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Lizzie (ovvero della mia paura e del mio amore per Shirley Jackson)

Siamo molteplici, abbiamo dentro dei mondi che si rinnovano e che spesso non vanno d’accordo con le versioni precedenti, abbiamo voci di varie tonalità a cui dar retta o a cui sfuggire, abbiamo pensieri in conflitto e stati d’animo ballerini da sincronizzare. Abbiamo un solo corpo e mille correnti diverse al suo interno.

Detto così sembra quasi che io stia dichiarando di essere schizofrenica e siamo sono quasi certa di non esserlo.

Quello che voglio dire, correggetemi se sbaglio, è che nessuno di noi si è mai sentito fisso come un numero uno che non vuole sommarsi o moltiplicarsi con niente e nessuno. Più o meno tutti, a parte quelli con un ego tiranno e autocratico, abbiamo sperimentato la sensazione di essere in qualche modo multiformi, plurimi, plurali. E talvolta confusi da voci interiori in disaccordo.

La psiche umana (ma anche l’anima umana) è il regno della molteplicità, delle variabili non sempre catalogabili e quando penso alla forma che può assumere mi vengono in mente il prisma, il cubo di Rubik, le mille sfumature di un colore, l’infinità dei numeri. Mai una cosa sola.

Ecco, Shirley Jackson, con una maestria regale che ha a che fare con la regia e la psicologia, oltre che con la scrittura, ci narra la storia di una ragazza che è almeno quattro ragazze.

Un colore solo, quattro sfumature diverse, dal pallido anonimo all’audace acceso, passando per il sereno con velature e il fluo furbesco-capriccioso.

Gli Stati Uniti di Elizabeth (per citare una serie tv  che vedevo anni fa e che mi divertiva molto). Stati in guerra tra loro, che cercano di primeggiare e stilare costituzioni e che non trovano, non possono mai trovare, un accordo. L’armonia è bandita, le sedute di psicoterapia un campo di battaglia, la vita fuori dal lettino dello strizzacervelli un’avventura ingestibile.

Il disturbo dissociativo della personalità attraversa e trasforma Elizabeth Richmond senza soluzione di continuità. Sembra quasi di sentirli i suoi mal di testa invalidanti e l’arrivo delle correnti che la possiedono a fasi alterne, come un happening psicologico a più voci.

Come un teatro in cui lei è burattino e burattinaio allo stesso tempo.

E riusciamo a sentirli perché Shirley Jackson è una narratrice-provocatrice-evocatrice sopraffina, fa parte di quella categoria di scrittori che, senza strafare mai, ti entrano dentro e lavorano in presa diretta sulle tue emozioni, anche le più fastidiose, specialmente quelle.

E se anche noi perdessimo il controllo dell’io e diventassimo un “noi” turbolento e, alla lunga, annientante? Shirley Jackson ti mette addosso questa paura, ti ficca in testa delle ombre e io ne ho timore (eppure la amo).

Elizabeth, poco più che ventenne, contiene se stessa ma anche Beth, Betsy, Lizzie, Bess.

Può essere solo l’incolore Elizabeth, piatta, triste, impiegata al museo, orfana di genitori, che vive con la zia Morgen o può essere la dolcezza composta e solare di Beth, la beffarda furbizia di Betsy, la sottomissione di Lizzie, l’arroganza di Bess.

Fra tutte è Betsy la più ingestibile, incoscienza allo stato puro, e per questo la più divertente, la stronza sarcastica che c’è dentro ognuno di noi ma che certe volte può assomigliare al diavolo e dire/fare cose luciferine. Maleducata, volgare, violenta, Betsy, in un lungo capitolo a lei dedicato, va a New York da sola, con l’autobus, alla ricerca di sua madre (che per lei è ancora viva) e dentro i difficili tentacoli della città dovrà gestire anche i suoi di tentacoli, soprattutto quelli noiosi del buon senso di Lizzie.

È la lotta tra Lizzie e Beth il vero cuore del libro, il centro bipartito della follia. La loro convivenza è impossibile, come uno scontro atavico tra yin e yang, tra pudore e perversione. E c’è persino dell’ironia nel loro conflitto: a volte mi sono sembrate il classico duo comico in cui uno domina l’altro e non si sa chi dei due è più disastroso.

«C’è qualcuno?» disse infine Lizzie, con voce fievole, e Betsy rise e la rispinse giù. «Poveraccia…» le disse, tornando a osservare nello specchio il corpo che tanto aveva atterrito Elizabeth. «Povera scema».

Non meno agguerrita sarà poi la fase dello scontro Betsy/Bess, uno step successivo della dissociazione.

[…] e quando cominciò a diventare evidente che Betsy aveva ormai bisogno di tutte le sue forze per contrastare Bess, e che di conseguenza era costretta ad astenersi dal giocare brutti scherzi a Elizabeth e a Beth, scomparve anche il pericolo che reiterasse la sua burla preferita, che consisteva nel portarle così lontano che non sapevano come tornare a casa, abbandonandole al loro destino.

Immaginate che caos dentro questa giovane donna: è già difficile averne una di anima e di personalità, figuriamoci due, tre, quattro.

