilità di scansare per un po’ le concretissime pretese occidentali e immergersi in un mondo di ombre fantasmatiche che hanno tanto da dirci.

Sono 39 brevi storie giapponesi di fantasmi, apparizioni, vendette post mortem, folletti diabolici, creature evanescenti, leggende popolari che atterriscono per capacità evocativa e crudezza, eppure conservano un equilibrio che rilassa i sensi e sa di zen, di distacco dalle passioni terrene, di insegnamento da applicare alla nostra vita.

Alcune sembrano novelle, altre aneddoti fulminei, altre fiabe da Mille e una notte, ma tutte hanno un impatto inspiegabile sull’interiorità e riescono a dire tantissimo anche con poche parole, con uno stile semplice da tradizione orale.

Ombre misteriose che ci avvolgono e che emanano un fascino enorme, come sussurrassero qualcosa di ineffabile e di istruttivo, una verità, un ammonimento, un consiglio.

Durante la lettura, assaporata piano, senza urgenze e pianificazioni, mi sono ritrovata del tutto sospesa dal mio tempo, dal mio spazio, dalla mia prospettiva di membro adulto della civiltà occidentale del XXI secolo, mi sono fatta inglobare da una dimensione senza consistenza e senza confini. 

È stato il mio viaggio in solitaria nel cuore del Giappone tradizionale, quello dei templi, dei monaci, delle peonie, dei giardini, delle fonti sacre, della spiritualità consegnata al vento.

Samurai, nobili signori, monaci buddhisti, poveri contadini alle prese con avventure e apparizioni surreali, mogli defunte che tornano per vendicarsi, dipinti che prendono vita, amori trascinanti fra vivi e morti, fanciulle dalla bellezza distruttiva, karma maligno sotto forma di ragni-folletto o altre manifestazioni. Soprattutto le donne sono fonte di spavento supremo, tormento vendicativo e reincarnazioni poco benevole; le loro seduzioni sono letali.

Poi, muovendosi con la levità di un’ombra, scivolò nella stanza una Donna – pur se le porte erano sprangate e i paraventi non si erano mossi –, una Donna avvolta nella veste sepolcrale, con in pugno una campanella da pellegrino. Avanzò priva di occhi – perché morta ormai da tempo – e i capelli sciolti le ricadevano sul viso – e attraverso quel groviglio guardò senza occhi e parlò senza lingua:

Non rimarrai in questa casa – non in questa casa! Qui sono ancora padrona io. Te ne andrai, senza dir nulla a nessuno della ragione della tua partenza. Se lo dirai a LUI, ti farò a pezzi!

Detto questo lo spirito svanì. La sposa svenne per la paura, E così rimase fino all’alba. (Da Una promessa infranta)

Cosa vogliono dirci questi racconti? Probabilmente che le nostre azioni hanno sempre delle conseguenze più o meno manifeste e delle rivendicazioni da fare. Che ciò che è dato poi è reso. Che dobbiamo fare attenzione a ciò che ci piantiamo nel cuore o in testa perché le radici potrebbero stritolarci

O forse vogliono solo intrattenerci, farci prendere contatto con le nostre paure attraverso metafore, farci avvicinare alle ombre, a tutto ciò che sole e vita non è. 

Di fantasmi interiori ne abbiamo tutti, forse meno spaventosi di quelli che vagano in queste pagine, ma pur sempre reclamanti attenzione. 

Certe volte li creiamo noi stessi, con i nostri pensieri più neri, i nostri sensi di colpa, le nostre ombre messe a tacere. Altre volte, a pensarci bene, siamo noi stessi quei fantasmi.

In ogni caso c’è da rimanere a bocca aperta per tutto l’incanto, il terrore, la vivacità ultraterrena e la forza spirituale che trasmettono questi racconti, uno dopo l’altro.

Lafcadio Hearn, greco di nascita (1850), vissuto tra Inghilterra, Irlanda, Francia e Stati Uniti, è l’europeo che con più passione si è addentrato nella cultura giapponese, studiandola, esplorandola, sposandola (anche nel senso che ha sposato una giapponese, la figlia di un ex samurai), vivendola e ascoltandola in profondità.

Negli anni ha raccolto tutte i racconti orali del vecchio Giappone feudale (se li faceva raccontare dalla moglie), li ha “riarrangiati” e li ha pubblicati in alcuni volumi dotati di immenso fascino fiabesco.

Una figura singolare, un avventuriero culturale, un fine conoscitore autodidatta del cuore sacro nipponico (potrete saperne di più su di lui leggendo il bellissimo saggio di Ottavio Fatica La fine della neve che trovate a conclusione del libro).

Mi viene da ringraziarlo (Lafcadio Hearn, ovunque tu sia, grazie per la magia non occidentale che ci hai donato) perché quando non si hanno strumenti linguistici e culturali per conoscere le tradizioni di un Paese bisogna affidarsi a mediatori e traduttori e qualcosa va perso.

Con Hearn no però, perché lui non si limita e mediare e tradurre, ma ci crede, ne è affascinato e ce ne parla come fosse un cantastorie, un aedo innamorato.

Mi immagino un camino acceso dalle fiamme traballanti, una tazza di tè verde giapponese, l’imbrunire oltre la finestra e questo libro in mano da leggere a voce alta a pochi intimi o a una sola persona. Si creerebbe un’atmosfera da ghost stories perfetta, inevitabile.

Io l’ho letto a me stessa ed è stata un’esperienza spiritica e spirituale, con tocchi zen di buddhismo e shintoismo. Le suggestioni sono arrivate piano, sono nate paure e ne ho esorcizzate altre. La fascinazione è stata costante e quasi lisergica (e qui torniamo all’ipnosi che dà la copertina). Alla fine mi sono sentita in qualche modo purificata e più saggia, “giapponesizzata” dentro.

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