La difficoltà, la confusione di questo stato moltiplicato del sé la avvertiamo pure noi e mentre leggiamo ci sembra di perdere il senno, di non capire più i confini dell’una e dell’altra Elizabeth, della realtà e della psicosi. Diventiamo paranoici.

E come se non bastasse, in questo disturbante sistema di matrioske dissidenti c’è anche un passato dai contorni poco chiari che continua a fare capolino: un ricco patrimonio, la morte della madre di Elizabeth, la sua vita non stabile, il suo rapporto con l’alcol, con la piccola figlia e con la sorella Morgen. Una cornice famigliare piuttosto disfunzionale che rende più comprensibili le dissociazioni della/e protagonista/e.

Zia Morgen è la tipica creatura domestica scontrosa e inacidita dalla vita, che ti chiama “cocca” ma che a tratti vorrebbe farti fuori. Zitellona anaffettiva, eccetto che con il suo brandy, è “pronta a rinunciare prima all’atto di pensare che a quello di mangiare”, non vuole noie e può accettare al massimo la definizione di “esaurimento nervoso” per le turbe della nipote. Sotto sotto, è innocua, ma c’è dell’inquietante in lei, quell’inquietante alla Jackson che ti fa venire i brividi.

«Taci, non voglio sapere niente di queste faccende» disse Morgen. «Per me voi ragazze potete farvi la guerra quanto vi pare. Non mi importa se siete in quattro o in ventiquattro, alla fine della fiera siete tutte sempre mia nipote Elizabeth; fate pure i giochi che volete, basta che mi lasciate in pace».

C’è poi il percorso di psicoanalisi con il Dottor Wright (che Betsy chiama Dottor Wrong!), combattuto sempre tra l’abbandono del caso per resa e e il coinvolgimento più ostinato. Il suo rivolgersi direttamente al lettore è un’ottima strategia jacksoniana per facilitare la partecipazione empatica e la fiducia nella ragione in un contesto folle: lui è il nostro unico appiglio “normale” in uno show di mostri della mente e di rapporti alienanti. Grazie a lui, alle sue sedute di ipnosi e al suo voler ricondurre il molteplice all’uno sfidandone la mostruosità, la nostra stessa paura è in qualche modo lenita. 

Ero sconvolto, come ho detto, e lo sono ancora adesso che ne scrivo. Quel pomeriggio avevo avuto davanti agli occhi il volto ghignante e spaventoso di un diavolo, e da allora, Dio mi aiuti, troppe volte sarei stato costretto a vederlo.

Ero convinto che solo un gravissimo shock emotivo potesse aver costretto Miss R. a alienare buona parte del suo io a favore di alcune personalità secondarie (finché, con un tocco magico, non le avevo richiamate alla vita attiva), ed ero pressoché sicuro che la loro esistenza autonoma – benché Betsy pretendesse di avere una vita sua, quanto meno a livello di pensiero, sin dalla nascita di Miss R. – risalisse al più evidente shock emotivo subìto dalla mia paziente: la morte della madre.

Alla fine ci sarà un po’ di equilibrio? Shirley Jackson non è una che risolve e riassetta, non dice tutto ma sospende, inducendo il lettore a pensare da solo. Non bisogna aspettarsi da lei un ristabilimento netto dell’ordine: una sottile ansia di fondo permane, come una minaccia che ci riguarda ancora tutti.

La cosa che amo nella scrittura di Shirley Jackson è il suo essere elegante ma sempre attraversata dal delirio psicotico, da un malessere mentale che percepisci come una sostanza psicotropa silente mentre leggi, da una forma godibile dal punto di vista letterario e distruttiva, dissacrante dal punto di vista emotivo. 

È la signora assoluta dell’orrore che non si presenta apertamente come tale, del malsano che striscia fra le pagine e che ti cammina pure addosso senza diventare mai dichiarazione aperta. Il suo è un talento sottile e beffardo, che alletta la tua curiosità e rende teso il tuo sistema nervoso. Tensioni così raffinate le ho provate solo con lei e con Hitchcock, o mentre vedevo Shining di Kubrick o un film di Lynch.

Riuscire a far paura senza strumenti di paura concreti, solo con l’evocazione, la sospensione, l’intrusione in zone sensibili, è arte per pochi geni e da questo punto di vista Shirley Jackson è un genio.

L’ho amata dopo aver letto L’incubo di Hill House, così elegante e perturbante, così irrisolto e sfuggente al concreto, ma adesso la amo di più (e voglio leggere tutto ciò che ha scritto, ma piano piano per non dissociarmi).

Non aggiungo altro, vi invito solo a leggere questo romanzo affetto da patologie tragicomiche, infestato dal dissidio interiore, da anime in conflitto, da una suspense che atterrisce senza strafare.

Shirley Jackson sembra averlo scritto per farci stare male, per farci riflettere su quanto noi umani possiamo essere oscuri, con uno, nessuno, centomila conviventi interiori, talvolta democratici, talaltra in guerra intestina, e su quanto la mente possa tiranneggiarci (e anche la buona letteratura).

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